Pregai dunque il dio di attribuirmi una vita piena della sua luce e di darmi la fulgida donna che amavo. Mi preparavo a incontrarla, a parlarle, e pensavo che anche le mie parole dovevano essere luminose e avere la forza della bellezza persuasiva. Senza ciancia micrologica e insignificante, senza arzigogoli e ghirigori che non dicono nulla, come tanti che avevo sentiti dai noiosi inamabili e infrequentabili.
L’amore che le comunicherò parlandole-mi dissi- produrrà una sua risposta intelligente, affermativa, questa poi genererà la gioia invertendo i termini della legge eschilea tw'/ pavqei mavqo".
A dire tutta la verità, quando vidi il termine fisso dei miei continui pensieri, sentii il bisogno di farmi coraggio con una palinka all’albicocca, una specie di grappa ungherese, un farmaco per la mia insicurezza: infatti, nonostante la preparazione mentale, la santa luce del sole estivo, e l’ottimismo di fondo, io con la bella donna che, probabilmente annoiata, dopo due soli balli con me, era tornata direttamente al tavolo suo, ero svantaggiato in partenza. Come nella vita del resto. Stavo risalendo la china lunga ed erta, uno Stelvio dalla parte di Prato da fare in bicicletta in non più di due ore[5]. Sono venticinque chilometri di salita, ora molto dura ora meno. Imprese amorose, imprese ciclistiche, imprese educative, imprese letterarie. Si cerca sempre un potenziamento e un miglioramento attraverso ogni impresa.
Dopo avere bevuto, non a dismisura, e averla guardata con una certa insistenza, non proprio con fissità, ma in modo piuttosto tenace, senza del resto venirne contraccambiato, se non di sfuggita, mi avvicinai a lei mentre beveva una birra, con lentezza, e parlava con voce bassa, adagio, alla vicina, verosimilmente un’altra finnica, bionda però, e non bella. Aveva le gote rossicce e lo sguardo stralunato quest’altra.
Salutai Elena con calore, ma lei, quasi stupita, sembrava non ricordarsi di me, perciò con fatica e imbarazzo, cercai di rammentarle il nostro incontro serale; poi, in modo diretto, giacché oramai era l’unica cosa da fare, la ratio extrema, dissi che due sere prima io l’avevo notata subito per il suo stile, e non l’avevo scordata neppure per un momento. Anzi, avevo premeditato un nuovo colloquio tra noi. Avevo passato due giorni aspettando di incontrarla un’altra volta per dirle che avrei voluto conoscerla meglio. Speravo che potessimo parlare ancora.
“Di che cosa vuoi parlare ? ” mi domandò con miglior labbia e senza intonazione retorica, guardandomi, del resto, con un’espressione di curiosità vagamente ironica. Sembrava volesse lasciare la scelta e l’iniziativa a me, visto che ero, chissà perché, tanto interessato a un colloquio con lei.
Notai che mi stava osservando in maniera già un poco più attenta. La mia proposta diretta doveva averla interessata in qualche modo. Il suo sguardo sembrava aggiungere alle parole: “E allora? Quali argomenti possiamo avere in comune noi due? Dimmelo tu, visto che ci tieni tanto”.
Mi sentii incoraggiato, e, sorridendo, risposi:
“ Di quanto può interessarti, dimmelo tu! Siamo due insegnanti educatori. Possiamo partire scambiandoci idee sul nostro lavoro. Magari non dove c’è chiasso.
Se vuoi, ti porto a vedere la puszta, la grande pianura senza alberi. Conosco una csárda dove suonano le danze ungheresi di Brahms, si beve del vino buono e si può parlare stando in pace. Sono sicuro che abbiamo qualche cosa da dirci, forse anche molte.
Hai un’aria da persona riflessiva. Mi piacerebbe sapere che cosa pensi, e dirti a mia volta quanto spero possa interessarti di quello che penso io, rispondendo alle tue domande, se me le farai. Sono molto curioso di te. Credo che abbiamo qualche altra cosa in comune oltre la scuola che pure ci sta a cuore”.
“Che cosa?” , domandò lei, forse per vedere se parlavo a vanvera.
“La voglia di imparare, di conoscere aspetti belli della vita, di ricordarli. Oggi potremo raccogliere impressioni preziose e farne tesoro. Potremmo donarci a vicenda dell’energia parlando e ascoltando”.
Elena fece un sorriso non privo di simpatia e di consenso.
Sicché aggiunsi: “Vorrei capire da dove hai tratto lo stile che ammiro”.
“Che cosa cerchi di dirmi?
“Che tu mi piaci”
“Anche tu sei non sei insignificante”, concluse, forse alludendo al mio corteggiamento molto diretto e poco usuale . Per lo meno l’avevo incuriosita. Perciò insistevo.
Aveva compreso che mentre cercavo di fare bella figura con lei, chiedevo il suo aiuto. Non me lo negò poiché era una persona buona oltre che bella.
