Mi scusai per l’indugio e ripresi a lusingarla. Con l’adulazione si può sedurre anche una vestale[10], una suora sposa di Cristo, o un’intellettuale iperborea consacrata allo studio più che alla famiglia. Mi ero assegnato la parte dell’innamorato vezzeggiatore[11] e dovevo trovare ogni parola, ogni tono, ogni gesto, perché Kaisa, la studiosa di linguistica, si sentisse apprezzata, amata e invogliata a contraccambiarmi.
Facevo pure l’atto fisico, provato poco prima allo specchio, di prosternarmi davanti alla sua bellezza, alla sua serietà, alla sua castità. Nello stesso tempo cercavo di indurla ad accogliere le mie ragioni seminali.
Cialtrone infernale! dirai tu lettore, critico pudibondo o ipocrita comunque tu sia. L’ardore della tua censura non trae alimento dal fuoco della Gehenna come la mia fiamma erotica[12] tanto meno deriva dal tripode santo dell’altare di Apollo situato sull’ombelico del mondo (12 bis).
Di fatto assumevo un atteggiamento di complicità con il reale, ispirato e spronato com’ero dai fatti che desideravo avvenissero tra me e una donna non restia a contraccambiarmi. Non potevo né dovevo né tanto meno volevo recalcitrare al suo pungolo. Infatti obbedivo al demone mio, non a un’identità gregaria presa in prestito da altri, quelli che si sposano perché lo fanno in tanti e così si deve fare, poi si annoiano, litigano con la moglie, si cercano un’amante o un amante. Oppure sono gelosi e picchiano o ammazzano o fanno una strage. No, ero meno stupido io, e anche meno immorale e bestiale.
Avevo deposto già da anni la mia deformazione animalesca my brutish shape [1]2 ter.
Tu lettore lo sai e talora mi compatisci, altre volte mi approvi.
In ogni modo chi vuole restare casto e immacolato pur mentre legge la storia dei miei peccati, sa bene che i misfatti empi e nefandi raccontati li ho compiuti io senza complicità di chi mi legge - me fecisse nefas verbis et factis meis-e sarò io a finire per sempre nella bufera infernale là dov’è Dido con Elena, Semiramide, Cleopatra, Tristano, Paride, Achille e più di mille altri. Mi sentirò bene in tale compagnia.
Mi ero già abbastanza inserito nel favore di me stesso e volevo entrare nel corpo di lei. Lo volevo proprio, lo volevo davvero, senza alcuna riserva. Te lo giuro, lettore. Questa avrei potuto amarla a lungo, per quanto possa essere lunga la nostra vita mortale. Poco comunque. Sono passati cinquantaquattro anni oramai da quella sera che ho ancora davanti agli occhi e mi pare tanto bella che la dipingo.
Risalendo le scale avevo deciso, tra l’altro, che, dopo l’intervallo, dovevo iniziare il secondo tempo con Kaisa volgendo lo sguardo dalle cime degli argomenti trattati nelle prime ore del corteggiamento. L’eloquio doveva sgorgare da quella altezza che mi offriva una visione panoramica.
Dunque tornai a recitare il ruolo dell’innamorato capace di uscire da una vita qualunque pur di vivere un amore celeste. A questo punto ero quasi sicuro che la proclamata disperazione amorosa sarebbe stata smentita dalla donna del mio desiderio massimo.
Dopo una breve pausa ripresi a parlare: “Mentre scendevo e salivo le scale, per non dire degli altri momenti di questi dieci minuti di assenza che non passavano mai, mi sei mancata” dicevo con voce velata da un lieve affanno.
Aggiunsi di avere deciso che solo lei poteva ridarmi la speranza e la lena per vivere meglio. Aveva la possibilità di rendermi idoneo a una vita migliore di quella che conducevo. Senza di lei, tutto il bene, il bello, il desiderabile del mondo, dell’universo intero, comprese le stelle sopra di me, e ogni gioia, ogni nobile aspirazione dentro di me, insomma proprio tutto, era inconsistente, privo di sostanza. Orbato dal dolore della sua assenza, a me sarebbe rimasta solo la porta del nulla spalancata sul vuoto immenso del caos.
