mercoledì 1 luglio 2026

Conclusione del Prometeo incatenato di Eschilo commentato da diversi autori.

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Prometeo è avvisato, ma, almeno per il momento, non dà segni di resipiscenza, anzi leva la voce ripetendo la sfida con l’evocare il Caos:"ora il ricciolo di fuoco a due tagli (puro;" ajmfhvkh" bovstruco")/sia scagliato pure contro di me, e l'etere/sia irritato dal tuono e dalla convulsione/dei venti selvaggi; i soffi scuotano/la terra dalle fondamenta con le stesse radici,/l'onda del mare con aspro fragore/copra le vie degli/astri del cielo; e, dopo averlo alzato,/ getti il mio corpo nel buio Tartaro/tra i vortici duri della necessità (ajnavgkh~ sterrai`~ divnai~ );/ non mi farà morire del tutto"(vv. 1043-1053). Infatti, non bisogna dimenticarlo, Prometeo non è un uomo ma un dio.

Il fuoco che il titano ha rubato è invitato a sconvolgere il mondo nella confusione universale.

 

 Ermes replica denunciando la pazzia deleteria di Prometeo e la compassione mal riposta, fuori luogo delle Oceanine, le quali tuttavia ribadiscono la loro solidarietà al Titano.

 

Allora il messo di Zeus le minaccia: “Ricordate però le cose che io predìco/e, braccate dall'acciecamento (pro;" a[th" qhraqei'sai), non/biasimate la sorte, e non dite mai/che Zeus vi cacciò in una sofferenza/imprevista; no certo, ma voi/vi ci siete cacciate da sole. Infatti sapendolo/e non all'improvviso né di nascosto/sarete implicate per dissennatezza/nella inestricabile rete dell'acciecamento (eij" ajpevranton divktuon a[th", vv.1071-1079).

 

Le metafore venatorie vengono applicate topicamente ai colpevoli destinati a diventare farmakoiv.

Ciò è molto evidente nell' Edipo re di Sofocle:" Infatti va e viene sotto foresta/selvaggia e su per le grotte, proprio/il toro delle rupi (petrai'o" oJ tau'ro")/inutile con inutile piede[1] bandito in solitudine/ cercando di allontanare i vaticini (mantei'a)/dell'ombelico della terra; ma questi sempre/vivi gli volano addosso" (vv. 477-482).

Del resto lo zoppicante Riccardo III non viene chiamato "the boar "?[2] .

 

L’acciecamento mentale-

L' a[th è una smisurata forza irrazionale che quando si impadronisce di un anima umana la porta alla rovina.

Essa si alza minaccioso anche nel finale dei Sette a Tebe

"si erge il trofeo dell'acciecamento (e{stake  [Ata~ trovpaion) sulle porte/dove andavano a sbattere, e,/impadronitosi dei due, il demone cessò"(vv.958-960).

 

Le ultime parole del Prometeo incatenato  sono pronunciate dal Titano che descrive la tempesta già scoppiata, "correlativo oggettivo" della sua anima sconvolta, ed emblema del Caos , il disordine cosmico e umano, che egli avrebbe rischiato ripristinare confutando l'autorità e l'ordine di Zeus:"certo di fatto e non più soltanto a parole/la terra si è messa ad ondeggiare,/e mugghia il profondo rimbombo/del tuono, e le spire del lampo /brillano (e{like~ d  j ejklavmpousi steroph`~[3]) ardenti, e i turbini fanno girare/la polvere (strovmboi de; kovnin[4]-eiJlivssousi), e saltano i soffi/di tutti i venti dichiarandosi/una guerra (stavsin[5]) reciprocamente contraria/e sono sconvolti insieme il cielo e il mare ( xuntetavraktai d  j aijqh;r povntw/",vv. 1080-1088).

Ci sono rimandi alla sterilità della polvere, alla guerra civile, alla confusione.

 

Tale assalto che vuole creare paura/avanza chiaramente da Zeus contro di me./O maestà della madre mia, o etere/che fai girare la luce comune a tutti (koino;n favo~ eiJlivsswn)/tu vedi come ingiustamente io soffro?-ejsora`~ wJ~ e[kdika pascw;-" (vv. 1089-1093). Sono le ultime parole del dramma.

