La parte della vita trascorsa da svegli ci sembra la più importante, ma Nietzsche afferma l’opposta valutazione “riguardo a quel misterioso fondo dell’essere di cui siamo l’apparenza”. L’uno originario che veramente è ed eternamente soffre, è pieno di contraddizioni e ha bisogno della gioiosa illusione per liberarsi. Il mondo è la rappresentazione dell’uno originario, un’illusione, e il sogno è l’illusione di un’illusione, quindi una soddisfazione maggiore del bisogno di illuderci.
Nietzsche esamina la Trasfigurazione di Raffaello: “Raffaello… ci ha rappresentato in un dipinto simbolico…il processo originario dell’artista ingenuo e insieme della cultura apollinea. Nella sua Trasfigurazione[1] la metà inferiore col ragazzo ossesso, gli uomini in preda alla disperazione che lo sostengono, gli smarriti e angosciati discepoli, ci mostra il rispecchiarsi dell’eterno dolore originario…l’illusione è qui un riflesso dell’eterno contrasto…Da questa illusione si leva poi, come un vapore d’ambrosia, un nuovo mondo illusorio, simile a una visione di cui quelli illuminati dalla prima visione non vedono niente-un luminoso fluttuare in purissima delizia…Qui abbiamo davanti agli occhi quel mondo di bellezza apollinea e il suo sfondo, la terribile saggezza del Sileno e comprendiamo la loro reciproca necessità”[2].
Il mondo dell’affanno è necessario per giungere alla visione liberatrice (cfr. tw`/ pavqei mavqo~). Apollo esige dai suoi la misura e, per poterla osservare, la conoscenza di sé. Dunque “Conosci te stesso” e “nulla di troppo”, mentre l’eccesso e l’esaltazione di sé sono i demoni della sfera non apollinea, dell’età titanica, del mondo barbarico.
Prometeo eccede nel suo titanico amore per gli uomini, Edipo nella saggezza che sciolse l’enigma della Sfinge e per questo dové precipitare in un travolgente vortice di atrocità.
Negano entrambi l’apollineo principium individuationis, Prometeo cercando di confondere gli uomini con gli dèi, Edipo confondendo le generazioni. La confusione è il male (cfr. la Medea di Seneca con la navigazione maledetta poiché mette in contatto popoli che dovevano rimanere separati.
Il titanico e il barbarico erano per i Greci una necessità, come l’apollineo.
Il demonico canto popolare si aggiunge al suono spettrale dell’arpa di Apollo. Questo impallidisce davanti a un’arte che nella sua ebbrezza dice la verità. La saggezza del Sileno grida il suo dolore contro i sereni dei olimpici. L’eccesso si svela come verità e vuole scalzare l’apollineo. Ma il dio delfico resiste. Lo stato dorico e l’arte dorica sono il campo di battaglia dell’apollineo. Un’arte così sdegnosa, un’educazione così guerriera e aspra, uno Stato così crudele e spietato si spiega come baluardo opposto alla natura titanico-barbarica del dionisiaco.
La lotta dell’ordine contro il caos è il tema di tutta la cultura greca arcaica e classica: non solo di quella letteraria, ma pure dell'arte figurativa: le sculture del maestro di Olimpia con la lotta tra Centauri e Lapiti del frontone occidentale del tempio di Zeus;
le metope e i marmi trafugati dal Partenone con centauromachia, amazzonomachia, gigantomachia, ora in gran parte nel British Museum di Londra;
la gigantomachia, fregio dell'altare di Pergamo[3] che ora si trova a Berlino, esprimono la stessa idea .
Infatti "non esiste…una vita nobile ed elevata senza la conoscenza dei diavoli e dei demoni e senza la continua battaglia contro di essi"[4], contro "giganti e titani, miticamente, gli eterni nemici della cultura"[5].
La gigantomachia sull’essere di Platone. E la nanomachia di oggi.
