C’è poi l’ambiguità dei ruoli: Penteo nelle Baccanti prima è oppressore, poi vittima; Medea e la vecchia regina dell’Ecuba prima sono vittime, poi diventano persecutrici e carnefici.
Lo spettatore prova uno “spostamento di simpatia” : “This bewildering shift of sympathy is common in Euripides. We have had it before in such plays as the Medea and Hecuba :oppression generates revenge, and the revenge becomes more horrible than the original oppression. In these plays the poet offers no solution. He gives us only the bitterness of life and the unspoken "tears that are in things”, questo sconcertante spostamento di simpatia è comune in Euripide. Noi lo abbiamo avuto prima[1] in opere come Medea ed Ecuba: l’oppressione genera vendetta, e la vendetta diventa più orribile dell’originaria oppressione. In queste opere il poeta non offre soluzione. Ci dà solo l’amarezza della vita e le non dette ‘lacrime che sono nelle cose’”[2].
“Il poeta tragico non considerava sufficiente una lettura banale della realtà. Essa invece viene, nella tragedia, scoperta dal velo che la omologa a un giudizio univoco, e se ne mostrano recessi nascosti. Questo modo di porsi di fronte alle cose, che rigetta la convenzionalità dell’univoco e rivela una tensione che scardina la normale intelaiatura del reale, può essere considerato una costante del tragico in quanto tale: l’esasperazione della scrittura di Shakespeare e anche il sottile gioco dissacrante di Pirandello si inscrivono in questo quadro”[3].
L’ironia tragica è un’altra caratteristica sofoclea: chi pronuncia le parole intende dare loro un significato che arriva capovolto alle orecchie dello spettatore, come attraverso un'eco rovesciata
“L'ironia tragica potrà consistere nel mostrare come nel corso dell'azione l'eroe si trovi letteralmente "preso in parola", una parola che si ritorce contro di lui arrecandogli l'amara esperienza del senso ch'egli si ostinava a non riconoscere[4]. Solamente al di sopra della testa dei personaggi si allaccia tra l'autore e lo spettatore un altro dialogo ove la lingua ricupera la sua capacità di comunicazione e per così dire la sua trasparenza. Ma ciò che il messaggio trasmette, quando è compreso, è appunto che nelle parole scambiate fra gli uomini esistono zone d'opacità e d'incomunicabilità. Nel momento in cui vede sulla scena i protagonisti aderire esclusivamente a un senso e, così acciecati, perdere se stessi o dilaniarsi a vicenda, lo spettatore è portato a comprendere che esistono in realtà due sensi possibili, o più. Il messaggio tragico gli diviene intelligibile nella misura in cui, strappato alle sue certezze e alle sue limitazioni antiche, egli riconosce l'ambiguità dei termini, dei valori, della condizione umana. Riconoscendo l'universo come conflittuale, aprendosi a una visione problematica del mondo, egli stesso si fa, attraverso lo spettacolo, coscienza tragica"[5].
Un tema fondamentale dei drammi di Sofocle è quello della forza dei legami di sangue.
Antigone fin dal primo verso[6] della “sua” tragedia sottolinea ed enfatizza questo vincolo che, a parer suo, è il più forte tra le persone, come chiarirà nel quarto episodio , dove spiega che un parente pur stretto come uno sposo, ma acquisito, una volta morto si può rimpiazzare, mentre un fratello, defunti i genitori, non è possibile che nasca di nuovo[7]
Questa è una delle non poche posizioni[8] che accomunano il nostro autore a Erodoto il quale (in III, 119, 3-6) esprime il medesimo punto di vista attraverso la moglie di Intaferne: la donna, potendo salvare uno solo dei suoi familiari imprigionati dal grande re Dario, scelse il fratello con la medesima argomentazione della ragazza sofoclea.
Questa scelta costituisce uno degli aspetti dell'arcaismo di Sofocle, il quale, sostiene Hauser,"fin da principio sacrifica l'idea dello stato popolare democratico agli ideali dell'etica nobiliare; e, nella lotta fra il diritto familiare privato e il potere assoluto ed egualitario dello Stato, parteggia risolutamente per l'idea tribale"[9].
Il Nostro autore nuotò contro le onde della storia e delle mode culturali.
Diversa è la posizione di Euripide il quale nell'Oreste[10] fa dire al protagonista, in lode dell'amicizia di Pilade:"acquistate amici, non solo parenti:/poiché chiunque collimi nel carattere, pur essendo un estraneo,/è un amico più caro ad aversi di mille consanguinei (murivwn kreivsswn oJmaivmwn ajndri; kekth`sqai fivlo~)"(vv. 804-806).
