martedì 7 luglio 2026

Euripide seconda parte. La vita. La critica di Aristofane e di Nietzsche.


 

Euripide nacque ad Atene verso il 485, ma la tradizione che riuniva i tre drammaturghi del V secolo intorno all'anno 480, faceva coincidere il suo giorno natale con quello della battaglia di Salamina (verso la fine di settembre).

 

Una Vita anonima afferma che il poeta era figlio di un "bottegaio" e di una "erbivendola, e che aveva avuto due mogli infedeli, notizie ricavate probabilmente dalle commedie di Aristofane[1] che fanno di Euripide uno dei loro bersagli polemici.

 L'autore delle Baccanti  sarebbe stato discepolo di Anassagora e amico di Socrate, secondo una tradizione critica che lo assimila ai filosofi contemporanei e lo considera il portavoce della sofistica.

Ma nessuna certezza, quasi nessun punto fermo è possibile trovare nelle sue tragedie, animate da eterni cercatori di qualche cosa che non trovano.

 Euripide e alcuni suoi personaggi non hanno nemmeno la certezza della vita e della morte. 

Nel Frisso (fr. 833) e nel Poliido (fr. 638) compare una famosa questione: “tiv" d  j oi\den eij to; zh'n mevn ejsti katqanei'n, --to; katqanei'n de; zh'n kavtw nomivzetai;”, chi sa se il vivere non sia  essere morti,/ ed essere morti invece laggiù non venga considerato vivere?

 

 Sotto il segno della sofistica Euripide aveva imparato a dubitare di tutto. Anche la storia del sodalizio con Socrate e addirittura della loro complicità , che Nietzsche considera foriera di morte per la tragedia classica, parte da Aristofane il quale nelle Rane [2] fa dire al coro soddisfatto per la vittoria di Eschilo su Euripide:" bella cosa è dunque non stare seduto a chiacchierare con Socrate disprezzando la musica e trascurando la grandezza dell'arte tragica" (vv. 1492-1496).

Sentiamo la rielaborazione di Nietzsche: “ Se abbiamo dunque riconosciuto che Euripide non riuscì in genere a fondare il dramma soltanto sull’apollineo, che anzi la sua tendenza antidionisiaca si sviò in una tendenza naturalistica e non artistica, potremo ormai avvicinarci all’essenza del socratismo estetico, la cui legge suprema suona a un dipresso: “Tutto deve essere razionale per essere bello”, come proposizione parallela al socratico: “solo chi sa è virtuoso”.

 

“Con questo canone alla mano Euripide misurò ogni particolare, rettificandolo secondo tale legge: la lingua, i caratteri, la costruzione drammaturgica, la musica corale. Ciò che noi sogliamo tanto spesso imputare a Euripide come difetto e regresso poetico in confronto alla tragedia sofoclea, è per lo più il prodotto di quell’incalzante processo critico, di quella temeraria razionalità…Euripide si accinse a mostrare al mondo, come anche fece Platone, l’opposto del poeta “irragionevole”; il suo principio estetico “tutto deve essere cosciente per essere bello” è, come ho detto, la proposizione parallela al precetto socratico “tutto deve essere cosciente per essere buono”. Per conseguenza Euripide può essere da noi considerato come il poeta del socratismo estetico. Ma Socrate era quel secondo spettatore che non capiva la tragedia antica e perciò non l’apprezzava; in lega con lui Euripide osò essere l’araldo di una nuova creazione artistica. Se a causa di essa la tragedia antica perì, il principio micidiale fu dunque il socratismo estetico; in quanto peraltro la lotta era rivolta contro il dionisiaco dell’arte antica, riconosciamo in Socrate l’avversario di Dioniso, il nuovo Orfeo che si leva contro Dioniso e, benché destinato a essere dilaniato dalle Menadi del tribunale ateniese, costringe alla fuga lo stesso potentissimo dio. Quest’ultimo, come nel tempo in cui era fuggito[3] di fronte al re degli Edoni Licurgo, si salva nelle profondità del mare, cioè nei flutti mistici di un culto segreto, che a poco a poco invaderà il mondo intero”[4].  Cerca capitolo  e Orfeo?

