giovedì 14 agosto 2025

Nietzsche La Nascita della tragedia capitolo III seconda parte. Il rovesciamento della sapienza silenica.


 

In conclusione Edipo, come Prometeo, Creso, e tanti altri, sono portatori di quella dismisura non apollinea che provoca la rovina :"A causa del suo amore titanico per gli uomini Prometeo dovette essere lacerato dagli avvoltoi; per la sua eccessiva saggezza, che sciolse l’enigma della Sfinge, Edipo dovette precipitare in un travolgente vortice di atrocità: così il dio delfico interpretava il passato greco".

 

 

“Il Greco conobbe e sentì i terrori e le atrocità dell’esistenza: per poter comunque vivere, egli dové porre davanti a tutto ciò la splendida nascita sognata degli dèi olimpici. L’enorme diffidenza verso le forze titaniche della natura, la Moira spietatamente troneggiante su tutte le conoscenze, l’avvoltoio del grande amico degli uomini Prometeo, il destino orrendo del saggio Edipo, la maledizione della stirpe degli Atridi, che costringe Oreste al matricidio, insomma la filosofia del dio silvestre  con i suoi esempi mitici, per la quale perirono i malinconici Etruschi –fu dai Greci ogni volta superata, o comunque nascosta e sottratta alla vista, mediante quel mondo artistico intermedio degli dèi olimpici. 

Fu per poter vivere che i Greci dovettero, per profondissima necessità, creare questi dèi: questo evento noi dobbiamo senz’altro immaginarlo così, che dall’originario ordinamento titanico del terrore  fu sviluppato attraverso quell’impulso apollineo della bellezza, in lenti passaggi, l’ordinamento divino olimpico della gioia, allo stesso modo che le rose spuntano da spinosi cespugli"[1].

 

Grazie al mondo olimpico l’esistenza diventa sopportabile, anzi desiderabile, per quel popolo incline a soffrire. Così gli dèi giustificano la vita umana, vivendola loro stessi.

Allora la sapienza silenica si ribalta.

La misura apollinea e omerica dunque costituisce un antidoto a tale pessimismo: Omero giustifica le difficoltà e gli inganni della vita con l'eroismo e la bellezza; allora vivere, vivere comunque, diventa il bene supremo, e Achille nell'Ade chiede a Odisseo di non volere consolarlo della morte ("mh; dh; moi qavnaton ge parauvda, Odissea , XI, 488)

 

 

  Vediamo quindi  il rovesciamento della sapienza silenica

 

Odissea. Achille nella Nevkuia dice al figlio di Laerte " non consolarmi della morte, splendido Odisseo./Io preferirei essendo un uomo che vive sulla terra servire un altro,/presso un salariato, che non avesse molti mezzi per vivere,/piuttosto che regnare su tutti i morti consunti"(Odissea , XI, 488-491).

Essere vivi diventa il valore supremo. "Per esprimere con impressionante efficacia il suo rimpianto per la vita, il morto Achille dice a Odisseo che lo incontra nell'oltretomba: vorrei lavorare come un thes ( qhteuevmen[2], Od. XI, 489)"[3].

Già nel IX canto dell’Iliade Achille aveva detto che niente ha lo stesso valore della vita: “ouj ga;r ejmoi; yuch`~ ajntavxion (v. 401): non le ricchezze di Ilio prima della guerra, non quanto racchiude la soglia di pietra del tempio di Apollo.

 

 Per questi  che ci governano e per chi li ha votati, una minoranza di Italiani, niente ha meno valore della vita dei più poveri.

 

Buoi e grassi montoni si possono rapire, i tripodi si possono comprare e pure bionde criniere di cavalli, ma la vita di un uomo (ajndro;~ de; yuchv) non la puoi rapire né afferrare perché torni indietro, quando ha superato la chiostra dei denti (405-408).

 

“Un atteggiamento passeggero e dettato dall’odio verso Agamennone e gli Achei…Poi Achille torna in battaglia per riconquistare il suo statuto e il suo destino, torna alla sua scelta per una vita breve e gloriosa: il dubbio, dettato dall’odio temporaneo verso i compagni, è il pensoso chiaroscuro introdotto da un grande poeta”[4]. Tuttavia nell’Odissea Achille torna a preferire la vita.

 

Su questo ribaltamento sentiamo Leopardi: “La morte consideravasi dagli antichi come il maggiore de’ mali; le consolazioni degli antichi non erano che nella vita; i loro morti non avevano altro conforto che d’imitar la vita perduta; il soggiorno dell’anime, buone o triste, era un soggiorno di lutto, di malinconia, un esilio; esse richiamavano di continuo la vita con desiderio, ec. ec….(14 Ottobre 1828)”[5].

 

Vediamo anche una formulazione dostoevskijana di questa sapienza antisilenica o antisapienza silenica se preferite: “Dove ho mai letto”, pensò Raskolnikov proseguendo il cammino, “ dove posso mai aver letto che quel condannato a morte, un’ora prima dell’esecuzione, dice o pensa che se potesse vivere in cima a uno scoglio, su una piattaforma così stretta da poterci tenere soltanto i due piedi, con intorno l’abisso, l’oceano, la tenebra eterna e l’eterna procella, e rimanersene immobile su quello spazio di un metro quadrato per tutta la vita, per mille anni, per l’eternità, ebbene preferirebbe vivere così piuttosto che morire all’istante?

