La forma di u{bri" segnata a dito da Sofocle è la presunzione intellettuale che costituisce il vero peccato di Edipo il quale crede troppo nella propria intelligenza e, istigato per giunta dalla madre, arriva a bestemmiare gli oracoli.
Uno dei centri ideologici del dramma è costituito dai versi 396-398:"arrivato io,/ Edipo, che non sapevo nulla, lo feci cessare/ azzeccandoci con l'intelligenza (gnwvmh/// kurhvsa" ) e senza avere imparato nulla dagli uccelli- oujd ‘ ajp j oijwnw`n maqwvn".
Questa affermazione di autonomia, per Sofocle, poeta tradizionalista e pio, è dismisura, prepotenza, cecità mentale e morale che fa crescere la mala pianta del tiranno (v.873), il quale, salito su fastigi altissimi è però, destinato a precipitare nella necessità scoscesa[1] dove non si avvale di valido piede, ajpovtomon…eij~ ajnavgkan e[nq j ouj podi; crhsivmw/- crh'tai" (vv. 877-879). Vedremo che il despota è spesso affetto da zoppia, quanto meno mentale, ma non solo, e che la tirannide è una “sovranità claudicante” [2].
Anche Mefistofele del Faust di Goethe è zoppo, per via di un piede equino. Nella taverna di Auerbach a Lipsia, uno dei goliardi buontemponi, come le vede entrare, domanda: Was inkt der Kerl auf einem fuss ? (2184)n, come mai zoppica da un piede quello?
La bestemmia contro il numinoso che, nel poeta di Colono, come in Erodoto, aleggia sulla terra assumendo varie forme, viene ribadita da Edipo più avanti, in complicità scellerata con la regina Giocasta, al grido empio della quale:" O vaticini degli dei, dove siete?", il re Edipo, suo marito e pure suo figlio, fa eco con questa tirata blasfema:" Ahi, perché dunque, o donna, uno dovrebbe osservare/ il fatidico altare di Delfi o gli uccelli/ che schiamazzano in alto?- h] tou;~ a[nw klavzonta~ o[rnei~- ..Gli oracoli che c'erano, li ha presi/ Polibo che giace presso Ade, ed essi non valgono nulla"(vv.964 e sgg.).
“Sofocle, è noto, non amava raffigurare direttamente il soprannaturale sulla scena, come fa invece, in forme ancora fortemente arcaiche, Eschilo”[3]
Edipo e Giocasta dunque sono rappresentanti di quel pensiero laico-sofistico cui Sofocle si oppone con tutta la sua produzione poetica, e più che mai con l’ Edipo re, dove il coro, portavoce dell'autore, nella prima strofe del secondo Stasimo, "punto nodale della tragedia"[4], canta:"Oh, mi accompagni sempre la sorte di portare/ la sacra purezza delle parole/e delle opere tutte, davanti alle quali sono stabilite leggi/sublimi, procreate/attraverso l'etere celeste di cui Olimpo è padre da solo né le /generava natura mortale di uomini/né mai dimenticanza/potrà addormentarle:/grande c'è un dio in loro e non invecchia" (vv. 863-872).
"Da questi versi risuona chiaro ad ognuno l'addolorato avvertimento del poeta:"la religione è in pericolo", la religione che per lui coincide con le leggi non scritte, eterne e divine che rappresentano il fondamento morale della vita sociale. Con tutta la forza della sua convinzione egli scende in campo per essa nel luogo sacro, per umiliare con la rappresentazione della storia sacra la superbia dell'intelletto, per fugare il dubbio e per sostenere la fede vacillante"[5].
Sofocle pensa che se il pensiero sofistico prevarrà, non avrà più senso scrivere tragedie.
:"Se infatti tali azioni sono onorate,/ perché devo eseguire la danza sacra? Tiv dei` me coreuvein; " (vv.895-896).
Infatti con la morte di Sofocle finì la grande tragedia greca classica.
