Così tutti e quattro salimmo sulla nera Volkswagen decappottata. Cercavo di fare bella figura anche guidando l’automobile. Se non altro, da appassionato ciclista quale sono, davo sempre la precedenza alle biciclette. Ma anche ai pedoni. Ai più deboli insomma. Da bambino tenevo per Ettore e per i Troiani. E per gli Indiani massacrati dai bianchi nei film western. Sono sempre stato dalla parte delle vittime vessate dai prepotenti.
A metà strada, Elena disse che da come mi comportavo alla guida sembravo una persona gentile e sicura. Ero tutto contento. Mi sembrava che un cielo più vasto vestisse il mondo di luce paradisiaca. Duravo fatica a non scoppiare di gioia. Ma non dovevo esplodere. Dovevo procedere sull’ abbrivio del successo appena iniziato. La bella donna, presa di mira dalle mie brame, dal bisogno del suo corpo e del mio riscatto, stava entrando in sintonia con me. Non c’è niente di meglio, di più stimolante di tali accordi nel breve e rapido corso di questa vita mortale, attesi come siamo dal triste nocchiero che ci fa fretta arrivando perfino a gridare mentre dormiamo: “sbrigati a salire sul naviglio infernale, tu mi fai perdere tempo!”
Allora ci svegliamo risoluti a compiere quanto dobbiamo a noi stessi prima che sia troppo tardi.
Stavo ritrovando l’amore difficile, troppo spesso smarrito, di mia madre, della nonna Margherita, di mia sorella, Margherita anche lei, e delle nostre zie, Rina, Giulia e Giorgia. Le ho recuperate tutte al mio affetto e alla mia gratitudine grazie anche all’amore contraccambiato da Elena.
Attraversando la puszta con gli occhi umidi dalla felicità, notavo con simpatia le oche e le pecore bianche, i grossi maiali neri, le falangi di girasoli verdi e gialli, i cavalli pezzati, i pozzi dalle lunghe antenne scenografiche; tutto con simpatia e gioia guardavo, perfino le grosse nuvole scure e acquose che da occidente minacciavano pioggia.
Scorreva un torrente cromatico con un mormorio che faceva eco ai miei sentimenti.
Ogni cosa aveva una sua attrattiva siccome era parte di un processo naturale che mi apparteneva. Era lo scenario della mia crescita in termini umani.
Mi sentivo in armonia e in comunione con il mondo, come sempre succede quando si viene contraccambiati nell’amore o quando si crea qualche cosa di bello. Questo l’avrei fatto più avanti, se quella donna ispiratrice di sentimenti forti avesse riconosciuto e favorito il mio genio.
Elena mi ha favorito e la contraccambio ancora, cinquantacinque anni più tardi, facendola conoscere e amare da voi lettori che mi leggete a centinaia di migliaia in tutto il mondo.
Arrivati a Hortobágy, distante da Debrecen una trentina di chilometri, entrammo nella grande osteria dove gli zigani suonavano i loro strumenti.
In quella musica, già ascoltata negli anni precedenti in vari locali di Debrecen, e lì nella puszta, sentivo fin dall’estate lontana del ’71, l’eco di un tempo remoto che però non mi induceva alla nostalgia, anzi mi dava la spinta a procedere, “soffio possente di un fatale andare”[6], poiché confrontando il presente con il passato, notavo un continuo progresso che non si sarebbe arrestato durante la mia vita terrena, forse neppure oltre la morte. I suoni discordanti che componevano la mia vita potevano essere armonizzati in una melodia ricca di significato e di promesse riguardo a successive conquiste in termini di umanità.
“Chi si affatica sempre a procedere oltre, noi possiamo redimerlo”, dice il coro di angeli nell’atto di salvare Faust[7]. Questo mi ricordai.
Entrammo e ci mettemmo seduti a un tavolo situato vicino a una stufa di maiolica o terracotta policroma, bianca e azzurra come una formella robbiana. Mi vennero in mente quelle viste alla Verna un pomeriggio nel quale ero salito lassù durante un giro ciclistico della Toscana. La mattina ero andato a vedere la Maddalena di Arezzo, la Madonna incinta di Monterchi e la Vergine della Misericordia di Borgo Sansepolcro: figure semplici e belle, ideali e reali, dolci e risolute come la donna che stava seduta di fronte a me.
La poesia di spirito e carne che vedevo nella figura di Elena non stava al di sotto della pittura poetica e matematica di Piero, anzi. Confrontavo ricordando. Mi invadeva una strana consolazione precorritrice di grande gioia.
Durante quei pellegrinaggi nell’alta valle tiberina le immagini del pittore di Sansepolcro, il giaciglio dell’onesto Francesco, lo stesso Gesù della pinacoteca del Borgo, il Cristo che esce dal sepolcro, “accigliato colono imbalsamato dal sole”[8], mi avevano riconciliato con la religione cristiana, facendomi antivedere una risurrezione mia, grazie alle donne belle e fini che avrebbero donato gioia e conforto alle solitudini immense, alle fatiche erculee dei questa mia vita da asceta pagano cui sono stato predestinato da sempre e per sempre.
Avvertenza: il blog contiene otto note e il greco non traslitterato
Note dei capitoli precedenti che ho suddiviso oggi
[1] Cfr. Sergej Ejzenštein, Memorie, trad. It. Se, Milano 2000, p. 84
[2] Cfr. Seneca, Thyestes 618-619 Clotho … rotat omne fatum.
[3] Cfr. Virgilio, Eneide, VI, 625-626
[4] Nell'Edipo re il sole oltre essere " pavntwn qew'n provmo"" (660), il primo fra tutti gli dei, è anche la fiamma che nutre la vita, "th;n pavnta bovskousan flovga" (v. 1425); nell'Edipo a Colono (v. 869) è, con una ripresa dell'idea omerica, "oJ pavnta leuvsswn Hlio"", Elio che vede tutto. Platone nella Repubblica (508c sgg.) insegna che il Sole è figlio del Bene che il Bene generò simile a sé: infatti quello che è il bene (to; ajgaqovn) nel mondo intelligibile (ejn tw`/ nohtw`/) è Elio nel mondo visibile (ejn tw`/ oJratw`/). Il dio Elio in effetti occupava il posto che verrà attribuito a Cristo: il 25 dicembre, il solstizio d’inverno nel calendario giuliano[4], prima dell’affermarsi del cristianesimo, era il dies natalis solis invicti. La scuola di oggi fatta per raccomandati figli di raccomandati o per figli di facchini predestinati dall’empia ingiustizia al facchinaggio, non insegna più queste verità. Continuerò a farlo io con questo blog.
[5] Impresa che mi riuscì nel 1984, a 39 anni suonati
Note di questo capitolo
[6] G. Pascoli, Alexandros, v. 34.
[7] Goethe, Faust, II, 11936- 11937.
[8] Roberto Longhi, Da Cimabue a Morandi, p. 83.
Bologna 5 luglio 2026 ore 11, 26 giovanni ghiselli
p. s.
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