La necessità
“Quelle mani d’acciaio della necessità, che scuotono il bossolo dei casi, giocano per un tempo infinito il loro gioco”.
Siamo forse noi stessi a scuotere il bossolo dei dadi e a fare il gioco della Necessità?
“Per venire a capo di questo forse , si dovrebbe già essere stati ospiti nell’oltretomba e aver giocato al tavolo di Persefone e scommesso ai dadi con lei stessa” [1]
Prometeo si vanta di essere il padre delle tevcnai[2], ma sa che la conoscenza pratica è molto più debole della necessità: “ tevcnh d j ajnavgkh" ajsqenestevra makrw'/ (Prometeo Incatenato, v. 514).
Cfr. a questo proposito Curzio Rufo: “Ceterum, efficacior omni arte, necessitas non usitata modo praesidia, sed quaedam etiam nova adnovit”( Historiae Alexandri Magni, IV, 3, 24), del resto la necessità più potente di ogni tecnica, suggerì loro non solo i soliti mezzi di difesa ma anche dei nuovi. Sono i Tirii che si difendono dall’assedio di Alessandro Magno nel 332 a. C.
Avanzando nella Sogdiana Al. si trovò in difficoltà per il freddo e incendiò un bosco: “efficacior in adversis necessitas quam ratio, frigoris remedium invenit” (8, 4, 11). Ancora la necessità che prevale sulla ratio (cfr. 7, 7, 10: necessitas ante rationem est).
Il potere assoluto dell' jjjjAnavgkh verrà apertamente affermato da Euripide nell'Alcesti.
Nel terzo Stasimo della tragedia più antica ( è del 438) tra le diciassette a noi pervenute, il Coro eleva un inno alla Necessità vista come la divinità massima, quella che vincola e subordina tutti, compresi gli dèi:
"Io attraverso le muse/mi lanciai nelle altezze, e/ho toccato moltissimi ragionamenti (pleivstwn aJyavmeno" lovgwn),/ma non ho trovato niente più forte/della Necessità né alcun rimedio (krei'sson oujde;n jAnavgka"-hu|ron oujdev ti favrmakon)/nelle tavolette tracie che scrisse la voce di/Orfeo, né tra quanti rimedi/diede agli Asclepiadi Febo/dopo averli ricavati dalle erbe come antidoti/per i mortali afflitti dalle malattie"(vv. 962-972). Da questi versi si vede che la Necessità è più forte del lovgo" , della poesia, dell'arte medica.
I “moltissimi ragionamenti” vengono denunciati da Nietzsche quale difetto della tragedia di Euripide:
“Socrate, l’eroe dialettico del dramma platonico, ci ricorda la natura affine dell’eroe euripideo, che deve difendere le sue azioni con ragioni e controragioni, e che per questo rischia tanto spesso di non suscitare più la nostra compassione tragica”[3]. Ma su questo torneremo più avanti.
Del resto ogni persona secondo Nietzsche coincide con il suo destino: "Il fatalismo turco contiene l'errore fondamentale di contrapporre fra loro l'uomo e il fato come due cose separate…In verità ogni uomo è egli stesso una parte di fato…Tu stesso, povero uomo pauroso, sei la Moira incoercibile che troneggia anche sugli dèi"[4].
Cfr. h\qo~ ajnqrwvpw/ daivmwn[5] di Eraclito.
E' tanto tipicamente ellenico questo "amore del fato" che nel romanzo espressionista Berlin Alexanderplatz di Alfred Döblin leggiamo:" Non si deve fare il grande con la propria sorte. Io sono nemico del fato. Non sono greco io; sono berlinese"[6].
L’ amor fati è amore di se stessi.
“Bisogna imparare ad amare se stessi-questa è la mia dottrina-di un amore sano e salutare: tanto da sopportare di rimanere presso se stessi e non andare vagando in giro. Questo vagolare si battezza col nome di “amore del prossimo”: con queste parole finora si sono dette le maggiori menzogne e commesse le peggiori ipocrisie
E in verità, quello di imparare ad amare se stessi non è un comandamento per oggi e domani. Piuttosto è questa, di tutte le arti, la più sottile, ingegnosa, lontana e paziente.”[7].
Non dobbiamo accollarci some e fardelli che non sono i nostri: “E, se ci inzuppiamo di sudore, allora ci dicono: “Eh già, la vita è un grave fardello! Invece è l’uomo che è per se stesso un grave fardello! E questo perché si trascina sulle spalle troppe cose estranee. Simile al cammello, egli piega le ginocchia e si lascia caricare ben bene”[8].
La cultura “Può essere ancora qualcosa d’altro che decorazione della vita, cioè in fondo unicamente dissimulazione e velame…Così si svelerà il concetto greco della cultura-in contrapposizione a quello romano-il concetto della cultura come una nuova e migliorata physis…della cultura come una unanimità fra vivere, pensare, apparire e volere”[9].
Abbiamo studiato a lungo per i voti o per la carriera e ci eravamo intristiti, imbruttiti e abbrutiti. Quelli che lo hanno capito-quorum ego- si sono messi a studiare per la vita.
“Nietzsche parla addirittura della malattia storica che paralizza la vita e la sua spontaneità…La storia, per puro amore di conoscenza, non esercitata ai fini della vita e senza il contrappeso della “dote plastica” della spontaneità creatrice, è suicidio, è morte…La storia scaccia gli istinti. Formato o, meglio, deformato dalla storia, l’uomo non è più capace di “rilassare le briglie” e di agire spontaneamente, fidando nella “divina animalità”. La storia sottovaluta sempre ciò che è divenire e paralizza l’azione”[10].
Il puro amore della conoscenza che avevamo da studenti era in certe materie che non amavamo soltanto amore del voto. Quando si ama una materia, un argomento, un autore, è perché questo ci parla e parla di noi. Ho amato Leopardi prima ancora di capirne tutte le parole, come ho amato Sofocle, Euripide e Nietzsche e Dostoevskij prima di conoscerli bene. Ho studiato e conosciuto abbastanza bene Manzoni, però non l’ho mai amato.
I poeti italiani incomprensibili addirittura non li sopporto. Se non li capisco io che leggo libri da una vita che cosa potrà ricavarne il villanello cui le letture mancano? I grandi autori a partire da Omero, li comprende anche un bambino. Amiamo il bello con semplicità e la cultura senza mollezza, senza falsità.
Villa Fastiggi 12 agosto 2025 ore 9, 25 giovanni ghiselli
[1] Aurora, libro secondo, 130.
[2] “pa'sai tevcnai brotoi'sin ejk Promhqevw~ (v. 506), tutte le tecniche ai mortali derivano da Prometeo.
[3] F. Nietzsche, La nascita della tragedia, capitolo 14.
[4]Nietzsche, Umano troppo umano II, Il viandante e la sua ombra, 61
. Uscito nel 1878. “Fu concepito come una quinta “considerazione inattuale”, intitolata Il vomere,, ma poi fu trasformato nel libro di aforismo che conosciamo” (S. Giametta, Introduzione a Nietzsche, p. 236).
[5] Fr. 91 Diano, il carattere è il destino dell’uomo).
[6] Alfred Döblin, Berlin Alexanderplatz (del 1929) p. 63.
[7] Nietzsche, Così parlò Zarathustra, parte terza (1884) Dello spirito di gravità, 2
[8] Nietzsche, Op. cit.
[9] Considerazioni inattuali, II, Utilità e danno della storia, capitolo 10
[10] T. Mann, Nobiltà dello spirito, p. 817.
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