Se gli oracoli vanno in malora e Apollo è dimenticato, tramontano gli dèim va in malora il divino e[rrei de; ta; qei`a (v.910); allora la stessa rappresentazione tragica, che fa parte della liturgia religiosa, perde ogni significato e diviene assurda. Tale sopravvalutazione dell'intelligenza porta Edipo ad un attivismo smisurato[6] il cui termine è, come per ogni dismisura, il dolore.
Lo ha capito perfettamente un non specialista come Marcel Proust quando scrive:" E meglio di un coro di Sofocle sull'umiliato orgoglio di Edipo, meglio della morte stessa e di qualsiasi orazione funebre, il saluto premuroso e umile del barone alla signora di Saint-Euverte proclamava quanto di fragile e perituro c'è nell'amore d'ogni terrena grandezza e d'ogni umana superbia"[7].
Bologna 2 luglio 2026 ore 18, 42 giovanni ghiselli
p. s.
Stattistiche del blog
All time2413507
Today5740
Yesterday10179
This month15919
Last month193158
[1] Troviamo un locus analogo nel primo coro dell'Agamennone di Seneca quando le donne di Micene notano che la Fortuna/ fallax (vv. 57-58) inganna con grandi beni collocandoli troppo alti in praecipiti dubioque (v. 58), in luogo scosceso e insicuro. Infatti le cime sono maggiormente esposte alle intemperie, ai colpi della Fortuna, e predisposte alle cadute rispetto alle posizioni medie:"quidquid in altum Fortuna tulit,/ruitura levat./Modicis rebus longius aevum est;/felix mediae quisquis turbae/sorte quietus…" (vv. 101-104), tutto ciò che la Fortuna ha portato in alto, per atterrarlo lo solleva. E' più lunga la vita per le creature modeste: fortunato chiunque sia della folla mediana contento della sua sorte.
La caduta dall'alto è prevista dal Viceré del Portogallo in La tragedia spagnola di Thomas Kyd (del 1585) :"Sciagurata condizione dei re, assisi fra tanti timori senza rimedio! Prima, noi siam posti sulla più eccelsa altezza, e spesso scalzati dall'eccesso dell'odio, ma sempre soggetti alla ruota della fortuna; e quando più in alto, non mai tanto godiamo quanto insieme sospettiamo e temiamo la nostra rovina" (III, 1).
Non solo nella tragedia il potere è malvisto da Seneca: nel De brevitate vitae troviamo l’immagine di Augusto che, come altri potenti, desidererebbe discendere dalla sua sommità: “cupiunt interim ex illo fastigio suo, si tuto liceat, descendere; nam, ut nihil extra lacessat aut quatiat, in se ipsa fortuna ruit " (4, 1, 2), desiderano talora discendere da quel culmine, se fosse possibile farlo senza pericolo; infatti posto che nulla dall'esterno la minacci o scuota, la fortuna implode da sola.
Del resto Proust ci ricorda che la vecchiaia fa precipitare tutti:"la vecchiaia... è pur sempre lo stato più miserando per gli uomini, e che li precipita dai loro fastigi a somiglianza dei re delle tragedie greche" Il tempo ritrovato , p. 359..
[2]Vernant e Vidal-Naquet, Mito e tragedia due , p. 49.
[3] Sofocle, Edipo a Colono (a cura di) G. Avezzù e G. guidorizzi, p. XV.
[4]W. Nestle, Storia della religiosità greca , p. 218.
[5]Nestle, op. cit., p. 219.
[6] In La nascita della tragedia (cap.9) Nietzsche ha sottolineato che il tendere e lo sforzarsi nella vita attiva, ha portato il figlio di Laio prima alla sventura, poi alla passività di Colono dove il "paziente", entrato in una sfera di trasfigurazione, raggiunge infine la sua dimensione benefica riconoscendo i limiti stretti dell'attività e dell'intelligenza umana.
[7] (Il tempo ritrovato, p.190).
Nessun commento:
Posta un commento