Allora, è vero che i personaggi euripidei sono antieroi meschini, calcolatori, borghesi o pezzenti?
Spesso i mortali sono per moralità superiori agli dèi, numi privi di intelligenza e giustizia. Del resto Euripide non è un dogmatico e le sue ipotesi spesso sono prima formulate, poi negate.
Murray lo definisce “The veteran free-lance of thought”[1], il vecchio libero professionista del pensiero.
“Alla base della sua indole curiosamente scettica e di quella cupa malinconia che conferisce alla sua arte un fascino così particolare, si trova un medesimo spirito di dissoluzione: quella stessa dissoluzione di ogni eticità positiva e di ogni dedizione e forma di rispetto, che si era realizzata con un’ampiezza così terribile nella vita del popolo ateniese e che gli ultimi drammi di Euripide raffigurano in tutte le sue atroci conseguenze coi tratti più vivaci” (Droysen, Aristofane, p. 220).
La poetica delle lacrime.
Ciò che lo stimola a comporre è il carattere patetico del soggetto: al drammaturgo ateniese, come a Virgilio, interessano le situazioni che grondano lacrime.
Il pianto, al pari della poesia, può dare una strana consolazione: lo afferma il coro delle donne troiane prigioniere :"come sono dolci le lacrime (wJ~ hJdu; davkrua) per quelli che vivono male, e i lamenti dei pianti e una musa che narri il dolore" ( Troiane ,vv. 608-609).
La razionalità viene sopraffatta dal patetico e dal pianto che può essere piacevole:"avanti, ridesta lo stesso lamento, solleva il piacere che viene dalle molte lacrime"(Elettra , vv. 125-126). E’ Elettra che parla con se stessa.
Nell'Elena, Menelao afferma:"le lacrime sono la mia gioia: hanno più dolcezza che dolore[2] "(654-655).
“Il realismo di Euripide fu odioso a Sofocle. Quelle cascate di calde lacrime non avevano musica per lui”[3].
La poesia dovrebbe dare una strana consolazione ma difficilmente lo fa
Nella Medea troviamo una dichiarazione di poetica che collega gli affanni alla poesia: questa dovrebbe avere una funzione consolatoria del dolore:” nessuno trovò il modo di fare cessare con la poesia e con i canti dai molti toni gli odiosi affanni dei mortali”(vv.195-197).
“Non è casuale che alla perdita di contatto con la realtà politica del suo tempo si accompagnasse in Euripide una sempre più decisa teorizzazione di una poetica che poneva al centro della creazione tragica lo sfogo del personaggio attraverso il pianto”[4].
Certo è che in Euripide ricorre spesso la fuga dai luoghi e dai tempi, insomma dalla storia quale "favola mentita", con un'anticipazione del lavqe biwvsa~ di Epicuro.
La miseria del potere
Ione sostiene la superiorità della vita ritirata su quella impegnata o tesa al potere che viene smontato[5] :"del potere lodato a torto/l'aspetto è dolce, ma dentro il palazzo/c'è il dolore (tajn dovmoisi de;- luphrav): chi infatti è felice, chi fortunato/se, temendo e guardando di traverso (dedoikw;" kai; parablevpwn), trascina/il corso della vita? Preferirei vivere/da popolano felice piuttosto che essendo tiranno ("dhmovth" a]n eujtuch;"-zh'n a]n qevloimi ma'llon h] tuvranno" w[n"),/il quale si compiace di avere amici malvagi,/mentre odia i generosi per paura di attentati " (Ione, vv. 621-628).
E' questa un'affermazione ricorrente nell'opera euripidea: torna nell' Ifigenia in Aulide dove lo stesso Agamennone, richiesto di sacrificare la vita della primogenita , dice a un vecchio servo:" ti invidio, vecchio,/invidio tra gli uomini quello che passa una vita/senza pericoli, ignorato, oscuro (ajgnw;" ajklehv" );/ quelli che stanno tra gli onori li invidio di meno"(17-20).