 

La tempesta marina che minaccia di ripristinare il caos, significativo  del disordine umano, viene descritta anche dall'araldo Euribate che descrive a Clitennestra una tempesta marina subita dalla flotta nell'Agamennone di Seneca:"Mundum revelli sedibus totum suis/ipsosque rupto crederes caelo deos/decidere et atrum rebus induci chaos./Vento restitit aestus et ventus retro/aestum revolvit; non capit sese mare:/in astra pontus tollitur, caelum perit/undasque miscent imber et fluctus suas" (vv. 484-490), avresti creduto che l'intero universo fosse strappato dalle fondamenta, e che gli stessi dei cadessero dal cielo squarciato, e che il tenebroso caos si stendesse sul mondo. La mareggiata si oppone al vento e il vento risospinge indietro le onde: il mare non sta più dentro se stesso: il ponto è sollevato fino alle stelle, il cielo sparisce, la pioggia e i flutti mescolano le loro acque.

 La regola è una sola: la confusione.

 

Nel penultimo verso del Prometeo incatenato tuttavia c’è un segno positivo: la luce (favo~, 1092) che l’etere fa girare. E’ un segno di resurrezione: “un augurio di più sereno dì”.

Concludo mettendo in evidenza un arcanum imperii: per sottomettere il ribelle, qualsiasi ribelle, la regola è quella di farlo soffrire.

 

La resistenza al dolore a sua volta viene dalla fiducia nella vita.

Nel romanzo di Orwell 1984 la vittima  Winston risponde in questa maniera alla domanda del carnefice O' Brien:"Come fa un uomo ad affermare il suo potere su un altro uomo. Winston ci pensò un pò su. "Facendolo soffrire" (by making him suffer) disse infine. "Esattamente. Facendolo soffrire. L'obbedienza non basta. Se non soffre, come si fa a essere sicuri che egli non obbedisca alla sua volontà, anziché alla tua? Il potere consiste appunto nell'infliggere la sofferenza e la mortificazione (power is in inflicting pain and humiliation). Il potere consiste nel fare a pezzi i cervelli degli uomini e nel ricomporli in nuove forme e combinazioni di nostro gradimento." (p. 280).

 Il potere di questo regime tirannico non è potere sulle cose ma sugli uomini. Il partito del Grande Fratello sta creando: " un mondo di paura, di tradimenti e di torture, un mondo di gente che calpesta e di gente che è calpestata, un mondo che diventerà non meno, ma più spietato, man mano che si perfezionerà...Abbiamo abolito i legami tra figli e genitori, tra uomo e uomo, e tra uomo e donna...L'istinto sessuale verrà sradicato. La procreazione diventerà una formalità annuale come il rinnovo della tessera annonaria. Noi aboliremo lo stesso piacere sessuale. I nostri neurologi stanno facendo ricerche in proposito. Non esisterà più il concetto di lealtà, a meno che non si tratti di lealtà verso il partito. Non ci sarà più amore eccetto l'amore per il Grande Fratello...Se vuoi un simbolo figurato del futuro, immagina uno stivale che calpesta un volto umano-per sempre (p. 281)” If you want a picture of the future, imagin a boot stamping on a human face-for ever” .

Splendida è la risposta di Winston al suo carnefice:"in qualche modo verrete sconfitti. Qualche cosa vi sconfiggerà. La vita vi sconfiggerà (p. 282 Something will defeat you. Life will defeat you)...Io so che alla fine sarete sconfitti. C'è qualche cosa, nell'universo...non so, un qualche spirito, un qualche principio...che non riuscirete mai a sopraffare."

"Credi in Dio, Winston?"

"No."

"E allora quale può essere questo principio che ci annienterà?"

"Non lo so. Lo spirito dell'Uomo"( The spirit of Man p. 283).

 

 

Arriano (II secolo d. C. ): gli  Eracle (sono tre) e i Dioniso (due).

