giovedì 2 luglio 2026

Sofocle prima parte.


 

Sommario

Vita e opere. L’assenza della misura è la radice di ogni male. L’u{bri~ fa crescere la mala pianta del tiranno. La devozione verso gli oracoli, prima di tutti quello delfico. L’eujkoliva e la qeofiliva di Sofocle. Il suo debito a Omero. La critica elogiativa dell’Anonimo Sul sublime. L’ambiguità dell’affabulazione sofoclea. L’ironia tragica. La forza dei legami di sangue. L’arcaismo di Sofocle. L’umanesimo di Sofocle. Le Trachinie: Il tema della moglie trascurata e oltraggiata che cerca di recuperare il marito assenteista e infedele.

 

Sulla vita di Sofocle riferisco i dati che possono avere influenzato l'opera o impressionato la critica. Nato nel 497-496 da famiglia agiata, nel 480 guidò il coro dei giovinetti che celebrarono la vittoria di Salamina danzando e cantando un peana ad Apollo. Fruì di un'accurata educazione ginnica e musicale, tanto che poté recitare nei suoi drammi, interpretando la parte di Tamiri cui spettava suonare la cetra, e quella di Nausicaa impegnata a danzare lanciando la palla. Rimase quasi sempre ad Atene, dove partecipò alla vita politica fra i dirigenti della città. Nel 442 fu ellenotamio, uno dei tesorieri della confederazione delio-attica; nel 441, in seguito al successo dell'Antigone, fu eletto fra i dieci strateghi, e fu stratego anche una seconda volta, nel 427, con Nicia.  Queste notizie  significano che nemmeno Sofocle fu l'intellettuale da tavolino, come sarà lo scrittore  bibliotecario di Alessandria, anticipato in qualche modo  da Euripide che nelle Baccanti del resto arriverà al disgusto del sapere libresco e cerebrale:" to; sofo;n d j ouj sofiva (v.395), il sapere non è sapienza. E’ quella che T. Mann chiama “nausea del conoscere”[1].

Nel 413, dopo la catastrofe della spedizione in Sicilia, Sofocle fece parte del collegio dei Probuli che prepararono il governo oligarchico dei Quattrocento.

 

Verso la fine della vita venne citato in giudizio dal figlio Iofonte per demenza senile. Il vecchio recitò il primo stasimo del suo ultimo dramma, l'Edipo a Colono, quale prova che non aveva perduto il senno. Naturalmente fu assolto. L'episodio è raccontato in modo sintetico e vivace da Apuleio nell' Apologĭa:"Sophocles poeta Euripidi aemulus et superstes, vixit enim ad extremam senectam, cum igitur accusaretur a filio suomet dementiae, quasi iam per aetatem desiperet, protulisse dicitur Coloneum suam, peregregiam tragediarum, quam forte tum in eo tempore conscribebat, eam iudicibus legisse nec quicquam amplius pro defensione sua addidisse, nisi ut audacter dementiae condemnarent, si carmina senis displicerent. Ibi ego comperior omnis iudices tanto poetae assurrexisse, miris laudibus eum tulisse ob argumenti sollertiam et coturnum facundiae, nec ita multum omnis afuisse quin accusatorem potius dementiae condemnarent"(37), il poeta Sofocle, rivale di Euripide e a lui sopravvissuto, arrivò infatti fino alla vecchiaia estrema; allora accusato di demenza dal suo stesso figlio, come se per l'età oramai vaneggiasse, si dice che abbia presentato il suo Edipo a Colono , ottima tra le tragedie, che egli componeva appunto in quel tempo, e l'abbia letta ai giudici, aggiungendo a propria difesa nient'altro che osassero condannarlo per pazzia  se dispiacevano i versi del vecchio poeta. Trovo scritto che tutti i giudici si levarono in piedi davanti a tanto poeta, esaltandolo per la bravura della trama e la grandiosità dello stile tragico, e non mancò molto che piuttosto condannassero l'accusatore per demenza.  

 

Morì nel 406, poco dopo Euripide, per la cui scomparsa durante il proagone delle Dionisie fece recitare il coro e gli attori in abito da lutto e senza corona. Dopo la morte fu onorato come eroe Dexion, l'Accoglitore,  poiché aveva partecipato al culto di Asclepio, il dio risanatore, ospitandone in casa la statua quando questa fu portata da Epidauro ad Atene. Un  segno della sua pietas e della sua lontananza  dalla medicina scientifica.