Si apre la strada all’Ellenismo: nel mito[6] di Er della Repubblica di Platone, l'anima di Odisseo, dovendo scegliersi un'altra vita "guarita da ogni ambizione per il ricordo degli antichi travagli, andò in giro a lungo cercando la vita di un uomo privato e disimpegnato"(62Oc).
Il secondo coro del Tieste di Seneca (cfr. v.
542-544) conclude anteponendo alla vita dell'uomo famoso e di potere quella del privato e augurandosi di morire ignoto agli altri, ma noto a se stesso:"me dulcis saturet quies:/obscuro positus loco,/leni perfruar otio;/nullis nota Quiritibus/aetas per tacitum fluat./Sic cum transierint mei/nullo cum strepitu dies,/plebeius moriar senex./Illi mors gravis incubat,/qui, notus nimis omnibus,/ignotus moritur sibi " (Thyestes, vv. 393-403), mi sazi una dolce tranquillità: rifugiato in un luogo sconosciuto, possa godere di un dolce tempo tutto per me; la mia vita trascorra in silenzio sconosciuta a tutti i cittadini. Così quando saranno passati i miei giorni senza chiasso alcuno, morirò vecchio uno dei tanti. La morte pesa grave su chi troppo noto a tutti, muore ignoto a se stesso.
Il potere e la rinomanza secondo questi vecchi Micenei non sono dei beni.
Giovani morti ante diem, eroicamente.
Con le ultime tragedie di Euripide, il primo letterato puro, dunque comincia il distacco dalla storia e dalla politica. Eppure a volte si trovano forme di eroismo, quali il sacrificio alla patria o alla famiglia, di una giovane vita come quella di Ifigenia, o di Alcesti , o di Polissena[7] , o di Macaria[8] la figlia di Eracle negli Eraclidi , o di Meneceo, figlio di Creonte nelle Fenicie (997-998) . Giovani che muoiono ante diem e muovono la commozione di Euripide, come poi quella di Virgilio. Si tratta di eroismi improvvisi fondati non su abitudine morale ma su entusiasmi e slanci che magari succedono alla paura, come nel caso di Ifigenia, o allo scetticismo. Aristotele infatti, si ricorderà, trova il difetto di una scarsa coerenza nella protagonista dell’ l'Ifigenia in Aulide (Poetica 1454a, 31).
Lo spartano Menelao personaggio negativo nell’Oreste e nell’Andromaca.
Aristotele biasima la malvagità di Menelao nell’Oreste, non giustificata da alcuna necessità artistica.
Vediamo alcuni aspetti del testo di Euripide. Oreste intanto ridicolizza lo zio[9] sfidandolo in tutta la sua tronfia vanità: "ajll j i[tw xanqoi'" ejp j w[mwn bostruvcoi" gaurouvmeno"" (Oreste, v. 1532), venga pure pavoneggiandosi per i biondi ricci fluenti sulle spalle"[10].
Questo Menelao ricorda il comandante compiaciuto dei riccioli di Archiloco[11] e prefigura il Pirgopolinice cincinnatus di Plauto: “Populi odium quidni noverim, magnidicum, cincinnatum,/moechum unguentatum? ” (Miles gloriosus, v. 923), come potrei non conoscere, quell’individuo odioso a tutti, lo spaccone, riccioluto, puttaniere impomatato? , domanda la meretrice Acroteleutium.
Tolstoj in Guerra e pace individua il militare bello e vano, un vero e proprio stratego archilocheo francese e napoleonico, in Gioacchino Murat :" un uomo d'alta statura dal cappello adorno di piume, i capelli inanellati che gli piovevano sulle spalle. Indossava un mantello scarlatto, e le lunghe gambe erano protese in avanti (...) in effetti costui era Murat, che ora aveva assunto la qualifica di re di Napoli (...) cosicché aveva un'aria più trionfante e imponente di quanto l'avesse prima (...) Alla vista del generale russo, con gesto regale e solenne, respinse indietro il capo con quei capelli a riccioli fluenti sulle spalle (...) La faccia di Murat raggiava di stolida soddisfazione" (pp. 925-926).
