sabato 1 marzo 2025

Il Sessantotto. La primavera di Praga e di Bologna. Quasi di tutto il mondo per la mia generazione.

Nell’aprile del ’68 dunque andai a Praga attraverso uno scambio di posti in collegio con gli studenti cechi che alloggiavano nel collegio Irnerio di Bologna, mentre noi “irneriani” eravamo nell’alloggio studentesco della città magica.

Passai le notti  comprese tra il 10 e il 20 aprile,  in una stanza del collegio di Praga facendo l’amore con Helena, la fanciulla onesta che mi donò tutta sé stessa senza chiedere nulla in cambio: non dico soldi o regali, ma nemmeno alcun impegno o rinuncia. Pur troppo poco mi chiese quella ragazza che mi piacque assai e le volli anche un poco di bene, ma interessato com’ero alla rivoluzione del nostro mondo e della mia persona, alla diciottenne in quel tempo non diedi tutta l’importanza che aveva e avrebbe avuto più tardi,  beninteso per me. La ripensai e ne ho verificato il carattere soltanto alcuni anni dopo, riconsiderandola e rimpiangendola, invano, quando tornai a Praga, per cercarla, nella primavera piovosa del ’72.

Quando le telefonai  quattro anni dopo le nostre notti incantate, Helena, rimasta onesta, non volle rinnovare quei fasti poiché nel frattempo aveva stretto un legame con un compagno di università.

La indico quale modello a quante fanno mercato della loro gioventù, oppure, dopo avere preso un impegno con un uomo, appena questo si volta, si intrigano con altri che sanno lusingarle suscitando nelle labili menti vani sogni, infondate speranze, morbosi ricordi. Oppure una libidine pazza. Meno riprovevoli queste.

Agiscono male,  sed non propter nummos , ma non per i miseri quattrini né per il  potere fallace.

 

Helena Schejbalova mi ha aiutato a uscire del tutto dall’abisso di vuoto identitario in cui ero caduto dopo il liceo.

 

In quella primavera fatata tutti noi giovani universitari  si pensava e parlava politicamente. Il 1968 fu uno degli anni in cui la gioventù ebbe fiducia in sé stessa e nel proprio futuro.

Ogni discorso era politico: ossia relativo alla polis, alla comunità. Si viveva da comunisti, nel senso più vero cioè etimologico, non da egoisti. Aiutarsi a vicenda era perfino una moda per molti. Molti di noi, appena la moda è passata, sono tornati egoisti.

 Io no siccome non avevo seguito una moda bensì avevo capito che politicamente per me significa anche umanamente e felicemente. Nelle assemblèe del movimento studentesco cui partecipai a Bologna, a Roma e  Milano, non avevo i mezzi culturali per parlare, siccome mi mancava la preparazione necessaria. La mia era limitata ai tecnicismi del greco-latino, alle date e alcuni fatti della storia antica, insomma a quanto avevo studiato senza gioia per superare gli esami.

Altro non mi avevano insegnato né mi avevano invogliato a imparare per mio conto .

Nelle assemblèe  non prendevo la parola che non possedevo, però ascoltavo quelli capaci di parlare politicamente. Mi sensibilizzai alla filosofia e alla storia e cominciai a studiarle per mio conto. In maggio diedi l’ultimo esame, glottologia. Il più tecnico e mnemonico di tutti.

 Avevo finito gli esami, e l’Università di Bologna, dopo l’estate non l’avrei più frequentata: dovevo preparare in biblioteca la tesi-sulla poesia ungherese del Novecento.  Mi laureai nel marzo successivo, quindi, in aprile   feci delle supplenze a Pesaro, e  dopo l’estate ebbi l’incarico a tempo indeterminato nel Veneto profondo, a Carmignano di Brenta, in provincia di Padova ma situata tra Bassano, Vicenza e Treviso.

Il cuore dunque del Veneto bianco. Mi piacque insegnare e vi rimasi cinque anni. Ma questo devo raccontarlo più avanti.

Ora voglio scrivere altre parole sul sessantotto.

Durante le assemblèe studentesche dei primi mesi di quell’anno magico  mi sensibilizzai anche al problema del prossimo insegnamento, il metodo la via (odós) da seguire per educare alla letteratura e alla vita: una strada sulla quale avrei proceduto per 4 decenni: fino alle  lezioni universitarie tenute nel primo decennio del millennio seguente. Il metodo si ampliava eppure si raffinava ma non ne mutava la struttura.