“Questa filosofia si era configurata, a partire dal libro giovanile  La nascita della tragedia dallo spirito della musica (1872), come una critica della decadenza che, secondo Nietzsche, caratterizza la cultura europea dalla fine dell’epoca tragica dei greci. Rovesciando quello che era stato l’orientamento classicistico di quasi tutto il pensiero europeo del Settecento (ma anche prima, dal Rinascimento) in poi, Nietzsche pensa che la vera vitalità del mondo greco antico, il suo significato di modello per ogni cultura successiva, vada riconosciuto nel periodo presocratico, cioè ptrplatonico, che si chiude con la tragedia euripidea e con l’insegnamento di Socrate. La grande tragedia greca (Eschilo, Sofocle) era infatti l’espressione di una civiltà ancora profondamente radicata nel mito, che nelle storie degli dèi e degli eroi tragici costruiva una immagine luminosa della vita umana la quale però aveva senso nella misura in cui manteneva un sentimento profondamente pessimistico, tragico, del destino umano. La tragedia, sosteneva Nietzsche, era nata come sintesi di spirito (o elemento) apollineo-l’impulso alla forma definita, che dà luogo per esempio all’arte della scultura; e di spirito (o elemento) dionisiaco-che è invece l’immediato sentirsi all’unisono con la vicenda incessante della vita e della morte, dove i confini dell’individualità e della coscienza sono travolti come da un fiume in piena. Dionisiaca per eccellenza è la musica (questo Nietzsche lo aveva imparato da Schopenhauer, per il quale, come si ricorderà, la musica era oggettivazione immediata della volontà di vivere).

Con Euripide (il cui teatro sarebbe tutto permeato di motivi razionalistici) e soprattutto con Socrate, che oppone al mito un’idea del mondo come ordine razionale in cui “non c’è nulla da temere” , purché ci si faccia guidare dalla ragione, l’equilibrio tra elemento apollineo e elemento dionisiaco si rompe, a favore del primo. Succede un po’ quello che, nel nostro secolo, pensatori profondamente influenzati da Nietzsche come Horkheimer e Adorno chiameranno la “dialettica dell’illuminismo”: l’imporsi di una visione razionale del mondo fa perdere il contatto con la vera realtà della vita umana, e soprattutto uccide la capacità di creare, la libertà dell’immaginazione poetica, in definitiva anche la libertà nel senso più pieno della parola. Decadenza, per il Nietzsche del libro sulla tragedia, è dunque la scienza che si sviluppa a partire dal razionalismo socratico, e che si armonizza perfettamente con la morale cristiana, per la quale il mondo reale con cui abbiamo da fare quotidianamente è solo provvisorio e apparente (come erano le cose sensibili per Platone, solo immagini delle idee eterne), e ha la sua autentica verità nel mondo dell’aldilà promesso ai fedeli dopo la morte. La decadenza della civiltà europea è un effetto dell’atteggiamento ascetico che è imposto sia dal razionalismo socratico-platonico sia dal cristianesimo: ascesi è infatti lo sforzo del cristiano di non lasciarsi dominare dalla passione per le cose di quaggiù, come ascesi è lo sforzo dello scienziato di prescindere dalle immagini mobili delle cose cercando la verità, cioè le leggi permanenti della natura, attraverso una messa tra parentesi dei propri interessi e dei propri punti di vista “soggettivi” ”[5]. 

 

Su Socrate vicino ai sofisti non tace Leopardi: “E Socrate stesso, l'amico del vero, il bello e casto parlatore, l'odiator de' calamistri[6] e de' fuchi[7] e d'ogni ornamento ascitizio[8] e d'ogni affettazione, che altro era ne' suoi concetti se non un sofista niente meno di quelli da lui derisi?” (Zibaldone, 3474).

 

 

 Euripide scrisse una novantina di drammi ma vinse il concorso tragico solo quattro volte, molto meno di Sofocle e meno anche di Eschilo.

  Nietzsche sostiene che questo grande drammaturgo era meno gradito di Sofocle al pubblico ateniese siccome non spronava la massa con il superiore punto di vista dell'eroismo, ma portava sulla scena lo spettatore, l'uomo medio, i tratti non riusciti della natura, il grechetto scaltro e la mediocrità, facendo trionfare la scaltrezza, rendendo paradigmatico il calcolo e l'intrallazzo dello schiavo immerso nella materia[9].

Anche questa critica, unilaterale e malevola, parte da Aristofane che accusa Euripide di  mettere in scena pezzenti e malriusciti, personaggi in vario modo presi di mira dagli uomini o dalla natura.

Possiamo  ancora fare l’esempio degli Acarnesi , quando Diceopoli si reca da Euripide per farsi prestare gli stracci [10] con i quali copriva i suoi personaggi "cwlouv~” (v.411), zoppi, e “ptwcouv~ ” (v.413), pitocchi.