 

A Tiro venerano un Eracle più antico di quello argivo figlio di Alcmena, fin da molte generazioni prima di Cadmo (Arriano, Anabasi di Alessandro 2, 16, 1). L’Eracle argivo invece è dell’età di Edipo figlio di Laio, di Labdaco, di Polidoro, di Cadmo, di Agenore[6]. L’Eracle di Tiro è quello venerato a Tartesso sulle colonne d’Eracle perché Tartesso è una colonia fenicia (Arriano, 2, 16, 4).

Quanto a Gerione custode delle vacche, era un re dell’Epiro come afferma Ecateo (2, 16, 6).

 C’è pure un terzo Eracle egiziano (2, 16, 2).

Arriano menziona  Erodoto il quale sostiene che gli Egiziani venerano Eracle tra i dodici dèi (2, 16, 3). In II, 43 Erodoto considera Anfitrione e Alcmena originari dell’Egitto, ed Eracle una divinità antica cui giustamente i Greci dedicano culti diversi (II,  44). In effetti le funzioni di Eracle differiscono in diverse letture del mito.

 

Allo stesso modo gli Ateniesi venerano un altro Dioniso,  figlio di Zeus e di Core, e il canto Iacco dei misteri viene intonato a questo Dioniso, non a quello tebano figlio di Alcmena (Arriano, 2, 16, 3).

Può essere che Euripide abbia voluto sconsacrare quello tebano appunto.

Così forse si spiega la differenza tra il Dioniso feroce delle Baccanti e quello di Omero, un dio impaurito (Iliade, VI, 135 Diwvnuso" de; fobhqeiv" ) e infantile, che, minacciato da Licurgo, si getta in mare dove Tetide lo accolse in seno spaventato e tremante per le grida dell’uomo.

Poi c’è    quello ridicolo di Aristofane.

 Aristofane nelle Rane  rappresenta Dioniso che  fugge terrorizzato da Empusa tra le braccia del suo sacerdote (v. 297) e che viene apostrofato dal servo Xantia  con:"  w\ deilovtate qew`n su; kajnqrwvpwn"(v. 486), oh tu, davvero il più vigliacco degli dèi e degli uomini. Il dio se l'era voluta, cacandosi addosso dalla paura (v. 479).

Dioniso viene rappresentato nelle Rane come un vilissimo poltrone che il suo stesso schiavo minaccia di prendere a botte.

In un’altra commedia -Uccelli-La città fondata dagli uccelli blocca la via alle avventure amorose degli dèi e intercetta il fumo delle vittime offerte dagli uomini, così che alla fine quelli, costretti dalla fame, devono capitolare. Da quando Pluto, dio della ricchezza, che Zeus per invidia aveva fatto cieco, ha riacquistato la vista, nessuno fa più sacrifici. Aristofane fa strazio dei sofisti, ma era anche lui figlio del suo tempo e sapeva quel che poteva offrire al suo pubblico, e quando con le sue caricature alla Offenbach[7] si attaccò agli dèi, non s’accorse che egli dava all’antica pietà il colpo di grazia”[8].

 

 

Il mito dunque può avere sottolineature diverse ed essere usato con significati vari, come una parola del vocabolario.

 

 

Eratostene di Cirene[9] sostiene che tutto quanto collegava la loro impresa al divino fu gonfiato all’eccesso dai Macedoni pro;~ cavrin th;n jAlexavdrou, per compiacere Alessandro (Arriano, Anabasi,  5, 3, 1). Avendo trovato una grotta nel Parapamiso, dissero che era proprio Promhqevw~ to; a[ntron i{na ejdedeto (5, 3, 2), la grotta di Prometeo, dove era stato legato con tanto di aquila e di Eracle che la uccise. Eratostene non ci crede.

 Per me, conclude Arriano, restino pure nell’incertezza i discorsi su questi fatti ( ejn mevsw/ keivsqwn oiJ uJpe;r touvtwn lovgoi, 5, 3, 4).

 

Curzio Rufo racconta che  l’esercito di Alessandro tra grandi sofferenze valicò il Caucaso (Parapamiso-Hindu Kush), una catena che taglia tutta l’Asia e si congiunge al Tauro. Nel Caucaso c’è una rupe dalla circonferenza di 10 stadi e alta più di quattro in qua vinctum Promethea fuisse traditur (7, 3, 22). Alle falde del monte venne fondata un’altra Alessandria.

