domenica 10 agosto 2025

La comunione reciproca. Post dedicato a frate Tommaso, uomo di Dio.


 

Durante questa degenza ho vissuto una sorta di comunione reciproca con un frate francescano novantenne. Mi ha confermato in alcune mie convinzioni e mi ha rafforzato nella mia identità.

Il suo voto di povertà fatto quando era un ragazzo e mai disdetto ha convalidato il mio rifiuto di questo sistema fondato sulla finanza, il lucro, lo sfruttamento, la prepotenze, i massacri delle  guerre e lo sterminio degli inermi.  

 

“Nessuna creatura è più squallida e ripugnante dell’uomo che è sfuggito al suo genio”[1].

La mia identità ha avuto qualche tentennamento quando molti mi schivavano e schifavano per la mia diversità da loro.

Poi ho conosciuto persone che invece la apprezzavano. Anche belle donne, uomini ben più pregevoli di quanti mi disprezzavano e maltrattavano e ora questo caro fratello Tommaso.

Mi hanno aiutato. Un aiuto l’ho avuto da alcuni autori geniali, a me congeniali.

Quando è che l’uomo smette di essere una cosa gradevole? Quando non assomiglia a se stesso. Sconcio, scoveniente in greco si dice ajeikhv~, ossia non eijkov~, un oggetto neutro non somigliante  nemmeno a se stesso.

"Quando è privo di ogni charis , l'essere umano non assomiglia più a nulla: è aeikelios . Quando ne risplende, è simile agli dei, theoisi eoikei . La somiglianza con se stessi, che costituisce l'identità di ciascuno e si manifesta nell'apparenza che ognuno ha agli occhi di tutti, non è dunque presso i mortali una costante, fissata una volta per tutte (….) Oltraggiare-cioè imbruttire e disonorare a un tempo-si dice aeikizein , rendere aeikes  o aeikelios , non simile"[2].

ajeikivzein, sconciare;  ajeikevlio~, non somigliante .

 

Il potere incentiva questa deformità che è la difformità della persona da se stessa: “Su che cosa, in fondo, si basa la repressione? Sul falso concetto che l’individuo ha di se stesso, e quindi sul falso concetto che si fa dei propri desideri: della propria libido, dei propri bisogni erotici, dell’amore che gli potrebbe spettare di diritto. La società sfrutta questo misconoscimento di sé, e si adopera con efficacia a confermare l’individuo in questa sua sbagliata concezione dell’amore”[3]. E di se stesso.

Tra i miei autori accrescitori uno dei più efficaci tra i moderni è stato Nietzsche,

“Che cosa ti dice la tua coscienza? Devi divenire quello che tu sei….Che cosa è il sigillo della raggiunta libertà? Non provare più vergogna davanti a se stessi[4].

Ventenne mi vergognavo di me stesso ascoltando e dando retta a quanti mi consideravano brutto e cattivo. Poi ho capito che quelli mi denigravano siccome erano del tutto diversi da me e mi infamavano e schifavano in difesa della loro identità, della loro stessa vita.

Lo scrivo per i giovani che pensano al suicidio dopo essere stati infamati. Alcuni addirittura lo compiono.

 

“Ciò che va bene per uno, non per questo può andare bene per un altro (…) il pretendere un’unica morale per tutti equivale a danneggiare precisamente gli uomini superiori (…) in sostanza, tra uomo e uomo esiste un ordine gerarchico[5].

 

“Una cosa sola è necessaria. “Dare uno stile” al proprio carattere: è un’arte grande e rara. L’esercita colui che abbraccia con lo sguardo tutto quanto offre la sua natura in fatto d’energie e di debolezze, e che inserisce quindi tutto questo in un piano artistico (…) inversamente si comportano i caratteri deboli, impotenti su se stessi, i quali odiano la disciplina vincolante dello stile (…) una cosa sola, infatti, è necessaria: che l’uomo raggiunga l’appagamento di sé (…) soltanto allora l’uomo in genere è tollerabile a vedersi. Chi non è pago di se stesso è continuamente pronto a vendicarsene: noialtri saremo le sue vittime, se non altro perché dovremo sempre sopportare la sua spiacevole vista”[6].

Non c’è bisogno di affettazioni e pose di grandezza.

“L’intelligenza impone di farsi passare per ciò che si è, o forse anche per qualcosa di meno”[7].

 Cercare la propria realizzazione significa amare il compimento, la perfezione del proprio destino, il quale, per stravagante che sia, è una piccola parte del fato universale.

“La mia formula per la grandezza dell’uomo è amor fati: non voler nulla di diverso, né dietro, né davanti a sé, per tutta l’eternità. Non solo sopportare, e tanto meno dissimulare, il necessario, ma amarlo. Tutto l’idealismo è una continua menzogna di fronte al necessario- …”[8].

 “ L’apprendimento ci trasforma al pari dell’alimentazione (…) Ma in fondo, proprio “in fondo” a noi stessi c’è sicuramente qualcosa che non si può insegnare, un Fatum spirituale granitico…ciò che “in fondo a noi” non è insegnabile[9]. E’ il coniunctum che Lucrezio distingue dall’eventum.

Il necessario non mi ferisce; amor fati è la mia intima natura, das ist  meine innerste Natur[10].

Nell’Alcesti di Euripide il Coro canta:

Il potere assoluto della Necessità  viene apertamente affermato da Euripide nell'Alcesti.  Nel terzo Stasimo della tragedia, il Coro eleva un inno alla Necessità vista come la divinità massima, quella che vincola e subordina tutti, compresi gli dèi:

"Io attraverso le Muse/mi lanciai nelle altezze, e/ho toccato moltissimi ragionamenti (pleivstwn aJyavmeno" lovgwn),/ma non ho trovato niente più forte/della Necessità né alcun rimedio (krei'sson oujde;n  jAnavgka"-hu|ron oujdev ti favrmakon)/nelle tavolette tracie che scrisse la voce di/Orfeo, né tra quanti rimedi/diede agli Asclepiadi Febo/dopo averli ricavati dalle erbe come antidoti/per i mortali afflitti dalle malattie"(vv. 962-972)

 

“L’ amor fati, più dell’eterno ritorno, è la bandiera nietzschiana dell’affermazione”[11].

Villa Fastiggi 10 agosto 2025 ore 19, 31 giovanni ghiselli

p. s.

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[1]Nietzsche,  Schopenhauer come educatore, III inattuale, 1 (1874), p. 166.

[2]J. P. Vernant, Tra mito e politica , pp. 210-211.

[3] P. P. Pasolini, Saggi sulla politica e sulla società, p. 1472.

[4] Nietzsche, La gaia scienza, Libro terzo, 275. ( del 1882, il V libro del 1887,

[5]Nietzsche,  Di là dal bene e dal male, Le nostre virtù. (1886)

[6] Nietzsche La gaia scienza, IV libro, 290.

[7]Netzsche, Frammenti postumi Primavera estate 1877, 22 (105).

[8] Nietzsche, Ecce homo, perché sono cos’ accorto, 10

[9] Nietzsche,  Di là dal bene e dal male, Le nostre virtù, 231. (1886 pubblicato a proprie spese)

[10] F. Nietzsche, Ecce homo, Il caso Wagner,  4.

[11] S. Giametta, Introduzione a Nietzsche, p. 345.


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