Questo bellimbusto tradito dalla moglie vuole la morte dei nipoti:"qualcuno apra la casa: ordino ai servitori di forzare queste porte, per salvare almeno mia figlia dalle mani di uomini sanguinari e riprendere la mia povera, misera sposa, per la quale bisogna che muoiano di mia manocoloro che l’ hanno ammazzata"(Oreste,1561-1566).
Menelao non è solo cattivo, ma anche ridicolo, poiché di fatto Elena non è stata uccisa ma assunta in cielo come annuncia Apollo che apparso ex machina svela gli arcana del governo divino:"Io la salvai e la strappai dalla tua[12] spada, dopo averne ricevuto l'ordine dal padre Zeus. Infatti, come figlia di Zeus bisogna che viva eternamente; in compagnia di Castore e Polluce starà nelle volute dell’etere, salvezza per i marinai.
Tu [13] prenditi un'altra sposa e tienila in casa poiché gli dèi con la bellezza di costei indussero a scontrarsi Elleni e Frigi e causarono molte morti, per togliere alla terra l'oltraggio della ridondante massa dei mortali"(Oreste , vv. 1633-1642). Così conosciamo la causa della guerra[14], e vediamo che gli uomini muoiono per i piani degli dèi.
Menelao è un personaggio negativo poiché nel mito era lo spartano e nel 408, l'anno in cui venne rappresentata questa tragedia, Alcibiade, dopo essere tornato trionfalmente ad Atene, chiamò a raccolta tutte le energie contro i Lacedemoni nel tentativo disperato di ribaltare le sorti della guerra. Eppure Euripide non si trova sempre in disaccordo con l’antipatico e mal reputato marito di Elena: non quando l’Atride accusa Apollo per il fatto che ha ordinato il matricidio a Oreste:"certo ignaro assai della bellezza e della giustizia"(Oreste, v. 417 ).
Menelao del resto è un pessimo personaggio già nell’Andromaca: in questa tragedia perseguita la vedova di Ettore la quale lo apostrofa dandogli del fau`lo~ (v. 325), della nullità, e del pallone gonfiato dalla dovxa, la reputazione, che gonfia appunto la vita di tanti uomini che non valgono nulla: “oujde;n gegw`si bivoton w[gkwsa~ mevgan”(v. 320).
Peleo si scaglia contro Menelao : lo chiama infame assassino di Achille (v. 615). E aggiunge che non vale nulla (v. 641), che non ha avuto nessun merito nella presa di Troia. In Grecia c’è l’usanza sbagliata di riconoscere solo ai capi il vanto delle imprese, e il comandante, non facendo niente più di uno solo, ottiene una fama maggiore
“oujde;n plevon drw'n eJno;" e[cei pleivw lovgon” (Andromaca, v. 698)[15].
Bertolt Brecht fa eco a questa critica: “Il giovane Alessandro conquistò l’India./Da solo?/Cesare sconfisse i Galli./Non aveva con sé nemmeno un cuoco?”[16].
Le guerre le vogliono i potenti e gli speculatori, le iene del campo di battaglia. Il Cappellano della pièce di Brecht Madre Courage e i suoi figli dice che la guerra non finirà mai; se ci sarà crisi “le verranno in soccorso gli imperatori, i re e il papa”.
Pesaro 10 luglio 2026 ore 9, 38 giovanni ghiselli
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[1] Euripides and his age, p.188.
[2] C’è il piacere della confusione e mescolanza dei sentimenti, la voluttà delle lacrime che è reperibile in D'Annunzio, se vogliamo trovare in Euripide gli archetipi della letteratura decadente. In L’innocente , Tullio Hermil ebbro di bontà e di amore per Giuliana prima di scoprirla impura, ne beve le lacrime con felice voluttà:"-Oh, lasciami bere- io pregai. E, rilevandomi, accostai le mie labbra ai suoi cigli, le bagnai nel suo pianto" (p. 145.)