Pur di vivere, vivere, vivere! Vivere in qualche modo, ma vivere!...Che verità, Signore Iddio, che verità! L’uomo è un vigliacco! Ed è un vigliacco chi, per questo, lo chiama vigliacco, “ aggiunse subito dopo”[6].

 

 

 

Nell'arte figurativa l'apollineo ha un'espressione sicura: si vede con chiarezza nel frontone occidentale del tempio di Zeus a Olimpia[7], dove Febo si erge al di sopra delle passioni malsane e violente, dominando l'ignobile zuffa dei Lapiti e dei Centauri acri e bimembri, e indicando con gesto diritto la sua misura santa. Anche la nostra vicenda individuale si travaglia in questo conflitto perpetuo tra il caos degli istinti scatenati e il cosmo dei sentimenti forti, e pure delicati, e  costruttivi, siccome inseriti nell'equilibrio governato dalla ragione.

 

“Se una volta risuona il lamento, ciò avviene per Achille dalla breve vita, per l’avvicendarsi e il mutare della stirpe umana come le foglie[8], per il tramonto dell’età degli eroi. Non è indegno neanche del più grande eroe bramare di vivere ancora, fosse pure come lavoratore a giornata” (La nascita della tragedia, p. 33).

 

 Platone invece biasima questo antieroismo antisilenico di Achille.

 Nel  III libro della Repubblica prosegue l’indice dei passi proibiti iniziato da Socrate nel II libro: “ejxaleivyomen a[rapavnta ta; toiau`ta”-ejxaleivfw 386c, cancelleremo dunque ogni passo siffatto. E cita la Nevkuia dove l’ombra di Achille dice che preferirebbe essere un servo di campagna (ejpavrouro~) ed essere uno qhv~ (qhteuevmen) un  salariato di un uomo diseredato (ajklhvrw/) un indigente, piuttosto che dominare sulle ombre consumate dell’Ade.

  

Per questa armonia dell’uomo con la  natura, Schiller ha introdotto il termine tecnico ingenuo. Ma tale stato non è semplice e di natura . Questo potè essere creduto solo dall’epoca che cercò di immaginare l’Emilio di Rousseau anche come artista, e si illuse che Omero fosse un Emilio artista.

L “ingenuo” invero è effetto della cultura apollinea che per affermarsi deve avere abbattuto un regno di Titani e ucciso i mostri. Allora ci si può immergere nella bellezza dell’illusione. L’ingenuità omerica è invero la vittoria dell’illusione apollinea. Con la bellezza la volontà i greci lottarono contro il dolore e vinsero, e Omero, “l’artista ingenuo”, è il monumento della sua vittoria.

Villa Fastiggi,  14 agosto 2025  ore 12, 38 giovanni ghiselli

p. s.

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Note

[1] F. Nietzsche, La nascita della tragedia, p. 31 e 32.

[2]  infinito atematico con desinenza  -men (considerato un eolismo come vedremo) del verbo qhteuvw che   significa "lavoro come salariato, qhv""; ebbene, commenta M. Finley, "Un thes , non uno schiavo, era l'ultima creatura sulla terra che Achille potesse pensare. Il terribile per un thes  era il fatto di non avere legami, di non appartenere a nulla" (Il mondo di Odisseo , p. 39).

[3]F. Codino, Introduzione a Omero , p. 128.

[4] Franco Montanari, Prima lezione di letteratura greca, Laterza, 2003, p.p. 17-18,

[5] Zibaldone, 4399.

[6] F. Dostoevskij, Delitto e castigo, p. 178.

[7] 471-456 a. C.

[8] Cfr. il frammento frammento di Mimnermo: il 2 D.

:" Noi, Come le foglie  (hjmei'~  dj oi|av te fuvlla) che genera la fiorita stagione

di primavera, quando crescono in fretta ai raggi del sole simili a quelle, per il tempo di un cubito, godiamo dei fiori

di giovinezza, senza conoscere dagli dèi né il male

né il bene. Destini neri ci stanno accanto

uno che ha il termine della vecchiaia tremenda,

l'altro di morte: un attimo dura il frutto

di giovinezza, per quanto sulla terra si diffonde un raggio di sole.

Ma quando questo termine di tempo sia trapassato,

subito essere morto è meglio della vita:

infatti molti mali sopraggiungono nell'animo: talora la casa va in rovina e ci sono le vicende dolorose della povertà:

 a un altro poi mancano figli, di cui soprattutto

sentendo il desiderio va sotto terra nell'Ade;

un altro ha una malattia che gli consuma il cuore: non c'è nessuno

degli uomini, cui Zeus non dia molti mali". Distici elegiaci

 

 In questi distici troviamo, prima della sapienza silenica relativa alla vita dei vecchi, innanzitutto il motivo della brevità della vita umana già presente, in termini non dissimili, nell'Iliade  (VI, vv. 145-149) dove Glauco chiede a Diomede:

"Tidide magnanimo, perché mi domandi la stirpe?

quale è la stirpe delle foglie, tale è anche quella degli uomini.

(oi{h per fuvllwn genehv, toivh de; kai; ajndrw'n, v. 146)

Le foglie alcune ne sparge il vento a terra, altre la selva

fiorente genera quando arriva il tempo di primavera;

così le stirpi degli uomini: una nasce, un'altra finisce".

 

Un'eco di questo topos possiamo trovarla in Salvatore Quasimodo:

"Ognuno sta solo sul cuor della terra

trafitto da un raggio di sole:

ed è subito sera"(da Acque e terre , 1930).

 

 


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