“Hai un’amante che ti aspetta in una camera di questo albergo labirintico?”, fece lei sorridendo.
“No, non ho amanti adesso. Se ho fornicato è successo in altri paesi, luoghi lontani, e per giunta quelle ragazze sono già morte. Ora tu sei il simbolo che può rendermi intero e io vorrei unirmi a te per completare entrambi noi due così dimezzati”, replicai ricambiando il sorriso. “Ora scendo per la scala che porta ai bagni”.
Quindi le chiesi permesso e mi allontanai in direzione delle latrine per svuotare la vescica ormai piena di sangue di toro.
Camminavo sulla terrazza verso la scala con passo sicuro che prevaleva sul braccio destro rotto e ingessato. Immaginavo che lei mi osservasse da dietro e ostentavo la fierezza del pistolero che si allontana dopo aver fatto centro pur sparando con la sinistra.
Il bersaglio già quasi centrato era lei, era Kaisa.
Purtroppo avevo i pantaloni lunghi e non potevo pavoneggiarmi sfoggiando le gambe fatte bene delle quali ero, e sono ancora, assai compiaciuto. La coscia destra rotta il 7 luglio e operata il 10, un anno fa, si sta aggiustando come il braccio destro in quell’estate lontana. Eravamo nel 1972.
Arrivato nel salone interno del piano terreno che risponde alla piazza, a un tratto mi apparve l’immagine di Kaisa.
Forse mi era venuta incontro passando attraverso i corridoi e le gallerie del labirintico albergo dove mi ero perso nel luglio del 1966.
“Ci troviamo entrambi chiusi in un labirinto di nuovo tipo?” mi domandai.
Poi mi lanciai per abbracciare le sue forme soavi, piene di significato: tre volte tentai, ma, ogni volta, invano afferrata, fuggì dalle mani l’immagine dell’amabile amata, pari a un soffio di vento leggero, simile a ombra di sogno (1). Era una presofferenza.
Proprio così andrà a finire con la fine della borsa di studio quando finiva tutto il bello che sto raccontando. Te lo dico subito, lettore. Del resto meglio gioire un mese nell’Università estiva di Debrecen con donne siffatte in amori precari e quasi irreali, come piacciono a me, che annoiarsi un giorno, o, dio buono non voglia, tutta la vita, con certe insulse e fastidiose comari petulanti, incontrate per malasorte, poi conosciute e frequentate con enorme, spaventosa malinconia, e schivate appena in tempo per salvare la vita.
Quella sera del resto non eravamo già vicini alla fine, anzi, non c’era ancora stato nemmeno l’inizio concreto dell’amore mensile che ci spettava.
Mentre scendevo le scale diretto ai gabinetti ipogèi, mi chiesi se ci fosse davvero una Kaisa fiorente con gli occhi dal taglio finnico-mongolico (2) che aspettava me seduta a un tavolo sulla terrazza posta sotto stelle, o se io stessi dormendo, pieno di sonno, e quella finlandese dagli occhi viola fosse soltanto uno spettro fatto della materia dei sogni(3).
Poi mi chiedevo se, magari risalendo le scale e inciampando in un gradino, mi sarei svegliato nel letto della casa di Pesaro, o in quella di Bologna, oppure nel lettino dove mia madre mi aveva predisposto a dormire cantandomi canti di culla (4). Ero io che ricordavo il bambino sul punto do addormentarsi o era il bambino che dormiva e sognava il proprio futuro? Questo mi domandai.
Talvolta, mentre ti racconto queste storie lettore, mi chiedo ancora, e forse te lo chiederai pure tu, se le abbia davvero vissute, o se Helena, Kaisa, Päivi, Ifigenia et ceterae siano soltanto immagini, simili a sogni di nulla
(5), sognati da un misero mendicante dell’amore e della bellezza, uno dei tanti poveri morti di fame.
Avvertenza: il blog contiene 5 note e il greco non traslitterato.
Note
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1. Cfr. Virgilio, Eneide II, 793-794: “Ter frustra comprensa manus effugit imago-par levibus ventis volucrique simillima somno”. Cfr. anche Pindaro, Pitica VIII, 95-96 skia``~ o[nar-a[nqrwpo~ , sogno di ombra è l’uomo.
2. Cfr. gli occhi di Claudia Chauchat di Der Zauberbeg di Thomas Mann.
3. Non siamo davvero noi uomini sogni di ombre? È questa una considerazione che va da Pindaro: "skia'" o[nar/a[nqrwpo" "(Pitica VII, vv. 95-96).; a Sofocle che nell'Aiace fa dire a Ulisse, preso da rispetto e compassione per il nemico precipitato nella follia: "JOrw'' ga;r hJma'" oujde;n oj;nta" a[llo plh;n-ei[dwl j, o{soiper zw'men, h] kouvfhn skiavn" (vv.125-126) vedo infatti che non siamo altro che larve, quanti viviamo, o muta ombra; a Shakespeare il cui Macbeth prossimo alla fine dice: "Life’ s but a walking shadow; a poor player, That struts and frets his hour upon the stage, And then is heard no more: it is a tale Told by an idiot, full of sound and fury, Signifyng nothing" (V, 5), la vita è solo un'ombra che cammina; un povero attore che si pavoneggia e si agita sulla scena nella sua ora e poi non se ne parla più: è la storia raccontata da un idiota, piena di frastuono e di furia, che non significa nulla.
Prospero nella La tempesta (del 1612) conclude: "We are such stuff/as dreams are made on; and our little life/is rounded with a sleep", Noi siamo fatti con la materia dei sogni, e la nostra breve vita è circondata dal sonno"(IV, 1).
4. Cfr. Pascoli, La mia sera: “Mi sembrano canti di culla,-che fanno ch’io torni com’era (… ) - sentivo mia madre (…) poi nulla (…) - sul far della sera”. Ultima strofe.
5. Cfr. Pascoli, Il mendico: “e simile a sogno di nulla - nell’acqua c’è l’ombra sua bruna - che appena si dondola e culla-nel lume di luna” (ultima strofe).
Pesaro 10 luglio 2026 ore 16, 10 giovanni ghiselli
p. s.
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