Il professore apprendista.
Il sogno di un colloquio con Sofocle.
Prima parte
Poco prima di compiere 31 anni, nell’ottobre del 1975, ricevetti la cattedra di latino e greco nel liceo classico Rambaldi di Imola. Ne fui contento perché avevo studiato al liceo classico, poi lettere classiche all’Università con l’intento di insegnare queste materie.
Ma ne ero anche spaventato perché provenivo da anni di lontananza dalle lingue e letterature antiche. Mi ero laureato nel marzi del 1969 con 110 e lode ma in cinque anni di insegnamento nella scuola media e un altro in un istituto professionale femminile avevo dimenticato molto. Avevo superato un esame di abilitazione poi un concorso, è vero, ma non è con queste prove che si impara a insegnare bene delle discipline trascurate per anni. Alle medie ero stato un buon educatore di bambini, credo, ma avevo impartito un sapere minuto e nello stesso tempo generico, dato che per quanto riguarda i testi degli autori greci e latii studiati da adolescente nel liceo Mamiani di Pesaro poi nella facoltà di lettere antiche a Bologna, li avevo dimenticati abbeverandomi a lungo nel fiume Lete.
Quando mi presentai per iniziare il nuovo lavoro, la paura di non essere in grado di farlo decentemente aumentò: dovevo preparare i ragazzi dell’ultimo anno alla maturità il cui pezzo forte all’orale allora era la tragedia greca. Il collega dell’anno precedente aveva adottato l’Edipo re di Sofocle.
Ebbene, da studente liceale io avevo portato alla maturità le Troiane di Euripide e per i due esami universitari di greco sostenuti un paio di anni più tardi avevo dovuto preparare tutta l’Odissea di Omero e sette tragedie di Euripide.
Di Sofocle dunque avevo una conoscenza minima, insufficiente, soltanto manualistica: vita e titoli delle opere. Nemmeno le trame di tutte le tragedie conoscevo. Per giunta questo poeta aveva una fama di reazionario che lo metteva quasi all’indice nella reputazione degli studenti di quegli anni.
Mi diedi da fare, cioè impiegavo diverse ore al giorno per tradurre i versi della tragedia, venti per volta, e ripassare i tecnicismi della lingua greca, però, non avendo una visione d’insieme non solo dell’opera sofoclea ma nemmeno dell’Edipo re, ero appena in grado di fare la traduzione delle parole e un commento grammaticale, sintattico e metrico ai trimetri giambici greci. Le ragazze e ragazzi che avevano undici anni meno di me, e ci si dava del tu con fare amichevole, mi dissero, con garbo, che la traduzione dei versi l’avevano già nel libro adottato, e i paradigmi verbali li trovavano nel vocabolario. La grammatica potevano rivedersela da soli. Da me avrebbero voluto un commento estetico, storico, filosofico. Un discorso critico che desse una visione panoramica della tragedia greca e di Sofocle. Non ero in grado di dare tale sinossi che mancava anche a me.
Racconto questo per dire che la scuola non mi aveva insegnato a insegnare, a interessare, a informare e formare gli allievi, ma solo a ripetere con il metodo imparato dai miei docenti.
Compresi che non ero attrezzato per fare il mio lavoro in maniera soddisfacente per i ragazzi.
“Ditemi voi cosa devo studiare, imparare e insegnarvi”, chiesi con la dovuta umiltà .
“La nascita della tragedia di Nietzsche-, risposero-hai fatto studi universitari e puoi capirla; per noi è troppo densa e difficile”
All’università, Nietzsche non mi era stato nemmeno nominato, e al liceo era bandito quale teorico del nazismo.
Corsi a comprare quell’opera giovanile del filosofo grecista: mi affascinava, ma ne capivo poco anche io. Non sapevo come fare. Ero tentato di rinunciare e retrocedere alle medie, però, conoscendo invece discretamente Omero, uno dei due soli autori letti all’Università, ripetei il motto protrettico, esortativo, di Achille a se stesso: “ouj lhvxw”, non cederò e rammentai pure il desiderio che aveva Odisseo di imparare a ogni costo, anche a rischio della vita.
Una di quelle prime sere, eravamo nell’ottobre del 1975, andando a letto, tornai a pregare gli eroi e gli dèi della Grecia: “venite a trovarmi, aiutatemi ancora”. L’amore per la cultura greca non mi mancava.
Quella notte venne ad aiutarmi Sofocle, poi si aggiunse anche Euripide.
Il poeta di Colono morto già novantenne si presentò mentre dormivo: aveva l’aspetto di un bel vecchio, educato e gentile. Si presentò dicendomi di essere il poeta che dovevo imparare a conoscere e aggiunse che Aristofane l'aveva racchiuso in una formula limitativa presentandolo come oJ d j eu[kolo" me;n e[nqavd j, eu[kolo" d j ejkei'", quello di buon carattere qua come là (Rane, v.82). Buono da vivo e pure da morto dunque.
Lui era anche altro. Ma questo gli si addiceva. Perciò non dovevo temerlo. Pensai che presentando ai giovani un autore bravo e un uomo buono, magari avrei potuto bonificare anche le loro menti, e la mia.
Feci delle domande all’immagine onirica del poeta di Colono.
Sofocle per sua umanità mi rispose. Riferisco il dialogo con le didascalie.