Con questo suo soccorrermi mi diede la forza e la voglia, che non ho più perduto, di offrire il mio soccorso ad altre persone come me bisognose di intelligenza e di affetto.
Anzi, potei farlo con Elena stessa una ventina di giorni più tardi, come vedrete.
La donna bella e fine mi guardava con un’espressione sempre meno generica, quasi benevola, comunque non riluttante. L’altra mi fissava con gli occhi sgranati e poco espressivi: non capivo nemmeno se fosse in grado di comprendere quanto dicevo nel mio inglese trattato come se fosse una lingua neolatina, cioè inglesizzando molte parole italiane o pronunciando le inglesi di ceppo germanico, con l’ accento pesarese, tra il marchigiano e il romagnolo. Non ho mai voluto eliminarlo dalla mia identità linguistica.
Del resto Elena conosceva il latino, una conoscenza che costituiva uno dei fattori di coesione tra noi.
“Se vuoi, puoi invitare anche la tua amica”, dissi, accennando con il capo alla biondastra imbambolata e poco attraente, a dire il vero.
Accanto alla bellezza la non avvenenza si accentua e appare deforme.
“In questo caso, chiamo un mio amico italiano intelligente; così, in modo più vario, ci scambiamo notizie sulle culture, credo alquanto diverse, dei nostri paesi lontani”.
Il tono doveva essere quello giusto: Helena, dalla prima curiosità quasi stupita, era passata a uno sguardo sempre più attento. Anche l’idea di farla salire sulla mia automobile nuova e poco comune, mi faceva coraggio nella mia debolezza di allora. Mi aveva guardato con simpatia, finalmente: forse si era accorta che non ero brutto del tutto, né integralmente cretino, né proprio vuoto e volgare. Quindi, con tono ed espressione non avversi alla mia proposta, si rivolse in finlandese a quell’altra chiedendole, immagino, che cosa ne pensasse. La bionda tardava a rispondere. Allora l’idolo mio cominciò a parlarle in inglese, probabilmente per significarmi che potevo intervenire in favore del programma.
Lo feci con foga, propugnando la puszta sconfinata, la caratteristica osteria di Hortobágy, i violini e i cembali degli zigani che suonano le danze popolari magiare e le danze ungheresi di Brahms. Fuori dalla csárda invece si poteva ascoltare il canto del vento estivo che soffiava sulle nove arcate del celebre ponte e ne traeva suoni arcani.
L’altra, l’attonita bionda che si chiamava Marja Liisa, continuava a fissarmi con gli occhi sbarrati senza dire parola, come Argo, il mostro insonne dalle mille pupille, messo dal padre Inaco a guardia di Iò, la fanciulla concupita da Zeus.
“Chissà-pensai-forse questa specie di guardiana, è stata posta alle calcagna dell’idolo mio per controllarla. Cercherò di neutralizzarla. Io non sono Perseo, mi mancano i calzari alati, ma questa Gorgone la eludo, stordita com’è”.
Quindi ruppi gli indugi e dissi: “Va bene. Ora vado a chiamar il mio amico”.
Allora il bersaglio massimo dei miei desideri disse con voce soave: “Sì, va bene: andiamo nella puszta”.
Veramente si poteva parlare anche lì, ma la puszta era un pretesto per andare via insieme e creare un precedente, magari con una complicità da sviluppare. Come quella antica instaurata con Fulvio, la prima volta di Debrecen, nel luglio del 1966.
Corsi a cercare il rinforzo del caro amico, trattenendomi per non fare salti di gioia. Sì, quella donna, molto probabilmente, era destino. La stessa Afrodite dal dolce sorriso ci spingeva benignamente all’unione preparata e benedetta da lei.
“Fulvio”-dissi assai concitato- sono innamorato e chiedo il tuo aiuto! Vieni, andiamo via con due donne, due finlandesi”. Gliele indicai con un cenno forse pur troppo evidente. Fulvio, per sua cortesia e umanità, infatti era chiaro di quale delle due potevo volere l’amore con tanto slancio, rispose: “sì vengo volentieri, però ti prego, lasciami la bionda dagli occhi di Medusa”. Gentile, gentiluomo di Parma.
“Certo” feci “ma vedi di non lasciarti pietrificare”.
Ancora l’amico non aveva ingranato con la futura moglie, l’insolente del Carso.
“Va bene, va bene”, lo incalzai, “io voglio la mora. Non è per gioco né per vanità che la voglio. Neanche per fare numero. Io la amo. Quella non è una donna, è la dèa che completerà la mia nascita di uomo umano. Accresce la coscienza della mia umanità.
Sbrighiamoci però: non posso perdere per colpevole inerzia il dono che il destino mi offre con tanta benevolenza! Questa donna ha dato un senso profondo al mio tempo”. Aggiunsi queste parole con un’enfasi tale che doveva togliere ogni dubbio alle mie intenzioni.
Bologna 5 luglio 2026 ore 11
p. s.
Statistiche del blog
All time2437558
Today3128
Yesterday7603
This month39970
Last month193158
Nessun commento:
Posta un commento