Già in quella primavera fatale mi resi conto che il mio modo di insegnare non doveva essere coercitivo, dogmatico, autoritario, bensì educativo e accrescitivo, basato sul rispetto della persona che non andava sottomessa presupponendone la disonestà come avevano fatto con me diversi professori stupidi e improbi  proiettandomi addosso la loro stupida nequizia.

Dal movimento del ’68 dunque presi a riconoscere e valorizzare la parte bella e buona della mia persona come, tanto per fare un esempio stravagante, con la bicicletta ho valorizzato le gambe ereditate da mia madre e da mio nonno materno che vinceva le gare ciclistiche, e ho tenuto da conto i capelli che non erano diventati bianchi nemmeno a 70 anni, ereditati dalla zia materna Giulia. Oppure lo spirito burlesco, motteggiatore della nonna pesarese. Gioielli preziosi  più dei diamanti.

Fin da bambino ho sempre detestato i controlli sadici, l’autorità irrazionale e inautorevole dei luoghi comuni seguiti dal gregge di chi non è capace o non ha il coraggio di pensare con la propria testa, di crescere fino a diventare se stesso con il coraggio rivelarsi qual è sotto la scorza dei pregiudizi e delle superstizioni che le mode sfacciate, la pubblicità ingannevole e ogni autorità disumana vogliono imporre a tutti e a ciascuno. In una certa fase della vita è necessaria una rivolta anche contro le imposizioni ricevuta in famiglia fin dall’infanzia. Poi, trovata  l’identità propria e posseduta con sicurezza, si possono e devono recuperare gli affetti per chi ci ha messo al mondo e nutrito, allevato. Infine quando siamo ormai vecchi e i nostri cari sono morti possiamo valorizzare tutto il bene e il bello che ci hanno lasciato e pensare che le loro ossa si sian fatte  coralli1

 

Nelle assemblèe studentesche compresi che mi mancava del tutto una  cultura politica e critica indispensabile alla vita che volevo fare. Ancora non conoscevo Tucidide, ma più avanti,  insegnando greco dal 1975 in poi, avrei avuto  conferma della mia convinzione che chi non prende parte alla vita politica va considerato non pacifico ma inutile (oujk ajpravgmona, ajll j ajcrei'on) 2

Eppure quando iniziai nel Veneto, il preside retrivo, refrattario a ogni forma di umanesimo e perfino di umanità, mi disse: “ricordi professore che a scuola non si deve fare politica”. Io non gli diedi retta e lui non mi diede “ottimo”, ma solo “valente” un giudizio politico negativo che mi penalizzava nel punteggio, sebbene fossi stato l’unico dei suoi giovani insegnanti a superare lo scritto del concorso per passare alle superiori.

Nel ’68 dunque ancora non conoscevo il logos epitafios attribuito da Tucidide a Pericle, ma in quei giorni lessi la meravigliosa Lettera a una professoressa della scuola di Barbiana di quel prete e uomo sublime che fu Don Lorenzo Milani. Mi aiutò a comprendere che educazione è vicendevole promozione umana e culturale tra docente e discente3, è cosciente elaborazione di spirito critico nei confronti di ogni moda, luogo comune, dogma contrario alla vita, è apprendimento delle parole 4 che ci consentono di parlare in modo chiaro, efficace profondo. Nel ’68 avevo capito che dovevo procurarmi questi mezzi di educazione e di crescita mia e dei miei prossimi allievi.

In luglio tornai a Debrecen, sempre con la speranza di trovare l’amore.

Ritrovai alcuni dei compagni del 1966, ancora giovani molto, sebbene non più proprio ragazzi. Fulvio  Danilo e io eravamo  studenti oramai congedati dalle aule universitarie e già alle prese con la tesi di laurea.

 

Fulvio cantava spesso mettendo in lingua umana i versi delle pernici e Danilo seguitava a bere ma era anche un serio studioso. Ha fatto più carriera di me nella scuola.

 Comunque eravamo amici e insieme si giocava, si chiacchierava si cercavano contatti  umani, massime con le femmine umane. Finché mi innamorai di una ragazza di Helsinki, la prima del ciclo finnico: Eeva Vuortama.

 

 

Note

1Cfr. Shakespeare La tempesta, I, 2.

2 Tucidide, La guerra del Peloponneso, II, 40, 2 

3 Mutuo ista fiunt, et hominess dum docent, discunt (Seneca Ep.,  7, 8). Anche questo l’ho imparato insegnando

4 Don Milani insegnava tra l’altro che "bisogna sfiorare tutte le materie un po' alla meglio per arricchirsi la parola. Essere dilettanti in tutto e specialisti nell'arte della parola"Lettera a una professoressa (p. 95)     

 

Bologna primo marzo 2025 ore 13, 21 giovanni ghiselli

 

p. s.