 

 

 

Nel film Alexander  (2004) Tolomeo, che da vecchio racconta, assimila Alessandro a Prometeo: entrambi hanno cambiato il mondo.

Alessandro stesso  dice: liberare i popoli del mondo è un’impresa da Prometeo che è sempre stato un amico degli uomini.

 

Sulla confusione.

 Callistene lo storiografo ufficiale della spedizione  e parente di Aristotele disapprovò la confusione tra uomini e dèi e disse che le timaiv, gli onori, devono restare ajpokekrimevnai, distinti (Arriano, 4, 11, 4).

 

Alessandro per rappresaglia convocò l’assemblea dei soldati non Macedoni e li elogiò. Ricordò di avere sposato la figlia di Oxiarte e quella di Dario ut hoc sacro foedere omne discrimen victi et victoris excluderem (Curzio Rufo, Storie di Alessandro Magno, 10, 3, 12. I-II d. C.)).

Asiae et Europae unum atque idem regnum est (13). In fondo ha realizzato il progetto di Serse. Oramai Persiani e Macedoni non si distinguono più: “omnia eundem ducunt colorem” (10, 3, 14).  Devono avere la stessa legge quelli che vivranno sotto lo stesso re. E’ però la confusione.

 

 

Ma Augusto vuole ripristinare gli antiqui mores e Orazio scrive Ode I 3 [10] :"nil mortalibus ardui est;/caelum ipsum petimus stultitiā".

 

 

Dario mandò ad Alessandro  una lettera offrendogli la figlia Statira e la Lidia in dote. La fortuna è mutevole e attira l’invidia, scriveva. Temeva che Al. facesse avium modo (4, 5, 3) e salisse troppo in alto.

Anche Alessandro Magno fu segno di contraddizione

I soldati si lamentavano molto realisticamente e razionalmente invero: “in unius hominis iactationem tot milium sanguinem impendi” (4, 10, 3) per la vanagloria di un solo uomo si spendeva il sangue di tante migliaia. Uno che rinnegava il padre, la patria e caelum vanis cogitationibus petere, mirava al cielo con vane fantasie.

 

A proposito di cieche speranze: “La ragione è nemica d’ogni grandezza: la ragione è nemica della natura: la natura è grande, la ragione è piccola. Voglio dire che un uomo tanto meno o tanto più difficilmente sarà grande quanto più sarà dominato dalla ragione: che pochi possono esser grandi (e nelle arti e nella poesia forse nessuno) se non son dominati dalle illusioni…Esempio: l’impresa d’Alessandro: tutta illusione” (Leopardi, Zibaldone, 14).

 

 

 

Bibliografia su Prometeo

F. Bacone, Sapienza degli antichi, trad. it. Bompiani, Milano, 2000.

M. Bettini, L'arcobaleno, l'incesto e l'enigma a proposito dell'Oedipus di Seneca, "Dioniso", 1983.

G. Biondi, Il mito argonautico nella Medea. Lo stile 'filosofico' del drammatico Seneca, "Dioniso" 1981.

 M. Cacciari, Geofilosofia dell'Europa, Adelphi, Milano, 1994.

 B. Croce, Storia d'Europa nel secolo XIX, Laterza, Bari, 1965.

 I. Dionigi ( testo e commento a cura di) Lucrezio, La natura delle cose, introduzione di G. B. Conte, traduzione di L. Canali, Rizzoli, Milano, 1999.

F. Dostoevskij, I fratelli Karamazov , trad. it. Bietti, Milano, 1968.

G. Ghiselli (a cura di) Antigone, Loffredo, Napoli, 2001.

M. Heidegger, Introduzione alla metafisica , trad. it. Mursia, Milano, 1990.

H.Hesse Il giuoco delle perle di vetro, trad. it. Mondadori, Milano, 1981.

 

 J. Hillman, L'anima del mondo e il pensiero del cuore, trad. it. Adelphi, Milano, 2002.

F. Nietzsche, La nascita della tragedia , trad. it. Adelphi, Milano, 1977.

 G. Orwell, 1984 , trad. it., Mondadori, Milano, 1989.

 P. P. Pasolini, Scritti corsari , Garzanti, Milano, 1975.

A. Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione , trad. it., Laterza, Bari, 1979.