“Un cenno a parte va riservato agli eroi “mendicanti” del teatro euripideo. Essi sono bersaglio, com’è noto, della feroce satira di Aristofane, che ce ne offre un vero e proprio catalogo (Ach. 414 ss.) e giunge a coniare per lo stesso Euripide l’epiteto di rJakiosurraptavdh~[11], “rammendatore di stracci”.

Il testo del poeta comico fa esplicito riferimento a tragedie andate perdute, sì che non possiamo ben valutare quale fondamento abbiano le sue critiche. Di certo abbiamo vari indizi che la rappresentazione del Telefo nel 439, in cui il re di Misia indossava le vesti di un pitocco, suscitò vibrato imbarazzo e scalpore…La conclusione che se ne deve trarre è che, se pur è indubbia la presenza nella mordace parodia di Aristofane di una rilevante componente di detorsio, sarebbe riduttivo interpretare tale parodia in chiave di gratuito gioco comico: l’ipotesi più probabile è che anche in questo come in altri casi lo sperimentalismo euripideo, almeno nelle sue parti più esasperate, abbia finito con l’urtare la sensibilità degli spettatori, provocandone il risentimento e il rigetto”[12].

Per il tragediografo quale maestro di scaltrezza ingenerosa, antieroica,  possiamo invece tornare alle Rane  quando il personaggio di Euripide, in competizione con quello di Eschilo, si vanta di avere insegnato a ", a pensare, a osservare, capire, raggirare, amare,  macchinare, sospettare il male, considerare ogni cosa "(v.957-958). Insomma Euripide procedeva:"portando sulla scena situazioni familiari e usuali" (v.959), afferma questa  caricatura  inventata da Aristofane. La “commedia attica nuova” [13]  sarà il proseguimento di questo dramma già borghese.

“E così l’aristofanesco Euripide rileva a sua lode di aver rappresentato la vita e la pratica comune, nota, quotidiana, di cui ognuno era capace di giudicare…A una massa siffattamente preparata e illuminata poteva rivolgersi ora la commedia nuova, per la quale Euripide è divenuto in un certo senso l’istruttore del coro; questa volta però era il coro degli spettatori che doveva impratichirsi. Non appena esso fu esercitato a cantare nella tonalità euripidea, sorse quel genere di spettacolo di tipo scacchistico, la commedia nuova, col suo continuo trionfo della furberia e della scaltrezza[14].

Euripide ha ricevuto da Aristofane anche la reputazione  di misogino: nelle Tesmoforiazuse [15] che  rappresenta le donne alla festa di Demetra, una battuta attribuita al personaggio del tragediografo manifesta il suo timore  delle femmine umane decise a vendicarsi per tutte le maldicenze, più o meno giustamente, subite  :  mevllousi m j aiJ gunai'ke~ ajpolei'n thvmeron-toi'~ Qesmoforivoi~, o[ti kakw'~ aujta;~ levgw "(vv. 181-182),  oggi alle Tesmoforie le donne vogliono uccidermi poiché dico male di loro[16].

 

A.  Hauser  mette in rilievo la modernità delle donne di Euripide che prefigurano quelle del dramma borghese dell’Ottocento: “Francamente e liberamente, egli discute le relazioni fra i sessi, il matrimonio, la condizione della donna e dello schiavo, e fa della leggenda di Medea quasi un dramma borghese. La sua eroina in rivolta contro il marito è forse più vicina alle donne di Hebbel e di Ibsen che alle eroine della tragedia anteriore[17].

once we have acclimate ourselves to the special conventions which his theater demanded we can recognize that his premises and objectives and even his modes of expression are nearer our own world than are the Elizabethians. In his program and outlooks he is actually quite close to Ibsen and Shaw[18], una volta che ci siamo acclimatati con le convenzioni particolari che il suo teatro ha richiesto, noi possiamo riconoscere che le sue premesse e gli obiettivi e perfino i suoi modi espressivi sono più vicini al nostro mondo di quanto lo siano gli Elisabettiani. Nel suo programma e nei suoi modi di vedere egli è molto vicino a Ibsen e Shaw.

Hadas mostra come i personaggi eroici della tradizione vengano demoliti da Euripide: “In the Iphigenia at Aulis, for example, Agamemnon an Menelaus are plainly pompous, ambitious, ineffectual politicians, Achilles a braggart soldier, Clytemnestra a middle class matron. The true heroine, whose selfless virtue makes the rest of the cast look tarnished and vulgar, is the simple Iphigenia[19], nell’Ifigenia in Aulide, per esempio, Agamennone e Menelao sono chiaramente pomposi, ambiziosi, incapaci politici, Achille è un soldato spaccone, Clitennestra una matrona della classe media. La vera eroina, la cui altruistica virtù fa sembrare il resto dei personaggi disonorato e volgare, è la semplice Ifigenia.

