Nel marzo del 1969 mi laureai con una tesi sulla Poesia ungherese del Novecento aggiungendo conoscenze nuove che sarebbero entrate nel metodo comparativo cui ero predisposto e, quindi, predestinato.
Tra aprile e maggio feci un paio di supplenze a Pesaro cominciando a turbare presidi e colleghi per la mia stranezza e diversità da loro.
Il metodo comparativo allora non esisteva, nemmeno come nome.
Credo di essere stato un promotore, almeno qui in Italia, di tale visione se non panoramica comunque ampia della letteratura europea. Ero ai primi passi, per carità, ma avrei proceduto a lungo e molto efficacemente su questa strada. I colleghi ne rimanevano disorientati, non tanto alle medie, quanto più avanti nei licei. Alcuni organizzeranno una crociata contro il docente eretico da eliminare. La perderanno. Rimanendo sconfitti dal mutare delle mode didattiche e da me. Trovai sostegno perfino nel Ministero della Pubblica Istruzione. Oggi le cose sono cambiate ma sono in pensione dal 2010 e male che vada vengo rimosso da festival e convegni quando parla contraddicendo il conformismo canonico con critica ragionata. Poco male: ho più tempo per questo lavoro di scrittura e pedagogica con la quale narrativa posso educare centinaia di migliaia di persone in tutti i continenti.
Ma torniamo alle prime supplenze dell’aprile 1969.
Agli scolari invece piacquero subito tanto il mio metodo quanto la mia persona. Anche loro mi piacevano.
Stavo scoprendo meglio e volevo valorizzare una componente del mio carattere e del mio destino: quell’ essere a[topo~, fuori luogo, strano appunto, insolito, una caratteristica che attribuisce a se stesso Socrate nel Fedro di Platone (230a) e non se ne vergogna, anzi.
Allora non conoscevo questo dialogo ma iniziai lo stesso a constatare la mia diversità dagli altri anche come insegnante e a compiacermene, pur se mi creava già allora qualche noia e presagivo che me ne avrebbe procurate tante altre e molto più serie. Queste comunque mi hanno rafforzato.
Mi piacque subito essere inusuale perché vedevo che la mia stranezza favoriva l’interesse degli scolari: bambine e bambini dagli 11 ai 14 anni. Nei decenni successivi la mia diversità dall’ordinario sarebbe piaciuta anche agli adolescenti del Liceo classico e ai giovani laureati della SISS. Mi resi subito conto che l’insegnamento era la mia vocazione, che ne avevo una predisposizione straordinaria.
Gli allievi capivano che mi impegnavo per loro, che studiavo per interessarli, che mi stavano a cuore, li ascoltavo, li trattavo con delicatezza e cortesia, li rispettavo, cioè li osservavo cercando di persuaderli ad amare gli autori che amavo io poiché mi avevano aiutato, e pensavo che avrebbero rafforzato e migliorato anche loro.
Citavo belle frasi a memoria per significare che i testi da cui le traevo erano importanti, piacevoli e utili, pieni di significati che spiegavo
Vedevano che in me c’era della serietà e c’era dell’affetto siccome mi adoperavo per loro. Sentivo il bisogno di educare quei discepoli. Fu un primo approccio, breve per giunta, siccome l’estate giunse presto con un’altra Debrecen e con altri contatti umani che sarebbero stati effettuali nel mio destino, eppure questa iniziazione nella scuola cominciò a darmi coscienza di come avrei interpretato il mio ruolo di insegnante. Mi ero già impostato nel modo che avrei perfezionato senza cambiarlo e mi ero avviato sulla strada che avrei percorso metodicamente per tutta la vita fino a oggi. Se avrò davanti altri anni, proseguirò su questa ascesa e, se più avanti ancora, dopo altro tempo, tornerò sulla terra, la riprenderò. Felicemente.
Bologna primo luglio 2026 ore 17, 36 giovanni ghiselli
p. s
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