Ombre gelide cadendo da rami intrecciati con serpi nere, orrendi viluppi aorni, dove non osano posarsi nemmeno gli uccelli più immondi e sinistri, avrebbero interrotto il tragitto dei raggi santi che in quel momento vedevo emanati dai suoi splendidissimi occhi aperti sulla mia persona indegna eppure beatificata da tanta luce.
Tutte le mie fatiche umanamente spese si sarebbero miseramente vanificate. Temevo, conclusi, che avrei sofferto l’estremo naufragio finendo nel fondo.
Dove non arrivavo con l’inglese a dire tante amenità, mi aiutavo con il latino, il greco e pure con l’italiano che la bella studiosa capiva poiché conosceva il francese. Sotto sotto ci si divertiva non poco.
Cominciai a simulare un affanno fitto, da nuotatore stremato, ut saevis proiectus ab undis/navita”[13] arrivato anelo sulla spiaggia dove sperava di trovare Kaisa, soccorrevole e generosa più di Nausica. Gli occhi luccicavano umidi. Giurai che l’unica donna davanti alla quale avevo rinunciato alla mia fierezza e al mio orgoglio piegando il capo altero era lei.
Cialtronissimo buffone da circo e volgare mimo che insulti il pudore, mi direte voi lettori, quanti siete persone per bene incapaci di simulare e dissimulare.
Invero, carissimi, neppure io simulavo né dissimulavo: stavo cercando di rendere evidente quanto sentivo, poiché “sentivo” davvero, e con forza, il desiderio, il bisogno di quella creatura.
Non so se ora voi la vedete nelle mie parole ma allora io la vedevo, minacciosa e pure promettente. Dico non solo di Kaisa ma anche della brama erotica nera, pelosa fino alle orecchie, massiccia, contorta, camusa, impudica, riottosa come il cavallo brutto e cattivo del cocchio platonico, e dico pure del coraggio combattivo, diritto e snello, dal naso aquilino, guidato dalla ragione, come il cavallo bianco, bello e buono del Fedro.
Io ero l’auriga che dirigeva il carro, e il tragitto fino alla meta dipendeva da me. Vedevo tutto questo e ne traevo l’eloquio.
Kaisa sembrava un poco lusingata, un poco incredula e anche un po’ divertita. Capiva che la parte da me recitata era pure vissuta. E sentiva che se nelle parole c’era dell’ ironia, nei fatti, negli atti non ci sarebbe stata.
La mia facondia portava i segni di un desiderio intenso, straordinario.
Le donne sanno vederli. E li apprezzano molto.
Ci chiesero se volevamo un dolce, della palinka o delle sigarette. Kaisa scosse la testa in segno di virtuoso diniego, e io le dissi: “brava, non dobbiamo riempirci di malvagità”. Sorrise alla mia battuta. Non smetteva di osservarmi e ascoltarmi con attenzione. Sicché fui certo della mutua cupido e continuai parlando a briglia sciolta.
Avvertenza: il blog contiene 6 note e il greco non traslitterato.
Note
[10] Cfr. Dostoevkij, Delitto e castigo, VI, 4.
[11] Cfr. Platone, Rsp. 474d: ejrasth;ς uJpokorizovmenoς.
[12] Cfr. Nuovo Testamento, Epistola di Giacomo, 3, 2-8: kai; flogizomevnh uJpo; th'" geevnnh".
[1]2 bis Cfr. Euripide, Ione, 462.
12 ter Cristopher Marlowe, Doctor Faustus, IV, 3.
[13] Lucrezio, De rerum natura V, 221-222, come un marinaio naufrago gettato a riva da ondate furiose
Bologna 23 febbraio 2026 ore 18, 02 giovanni ghiselli
p. s
Mi confesso ma non sono pentito.
giovanni Peccator sono stato in Pannonia, sul lido Adriano e in molti altri luoghi, e non sono pentito.
Il compleanno del femore aggiustato.
Un anno fa ero in un letto dell’ospedale San Salvatore di Pesaro, operato da poche ore. Dio mi salvò guidando i passi e la mano di quanti si presero cura di me: da mia sorella, ai medici, agli infermieri, agli amici che vennero a confortarmi, a Dostoevskij e Tolstoj che mi aiutarono a passare le notti insonni con il loro capolavori. Ai capolavori miei e ai tanti lettori per i quali ho scritto ogni giorno anche nel letto dell’ ospedale.
p. s
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