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La pace giusta.


 

 "La pace giusta" è un’espressione ipocrita quando è usata dai marioli, utopica se è impiegata da altri. La pace giusta dopo una guerra lunga e atroce non esiste. Il giusto in realtà non è altro che l’utile del più forte come sostiene il personaggio Trasimaco della Repubblica di Platone.

 

il  sofista Trasimaco raggomitolatosi come una fiera sustrevyaς eJauto;n w[sper qhrivon si lancia quasi volesse sbranare Socrate e Polemarco (wJς diarpasovmenoς Repubblica, 336b). Li aggredisce biasimando le loro sciocche chiacchiere. Quindi chiede a Socrate che cosa pensi della giustizia. Allora il filosofo chiede indulgenza, e Trasimaco nota la solita ironia (ejiwqui'a eijrwneiva Swkravtouς, 337; ei[rwn è il dissimulatore)

Socrate dice che vuole imparare e Trasimaco risponde che lui non insegna gratis. Il maestro di Platone replica dicendo di non avere denaro, e Glaucone promette che ci penseranno loro. Dunque Socrate replica a Trasimaco; “ ejmoiv te carivzou ajpokrinovmenoς”, fammi la cortesia di rispondere. In effetti Trasimaco moriva dalla voglia di rispondere in quanto pensava di fare bella figura. E Socrate, il povero maestro, fa: io posso pagare solo elogiando una bella risposta

 

Trasimaco dunque  sostiene che il giusto non è altro che l’utile del più forte: “fhmi; ga;r ejgw; ei\nai to; divkaion oujk a[llo h] to; tou` kreivttono~ sumfevron ”, 338c.

 

Socrate replica che chi comanda (a[rcwn) non deve cercare e prescrivere il proprio utile (to; auJtw'/ sumfevron) bensì quello di chi gli è subordinato (ajlla; to; tw'/ ajrcomevnw/, Repubblica,  342c).

Una scena che ha qualche punto in comune con quella recitata ieri nello studio ovale della Casa Bianca.

Questa di Platone però è un’utopia

 

Non è utopico invece quanto dicono gli Ateniesi ai Meli nella Storia di Tucidide che drammatizza questo incontro con un lungo dialogo attribuendo ai contendenti una lunga serie di  battute. Preceduti dalla didascalia narrativa sono soltanto i primi due interventi, i successivi venticinque si succedono come in un testo drammatico. 

 

Gli abitanti della piccola isola di Melo dunque  non vogliono entrare nella lega Delio-Attica dominata dagli Ateniesi che li minacciano di invasione se non cederanno.

Gli isolani, molto più deboli, rispondono che contano sull’aiuto degli dèi tutori della giustizia

Gli Ateniesi rispondono con queste parole risolutive

:"Nel favore della divinità neppure noi pensiamo di essere inferiori. Niente infatti pretendiamo, o facciamo, fuori dalla credenza degli uomini nei confronti delle cose relative al divino (…) Riteniamo infatti che la divinità, per quanto si può supporre,  e  l'umanità in modo evidente, in ogni occasione, per necessità di natura (dia; panto;" uJpo; fuvsew" ajnagkaiva")  dove sia più forte, comandi" (V, 105, 2).

 

Il diritto del più forte di comandare dunque sarebbe una legge di natura che vige anche tra gli dèi, se questi ci sono.

 

Si tratta di un  fatto e voglio ricordarlo ai partigiani di Trump o di Zelensky. Un fatto testimoniato non solo dallo storiografo Tucidide ma anche  dalla Storia dove è avvenuto più volte. I Romani vinsero le guerre puniche perché erano più forti dei Cartaginesi. Fu giusto distruggere Cartagine e massacrarne gli abitanti? No, sicuramente no, tuttavia lo fecero.

A me questo diritto del più forte di sottomettere e addirittura annientare il più debole non piace né punto né poco, ma nella Storia si è  verificato  assai spesso tanto nei rapporti tra gli Stati quanto in quelli personali.

E’ stato giusto decollare l’onesto Giovanni o crocefiggere il Cristo figlio di Maria?

Certamente no, ma è successo.

Questo è il mio commento all’evento  di ieri.

Quanti commentano com parole ipocrite o utopiche e quanti parlano a vanvera si pongano in mente la storia se l’hanno mai conosciuta, se no, si mettano a studiare prima di molestarci con le loro ciance vuote di verità e di ragione.

 

Bologna primo marzo 2025 ore 10, 42 giovanni ghiselli

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