Veramente anche Achille è presentato come persona semplice e schietta (cfr. i vv. 926-927 che citerò più avanti).

Pesaro 7 luglio 2026 ore 11, 39 giovanni ghiselli

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[1] Negli  Acarnesi  (del 425) dove il protagonista Diceopoli dice al personaggio Euripide:"dammi il cerfoglio che ti ha lasciato la mamma"   (v. 478).

 Aristofane nelle Rane presenta il personaggio Euripide che invoca l’Etere suo nutrimento aijjqh;r ejmo;n bovskhma  (poesia come aria fritta?)  e mulinello di lingua (glwvtthς strovfigx, 892) e l’intelligenza (xivnesi) e narici di fiuto sottile, ossia capaci di fiutare i gusti del pubblico.

Eschilo chiede a Euripide che cosa abbia scritto lui di buono

Euripide: non ippogalli né caprocervi (iJppalektruovnaς, tragelavfouς), ma come ricevetti la tua tevcnhn oijdou'san, l’arte gonfia, di smargiasserie e parole pesanti, i[scnana me;n prwvtiston aujthvn, l’ho snellita e le ho tolto pesantezza (kai; to; bavroς ajfei'lon) con paroline e raggiri (ejpullivoiς kai; peripavtoiς) e con bietoline bianche (dall’effetto lassativo) e un decotto filtrato dai libri, poi con una cura ricostituente di monodie, e un pizzico di Cefisofonte. Questo sarebbe stato suo collaboratore e amante della moglie.

 

[2] [2]  Del 405 a. C.

[3] Invero Dioniso è una di quelle figure mitiche e divine che assumono diversi aspetti. Arriano avverte che gli Ateniesi venerano un altro Dioniso, rispetto a quello tebano figlio di Zeus e Semele. Il dio ateniese è  figlio di Zeus e di Core, e il canto Iacco dei misteri viene intonato a questo , non a quello tebano (Anabasi di Alessandro, 2, 16, 3).  Anche Nietzsche riconosce questa duplicità: “Dal sorriso di questo Dioniso sono nati gli dèi olimpici, dalle sue lacrime gli uomini. In quell’esistenza in quanto dio smembrato Dioniso ha la doppia natura di un demone crudele e selvagio e di un dominatore mite e dolce” (La nascita della tragedia, p. 72)

Così forse si spiega la differenza tra il Dioniso feroce delle Baccanti e quello di Omero cui allude Nietzsche, un dio impaurito (Iliade, 6, 135 Diwvnuso" de; fobhqeiv" ) e infantile, che, minacciato da Licurgo, si getta in mare dove Tetide lo accolse in seno, spaventato e tremante per le grida dell’uomo feroce. Poi c’è   il Dioniso pauroso e ridicolo delle Rane di Aristofane. Questo dio  fugge, terrorizzato da Empusa, tra le braccia del suo sacerdote (v. 297), quindi viene apostrofato dal servo Xantia  con:" oh tu, davvero il più vigliacco degli dèi e degli uomini!"(v. 486). Il dio se l'era voluta, cacandosi addosso dalla paura (v. 479) n.d. r.

[4] F. Nietzsche, Die Geburt der Tragödie, La nascita della tragedia, pp. 85 e sgg.

[5] Gianni Vattimo, Dialogo con Nietzsche, pp.244-245.

[6] Da calamistrum, “ferro per arricciare i capelli” (ndr).

[7] Da fucus, “tintura rossa” (ndr).

[8] Da ascisco, “annetto” (ndr).

[9] F. Nietzsche, La nascita della tragedia, cap. 11. Ne citeremo alcune frasi nella parte introduttiva alla Medea.

[10] "dov~ moi rJavkiovn ti”, dammi uno straccio!" lo prega  (v. 415).

[11] Rane 842. Ndr.

[12] Di Marco, Op. cit., p. 101.

[13] La nascita della tragedia, p. 76.

[14] La nascita della tragedia, p. 77-78. Cfr. i vv. 67-68 della Medea e la scheda “Il mondo antieroico di  Euripide”.

[15] Del 411 a. C.