Gianni: “Spiegami in che cosa consiste la bontà di carattere in generale, e la tua in particolare”, lo pregai.
Sofocle “Bontà è favorire la vita. Bontà suprema è quella divina- rispose- Oggi nel mondo la bontà scarseggia o latita siccome tramontano gli dèi. Un declino iniziato già ai tempi miei. So che tu dovrai spiegare il mio Edipo re. Ti consiglio di iniziare mettendo in evidenza le quintessenze di questa tragedia attraverso le parole chiave. Fai bene a tradurle letteralmente, a rispettare le mie scelte stilistiche. Devi evidenziare questa denuncia del coro “: “e[rrei de; ta; qei`a” (Edipo re, 910), va in malora il divino.
Il sacrilego Euripide porta la sofistica, il relativismo e il razionalismo sulla scena e corrompe il popolo ateniese come dice bene il personaggio Eschilo nelle Rane di Aristofane. Io mi oppongo con la mia opera al dilagare dell’empietà. Grazie agli dèi, il pubblico e i giudici preferiscono me agli altri due drammaturghi. Ho la prospettiva di un popolo colto che mi ascolta e crede in me più che agli empi, esosi sofisti. Si fanno pagare vendendo il loro vantato sapere, così come fanno prostitute mercanteggiando il corpo.
Ti faccio un esempio di empietà di due miei personaggi da me confutati. Nell’Edipo re la regina Giocasta bestemmia gli oracoli i cui sacerdoti sono profeti della divinità
La bestemmia contro il numinoso che, nelle mie tragedie, come nella Storia di Erodoto, aleggia sulla terra assumendo varie forme, viene proclamata e autorizzata dall’incestuosa regina che impreca: " O vaticini degli dei, dove siete?- w\ qew'n manteuvmata,-i{n j ejstev; “ (946-947)
Le fa eco il figlio-marito, sua vittima prima, poi complice, con questa tirata blasfema:" Ahi, perché dunque, o donna, uno dovrebbe osservare/ il fatidico altare di Delfi o gli uccelli/ che schiamazzano in alto? (...) Gli oracoli che c'erano, li ha presi/ Polibo che giace presso Ade, ed essi non valgono nulla"(vv.964- 966 e 971-972).
Versi cruciali del dramma sono anche questi detti da Edipo in una scena precedente:"arrivato io ejgw; molwvn,/ che non sapevo nulla, la feci cessare e[pausav nin/ azzecandoci con l'intelligenza e senza avere imparato nulla dagli uccelli gnwvmh/ kurhvsa" oujd j ajp j oijwnw'n maqwvn 396-398-". Edipo si vanta di avere sconfitto la"cantatrice dura"(v.36), la "Sfinge dal canto variopinto"(v.130), escludendo i segni mandati dagli dei e avvalendosi soltanto della propria intelligenza
Tale affermazione di autonomia della povera mente umana, per me, che sono tradizionalista e pio, è u{bri", dismisura, prepotenza, cecità intellettuale e morale che fa crescere la mala pianta del tiranno (v.873), il quale è perciò destinato a precipitare nella necessità scoscesa (v.877) del castigo e della rovina. Precipitando si azzoppa siccome la tirannide è una potere claudicante.
Il coro nel secondo stasimo reagisce con parole di condanna e conclude:
“Non andrò più all'intangibile/ ombelico della terra a pregare,/ né al tempio di Abae,/ né a Olimpia, /se queste parole indicate a dito/ non andranno bene a tutti i mortali. /Ma, o potente, se davvero è retta la tua fama,/Zeus signore del tutto, non sfugga questo a te/e al tuo potere sempre immortale./ Infatti già estirpano/gli antichi vaticini di Laio consunti/e in nessun luogo Apollo/risplende per gli onori/e tramontano gli dei" (vv. 897--910).
Se parti da questi versi, giovane professore apprendista, entri subito nel nucleo della tragedia e lascerai nei ragazzi un’impressione buona, un’impronta profonda di educazione estetica ed etica”.
Gianni: “Hai ragione sono solo un tirocinante ma in fondo ogni uomo buono lo è per tutta la vita, anzi per sempre, quindi lo sei stato anche tu per tanti decenni” gli dissi.
Poi feci presente al vecchio poeta e gentiluomo che questa sua religiosità poteva venire tacciata dai giovani di superstizione, addirittura di clericalismo bigotto e reazionario.
Mi rispose che le sue parole stavano sempre dalla parte della vita e se erano retrograde fuggivano lontano dall’ u{bri~, prepotenza e dismisura, e dal mivasma il contagio mortale come quello portato da Edipo a Tebe.
Quindi mi disse che aveva favorito la vita anche condannando la guerra, perfino il dio della guerra, Ares, poiché la propria eujsevbeia la devozione religiosa da poeta educatore e pio era sempre stata favorevole alla vita. Tale pietà sarebbe piaciuta senz’altro a ragazze e ragazzi. Dovevo evitare di presentare il Sofocle imbalsamato da certa filologia deretana, mi avvertì. Non sapevo ancora nulla del pamphlet Afterphilologie di Erwin Rohde in difesa di Nietzsche, ma Sofocle conosceva quanto era ignoto al semplice e novello apprendista. Avevo molto da imparare.
Lo pregai di segnalarmi i suoi versi di condanna della guerra.
Villa Fastiggi di Pesaro 11 agosto 2025 ore 7, 17 giovanni ghiselli
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