Si può pensare del resto che già nell'Alcesti [11] il drammaturgo più giovane rappresenta una sposa la quale sacrifica per il marito la propria vita dopo che il padre e la madre di lui si erano rifiutati di donargli la loro.
Plutarco nella Vita di Solone racconta che il legislatore ateniese permise a chi non aveva figli di lasciare in eredità i propri beni anche fuori dalla famiglia in quanto “filivan te suggeneiva~ ejtivmhse ma`llon kai; cavrin ajnavgkh~” (21, 3), valutò l’amicizia più della parentela e l’affetto più dei vincoli di sangue.
In conclusione nei testi di Sofocle si trova un continuo zampillare di quelle gocce luminose che costituiscono la voce misteriosa degli oracoli e nello stesso tempo l'intimità della coscienza religiosa dell'uomo europeo, tanto che risuona analoga in autori lontani nel tempo e nello spazio. Essa si scontra con il pensiero antroponomo in una collisione tragica che tuttavia non esclude un ottimismo di fondo consistente in un assenso alla volontà divina la quale non può essere cattiva siccome permea questo mondo bello e sacro, rigoglioso di lauri, olivi e viti, allietato dal dolce canto degli usignoli numerosi in mezzo alla boscaglia di Colono, il demo natale del poeta.
E. Rohde, in Psiche scrive: Sofocle "è di quegli uomini molto pii ai quali basta d'intendere appena la volontà divina per sentirsi pervasi di reverenza, e che non hanno il bisogno di giustificare questa potente volontà dal punto di vista dei concetti umani di moralità e di bontà"(p.568).
La morale è misurata dalla religione mentre Euripide viceversa misura la religione con il metro della morale.
Bologna 4 luglio 2026 ore 17, 41 giovanni ghiselli
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[1] Prima delle Baccanti Ndr.
[2] G. Murray, Euripides and his age, p. 187.
[3] V. Di Benedetto (introduzione di) Eschilo, Orestea, p. 9.
[4]Nell'Antigone , al v. 481, Creonte condanna la giovane che ha trasgredito "i novmoi stabiliti". Verso la fine del dramma, al v. 1113, preoccupato per le minacce di Tiresia, egli giura di rispettare d'ora in poi "i novmoi stabiliti". Ma, da una formula all'altra, novmos ha mutato senso. Al v. 481, Creonte l'adopera come sinonimo di khvrugma, editto pubblico proclamato dal capo della città; al v. 1113, il termine ha ritrovato, in bocca a Creonte, il senso che Antigone gli dava all'inizio: legge religiosa, rituale funebre.
[5]J. P. Vernant, Ambiguità e rovesciamento in Mito e tragedia nell'antica Grecia , pp. 89-90.
[6] " w\ koino;n aujtavdelfon jIsmhvnh~ kavra”, o capo davvero fraterno di Ismene, sangue mio.
[7] "Lo sposo, morto uno, ce ne sarebbe stato una altro per me,/e un figlio, da un altro uomo, se avessi perduto questo,/ma siccome il padre e la madre sono racchiusi nell'Ade,/non c'è fratello che possa sbocciare mai più” (Antigone, vv. 909-912). Sentiamo su questi versi celeberrimi il commento di Hegel:"Agli occhi della sorella, il fratello rappresenta in generale l'essenza quieta e uguale alla propria. La sorella si riconosce nel fratello in modo puro, senza la commistione di un rapporto naturale. Nella relazione fratello-sorella non sono date perciò l'indifferenza e l'accidentalità etica della singolarità. Qui, piuttosto, può affermare il proprio diritto il momento del Sé singolare che riconosce e viene riconosciuto; questo Sé, infatti, è legato all'equilibrio del sangue e al rapporto estraneo al desiderio. Ecco perché per la sorella la perdita del fratello è insostituibile, e il suo dovere verso di lui è il dovere supremo" Hegel, Fenomenologia dello spirito , p. 33O.
Nella commedia di Ibsen Il piccolo Eyolf (del 1895) il letterato Alfred Allmers dice alla presunta sorellastra Asta che l'amore fraterno "è il solo legame che sfugga alla legge della trasformazione" ( atto II).
[8]In primis la venerazione dell'oracolo delfico e il rifiuto della tirannide.
[9]A. Hauser, Storia sociale dell'arte, vol. I, p. 122.
[10] Del 408 a. C.
[11] Del 438 a. C.
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