 

E. Severino, Dall’Islam a Prometeo, Rizzolo, Milano, 2003.

 M. Shelley, Frankestein , trad. it. Rizzoli, 1994.

P. B. Shelley, Prometeo slegato, trad. it. Einaudi, Torino, 1997.

 B. Snell, Eschilo e l'azione drammatica , trad. it. Lampugnani Nigri, Milano 1969.

I. Svevo, La Coscienza di Zeno , Dall'Oglio, Milano, 1938.

Tirso de Molina, L’ingannatore di Siviglia, trad. it. Garzanti, Milano, 1991.

G. Verga, I Malavoglia, Mondadori, Milano, 1969

 

Fine Prometeo

 

Bologna primo luglio 2026 ore 17, 09 giovanni ghiselli

p. s.

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[1] melevw/ podiv;: allude al piede gonfio di Edipo identificato con la vittima espiatoria. Ricorda i versi 877-879 già citati: "precipita nella necessità scoscesa dove non si avvale di valido piede, e[nq' ouj podi; crhsivmw/ crh'tai". Il soggetto è  l'u[[bri" di quella monarchia claudicante che è la tirannide. 

[2] Il cinghiale. Riccardo III, 3, 2.

[3]  Ecco l’elettricità, un altro “di quegli agenti terribili” menzionati da Leopardi nello Zibaldone (p. 3645).

[4] La polvere, come la cenere, nei drammi Greci è spesso un simbolo negativo di sterilità e morte. Nell' Antigone, per esempio, il segno positivo  della luce viene contrapposto a quelli negativi della polvere, del sangue e della pazzia:"Ora infatti sull'estrema/ radice si era distesa una luce ( favo" ) nella casa di Edipo/ma poi la polvere macchiata di sangue (foiniva...kovni") /degli dei infernali la falcia,/e pazzia della parola ed Erinni della mente" (vv.599-603). La polvere fa paura forse  perché prefigura l'inevitabile esito della nostra vita:"what is this quintessence of dust? " (Amleto, 2, 2), che cosa è per me questa quintessenza di polvere? domanda il principe di Danimarca. Naturalmente l'uomo, e pure la donna, dei quali Amleto non si prende alcun piacere. Insomma:"I will shaw you fear in a handful of dust" ( The waste land, v.30), in un pugno di polvere vi mostrerò la paura.

 

 

 

[5] E’ la guerra civile che confonde i ruoli, come fa l’incesto, trasformando i fratelli in nemici. Secondo Tucidide cambia anche il significato delle parole. Lo afferma a proposito della guerra civile (stavsi") di Corcira (427-425):"Kai; th;n eijwqui'an ajxivwsin tw' ojnomavtwn ej" ta; e[rga ajnthvllaxan th'/ dikaiwvsei. Tovlma me;n ga;r ajlovgisto" ajndreiva filevtairo" ejnomivsqh" (III, 82, 4), e cambiarono arbitrariamente l'usuale valore delle parole in rapporto ai fatti. Infatti l'audacia irrazionale fu considerata coraggio devoto ai compagni di partito. “Sinistro carnevale, mondo a rovescio, in cui è necessario lottare con ogni mezzo per superarsi e in cui nessuna neutralità è ammessa. Così appare, a Corcira, per la prima volta tra gli Elleni, la più feroce di tutte le guerre (Tucidide, III, 82-84)”, M. Cacciari, Geofilosofia dell'Europa, p.43 

 

[6] Cfr. Edipo re  vv. 266-268:"cercando di prendere l'autore manuale della strage/per il figlio di Labdaco, di Polidoro e anche/ di Cadmo che li precedeva e dell'antico Agenore".

 

[7] Compositore di operette quali Orfeo all’inferno (1858), La bella Elena (1864) e altre. Ndr

[8] Nilsson, Religiosità greca, p. 105.

[9] Geografo e cartografo che nel III sec. A. C. misurò la circonferenza della terra sbagliando solo di 300 km.

[10] In sistema asclepiadeo IV.


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