[16] Il parente che si reca alla festa travestito da donna per difendere Euripide, risponde all’accusatrice la quale  lo rimprovera  poiché fa  il paladino di un tragediografo che non ha rappresentato mai una  Penelope, gunh; swvfrwn (Tesmoforiazuse, v. 548), una signora per bene :"io infatti conosco la causa: ché, tra le donne di ora, non potresti menzionarmi una sola Penelope, sono tutte Fedre, dalla prima all'ultima"( vv. 549-550). Con questo nome si intende la moglie infedele, anzi sgualdrina come viene chiamata Fedra in compagnia di Stenebea  nelle Rane (v. 1043). Ma la creatura di Euripide è un'altra cosa. Casomai donna favorevole ai facili costumi nell’Ippolito  è la  nutrice di Fedra che cerca di favorire il soddisfacimento della libidine della sua signora in varie maniere: prima spingendola a non curarsi dell'integrità morale: "chi è nato per morire non deve passare la vita affaticandosi troppo" (Ippolito, v. 467); quindi tentando di chiarirle di quale cosa veramente necessiti:"tu non hai bisogno di parole piene di decoro, ma di quell'uomo"(490-491); e infine

 rivelando quell'amore  a Ippolito il quale, dedito principalmente a intrecciare ghirlande con fiori colti da prati immacolati (vv.73-74) per donarle ad Artemide, una dea vergine, dà in escandescenze, e si scaglia contro  le femmine umane tutte, biasimate in ogni possibile versione, tanto che per ciascuna viene auspicata come naturale la convivenza con le bestie mute (v.646).

Leggiamo l’intera invettiva: “:

"O Zeus perché ponesti nella luce del sole le donne,

un male ingannatore per gli uomini?

 Se infatti volevi seminare la stirpe mortale,

  non era necessario ottenere questo dalle donne , ma bastava che i mortali mettendo in cambio nei tuoi templi oro e ferro o un peso di bronzo, comprassero il seme dei figli, ciascuno del valore del dono offerto, e vivessero in case libere, senza le femmine. Ora invece quando dapprima stiamo per portare in casa quel malanno, sperperiamo la prosperità della casa. Con questo è chiaro che la donna è un gran malanno: infatti il padre che l'ha generata e allevata, dopo avere aggiunto la dote la colloca altrove, per liberarsi da un male. Quello che ha preso in casa la pianta perniciosa invece, gode nel caricare di ornamenti belli l'idolo pessimo e si affatica per i pepli, infelice, distruggendo la ricchezza della casa. Ma è costretto al punto che, se si è imparentato bene, si tiene lieto un letto amaro, mentre, se ha preso buoni letti ma parenti inutili stringe con il bene una sciagura. E' più facile per quello con il quale si è messa in casa una nullità, che del resto è una donna inutile per la stoltezza. La saccente poi la detesto; che non stia in casa con me una donna la quale pensi più di quanto a una donna convenga. Infatti l'operare malvagio Cipride lo fa nascere più nelle saccenti; mentre una donna sprovveduta è sottratta alla pazzia dalla sua mente corta. Bisognerebbe poi che dalla donna non andasse una serva ma che con loro vivessero le mute bestie feroci tra i bruti, affinché non potessero parlare ad alcuno né ricevessero a loro volta voce da quelle. Ma ora le scellerate che sono in casa filano tele scellerate e le serve le portano fuori. Come anche tu, certo, scellerata testa, sei venuta da me per trafficare il letto inviolabile del padre, infamie che io ripulirò con acque correnti, versandole nelle orecchie. Come dunque potrei essere cattivo io che avendo udito tali infamie ritengo di essere impuro? Sappi bene o donna che ti salva la mia religiosità: se infatti non fossi stato preso alla sprovvista da giuramenti sugli dèi, non mi sarei mai trattenuto dal rilevare questo al padre. Ma ora me ne vado al palazzo finché Teseo è lontano dalla regione, e terrò la bocca in silenzio. Poi, tornato con il piede del padre, osserverò come lo guarderai tu e la tua padrona; e mi renderò conto, avendola assaggiata, della tua sfrontatezza. Possiate morire! Non mi sazierò mai di odiare le donne, neppure se uno dice che io lo ripeto sempre; infatti quelle appunto sono sempre malvagie in una maniera o nell'altra. Dunque o qualuno insegna loro a essere sagge, oppure lasci che io le calpesti sempre (Ippolito   vv. 616-668).

 

 

[17] Storia sociale dell’arte p.120

[18] Moses Hadas and John McLean, with an introduction by Moses Hads, Ten plays by Euripides, Bantam Books, New York, 1966, p. VIII.

[19] Op. e p. citati sopra.


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