Platone nel Sofista (246) segnala una gigantomaciva...peri; th'" oujsiva", una battaglia di giganti sull'essere. I due eserciti sono schierati così:"OiJ me;n eij" gh'n ejx oujranou' kai; tou' ajoravtou pavnta e{lkousi tai'" cersi;n ajtecnw'" pevtra" kai; dru'" perilambavnonte". Tw'n ga;r toiouvtwn ejfaptovmenoi pavntwn diiscurivzontai tou'to ei\nai movnon o;;;;;{ parevcei prosbolh;n kai; ejpafh;n tina, taujto;n sw'ma kai; oujsivan oJrizovmenoi, tw'n de; a[llwn ei[ tiv" ti fhvsei mh; sw'ma e[con ei\nai, katafronou'nte" to; paravpan kai; oujde;n ejqevlonte" a[llo ajkouvein", gli uni dal cielo e dall'invisibile trascinano a terra tutto, acchiappando con le mani proprio come se fossero rocce o querce. E infatti attaccandosi a tutte le cose siffatte affermano che soltanto è, ciò che offre un contatto e una presa manuale, e stabiliscono che l'essere e il corpo sono la stessa cosa, e se qualcuno degli altri dirà che c'è qualche cosa senza corpo, lo disprezzano completamente e non vogliono ascoltare nient'altro.
Questi sono i materialisti tellurici
E gli avversari, chi sono? "oiJ pro;" aujtou;" ajmfisbhtou'nte" mavla eujlabw'" a[nwqen ejx ajoravtou poqe;n ajmuvnontai, nohta; a[tta kai; ajswvmata ei[dh biazovmenoi th;n ajlhqinh;n oujsivan ei\nai", quelli che nel dibattito si oppongono loro, molto cautamente si difendono attaccandosi a regioni superiori e all'invisibile e sostenendo con convinzione che il vero essere consiste in alcune forme pensabili e immagini incorporee.
Sono gli amici delle forme.
Da queste definizioni si vede che i secondi sono più miti ("hJmerwvteroi"). I primi sono tellurici: furono seminati nella terra e dalla terra sono sorti ("spartoiv te kai; aujtocqovne"", 247), gli altri sono amici delle forme"tou;" tw'n eijdw'n fivlou"", 248).
Chi sono questi non miti giganti del materialismo? Secondo A. E. Taylor (Platone, p.597) il filosofo non allude agli atomisti ma al "crasso, ottuso materialismo dell'uomo medio".
Ora assistiamo a una nanomachia tra i nostri partiti.
Intanto continuano a morire ogni giorno bambini ragazzi ragazze, uomini e donne in terre martoriate dove gran parte del mondo occidentale manda armi micidiali da più di un anno perché la guerra continui il più a lungo possibile, invece di cercare il modo di costringere chi la combatte sul campo a stabilire una tregua.
Secondo Nietzsche dunque abbiamo 5 grandi periodi della civiltà
L’età del bronzo con le sue titanomachie, gigantomachie e con la sapienza silenica.
Da questa si sviluppò il mondo omerico pervaso dall’istinto apollineo della bellezza
Questa magnificenza “ingenua” rischiò di essere inghiottita dal fiume dirompente del dionisiaco orgiastico e barbarico.
Di fronte a questa nuova potenza si elevò nella rigida maestà dell’arte dorica e della visione dorica del mondo.
Ma il vertice e il fine di quegli impulsi artistici non è l’arte dorica bensì la tragedia attica e il ditirambo drammatico come meta comune dei due istinti, l’apollineo e il dionisiaco greco, il cui connubio ha generato questa strana creatura “che è insieme Antigone e Cassandra”
Villa Fastiggi 14 agosto 2025 ore 13, 08 giovanni ghiselli
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[1] 1518 ca. PinacotecaVaticana..
[2] La nascita della tragedia, capitolo 4
[3] 180-160 a. C.
[4] H. Hesse, Il giuoco delle perle di vetro, p. 293.
[5] J. Hillman, L'anima del mondo e il pensiero del cuore , p. 144.
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