Il Dioniso delle Rane  di Aristofane rivela che il poeta conservò anche dopo la morte quello spirito equilibrato e sereno che lo aveva caratterizzato sulla terra:"oJ d j eu[kolo" me;n e[nqavd j, eu[kolo" d j ejkei'", egli è di buon carattere qua come lo era là  (v.82).

I drammi sofoclèi  danno insegnamenti: prima di tutto vogliono indicare a dito[2] la necessità di mantenere viva la religione delfico- apollinea e di credere nella santità dei precetti pitici:"Conosci te stesso" e "Nulla di troppo".

 

Hillman nota che Goethe irrise il primo questi precetti: “Conosci te stesso? Se io conoscessi me stesso, scapperei a gambe levate”[3].

 

Tutta l'opera di Sofocle indica l' u{bri", la prepotenza, come madre della tirannide[4] e di  ogni dismisura. "Non invano il coro della tragedia sofoclèa parla sempre dell'assenza di misura quale radice di ogni male"[5].  Secondo il poeta, nel cosmo c'è un ordine, più grande e più vero di quello delle leggi scritte dagli uomini ed essi devono comprenderlo e rispettarlo.

"Il destino dell'uomo è inserito nell'ordine divino del mondo; e quando l'ordine divino e il disordine umano vengono al cozzo, si sprigiona la scintilla della tragedia. …In base a tutti i drammi di Sofocle risulta evidente che le leggi non scritte non sono costituite esclusivamente né dalle tradizioni familiari né dal rituale mortuario. Le leggi non scritte regolano l'intero ordinamento divino del cosmo" [6].

Ogni respiro che facciamo lo prendiamo dal cosmo. Inaliamo la sua aria; parliamo con il suo fiato; il suo pneuma è la nostra ispirazione. La parola “cosmo” indica un mondo conformato dall’estetica. “Cosmesi” e “cosmetica”, che derivano dal greco kovsmo~, alludono al significato greco originale, quando la parola rimandava alle vesti delle donne, alla decorazione e agli abbellimenti, a tutto ciò che è idoneo, ordinato, arredato e ben disposto, con connotazioni etiche di proprietà, decenza, onorabilità. L’immaginazione estetica è la modalità primaria di conoscenza del cosmo e il linguaggio estetico il modo più appropriato per formulare il mondo”[7].

“L’impressione di compostezza, di equilibrio, di lucida razionalità che molte rheseis sofoclee ci trasmettono è in realtà il frutto della somma perizia del poeta, il prodigio di una genialità espressiva capace di tradurre in forme di austera e semplice eleganza sentimenti, passioni e tensioni di eccezionale intensità”[8].

 

Sentiamo Thomas Mann a proposito della visione religiosa di Giacobbe e di suo figlio Giuseppe: “la convinzione che una vita e un accadere, i quali non possono legittimarsi con una realtà superiore, che non si fondino e non si appoggino su elementi sacri e noti, che si dimostrino incapaci di rispecchiarsi e di riconoscersi nel divino, non sono né vita né accadere; la convinzione, quindi che quel che accade quaggiù non saprebbe accadere né si sognerebbe mai di accadere  se non avesse il suo modello e il suo corrispettivo astrale, era in lui non meno profondamente radicata che nel padre; l’unità nella dualità, l’eterno presente della sfera che eternamente si volge, la commutabilità del mondo celeste e del terrestre, che permette all’uno di convertirsi nell’altro e agli dèi di trasformarsi in uomini ma anche agli uomini in dèi, tutto questo costituiva anche per lui la certezza di fondo della vita”[9].

 

Insomma tutto l’effimero è solo un simbolo afferma  il Chorus mysticus  che conclude il Faust di Goethe e l’eterno femminino ci attira verso l’alto (12104-12111)

 

Bologna 2 luglio 2026 ore 11, 47 giovanni ghiselli

p. s.

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[1] Tonio Kröger, 4.

[2] "Non andrò più all'intangibile/ ombelico della terra a pregare,/ né al tempio di Abae,/ né a Olimpia, /se queste parole indicate a dito (ceirovdekta)/ non andranno bene a tutti i mortali" canta il Coro nel Secondo Stasimo  dell' Edipo re. (vv.897-902).

[3] J. Hillman, La forza del carattere, p. 207.

[4] u{bri" futeuvei tuvrannon, (Edipo re , v. 873), la prepotenza fa crescere il tiranno.

[5]Jaeger, Paideia  1, p. 481.

[6]V. Ehrenberg, Sofocle e Pericle , p. 40 e p. 49.

[7] J. Hillman, La forza del carattere, p. 254.

[8] Di Marco, Op. cit., p. 225.

[9] T. Mann, Il giovane Giuseppe, p. 234-235


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