[3] O. Wilde, Il critico come artista in Oscar Wilde, Opere, p. 319.
[4] V. di Benedetto, Euripide: teatro e società, p. 228.
[5] Il potere verrà demonizzato del tutto da Seneca, " per questo uomo di potere…il potere è un nucleo irriducibile di male-insieme fatto e subìto, avviluppato nelle rispondenze tra violenza oggettiva e angoscia soggettiva" G. Paduano (a cura di), Edipo, p. 9.
[6] Il mito è sempre una "immagine concentrata del mondo" (Nietzsche, La nascita della tragedia, p. 151).
[7] Nell’Ecuba.
[8] Macaria, come Antigone, rinuncia alle nozze e alla vita per i fratelli (Eraclidi, 579-580).
[9] In un film di Fellini potrebbe essere “lo zio patacca”.
[10] Questa descrizione si può inserire nel tovpo" del guerriero non bello ma valoroso contrapposto al bellone vanaglorioso .Archiloco ha fama di avere inventato il tovpo" del miles gloriosus con il frammento 60 D. :"non amo lo stratego grande (mevgan strathgovn) né dall'incedere tronfio/né compiaciuto dei riccioli (bostruvcoisi gau'ron), né ben rasato;/ma per me sia pur piccolo, e storto di gambe/a vedersi, però che proceda con sicurezza sui piedi, e sia pieno di cuore/ (kardivh" plevw") ".
Nel Miles gloriosus di Plauto, il parassita Artotrogo si inventa, per compiacere Pirgopolinice, che una donna gli avrebbe chiesto se era Achille, e avrebbe aggiunto che era bello: “vide caesaries quam decet” (v. 64), guarda come gli sta bene la chioma, e avrebbe chiamato fortunatae le donne che potevano giacere con lui
Tolstoj in Guerra e pace individua il militare bello e vano, un vero e proprio stratego archilocheo francese e napoleonico, in Gioacchino Murat :" un uomo d'alta statura dal cappello adorno di piume, i capelli inanellati che gli piovevano sulle spalle. Indossava un mantello scarlatto, e le lunghe gambe erano protese in avanti (...) in effetti costui era Murat, che ora aveva assunto la qualifica di re di Napoli (...) cosicché aveva un'aria più trionfante e imponente di quanto l'avesse prima (...) Alla vista del generale russo, con gesto regale e solenne, respinse indietro il capo con quei capelli a riccioli fluenti sulle spalle (...) La faccia di Murat raggiava di stolida soddisfazione" (pp. 925-926).
Nell'Oreste il Messaggero che racconta i tornei oratori dell’assemblea presenta con simpatia il piccolo proprietario terriero il quale lavora la terra da sé ed è uno di quelli che, soli, salvano la città: ebbene egli era un uomo di aspetto non attraente ma coraggioso (" morfh'/ me;n oujk eujwpov", ajndrei'o" d j ajnhvr", v.918).
[11] "non amo lo stratego grande né dall'incedere tronfio
né compiaciuto dei riccioli, né ben rasato;
ma per me sia pur piccolo, e storto di gambe
a vedersi, però che proceda con sicurezza sui piedi, e sia pieno di cuore". Tetrametri trocaici catalettici
[12] Si rivolge a Oreste.
[13] A Menelao..
[14] Analoga eziologia della guerra di Troia si trova nell’Elena (vv. 36-41) e nell’Elettra di Euripide.
[15] La Medea di Euripide rinfaccia a Giasone l’aiuto che gli ha dato per compiere l’impresa: “ il drago, che avvolgendo il vello tutto d'oro/lo sorvegliava con le spire contorte senza dormire,/dopo averlo ucciso, sollevai per te la luce della salvezza (Medea, vv. 480-482).
[16] Domande di un lettore operaio, vv. 16-19, da Poesie di Svendborg, 1939, ,in Brecht, Poesie, p. 157.
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