giovedì 1 ottobre 2026

Ifigenia CXLIX Il divorzio con il decalogo di Ifigenia


 

 

Il 13 marzo corsi i 5000 metri in 21,52. Non è un bel tempo, ma

era il primo della stagione che, anzi, avevo anticipato di un mese.

Lo  stimolo era sempre Ifigenia che, pur non amandomi più,

né volendomi bene, mi spingeva ad agire e a patire per il mio

bene. La sera le feci una densa lezione: doveva prepararsi su un atto di Cesare e Cleopatra di Bernard Shaw. Le serviva per l’esame di recitazione e ne fu contenta: aveva il volto ridente, gli occhi socchiusi e la

semichiostra superiore dei denti un poco sporgente dal labbro abbronzato e

 appena rialzato9 : riconoscevo l'aria infantile, ingenua, quasi da scoiattola boschiva dei primi giorni felici; sembrava

perfino che mi amasse di nuovo, o per lo meno che fosse

affascinata un'altra volta da me; invece, tutt'al più mi era grata,

siccome, nonostante il suo disamore, io continuavo a sgobbare per

lei.

 

Il  14 marzo andai a prenderla sottocasa  per invitarla sull'Appennino a godere del sole che ci avrebbe reso più belli.

Era sabato, il mio giorno libero. Mi vide arrivare dentro la Volkswagen cui

avevo attaccato gli sci. Mi venne incontro.

La invitai a salire se voleva venire con me fino  al Corno alle scale per ripassare l'abbronzatura.  Un luogo triste invero almeno per chi ha avuto la valle di Fassa tra i cieli della sua infanzia.

Comunque Ifigenia fece due salti di gioia, come ai tempi belli.

Percorremmo il tragitto parlando di scuola e di esami; non

eravamo scontenti. Ma quando fummo arrivati su quella montagna

meschina, senza significato, senza sole, già priva di neve, non trovammo niente di buono, né di nuovo da dirci. Si parlava ancora una volta delle

nostre emozioni vane e cattive. Ci fermammo un'ora soltanto.

Come fummo a Bologna, verso le sei, l'accompagnai a casa sua,

poi tornai nella mia. Eravamo d'accordo che ci saremmo sentiti

alle dieci per decidere che cosa fare.

Entrai nello studio illuminato: il sole era finalmente sbucato dalle

invide nuvole sbaragliate dalla sua forza. Stava per tramontare non lontano oramai dalla grande pianura del nord: gradevole segno di primavera.

Eppure sentivo di essere completamente solo su questa terra, di

non provare interesse per alcuna persona vivente tranne la giovane

donna che non ne provava per me. Perfino lo studio, gli alunni, la

scuola, in quel tempo mi lasciavano solo uno scarso interesse. Probabilmente Ifigenia non poteva amarmi proprio perché mi vedeva privo di una  vita mia

indipendente dalla sua: di fatto ero meno vivo che morto. Andai in

camera a buttarmi sul letto: mi sentivo incapace di fare

qualsiasi cosa. Ripensai con struggimento ai vari periodi della

nostra storia, tutti meno infelici di tali giorni orrendi, e in età

nemmeno più tanto verde 10.

Era stato meno brutto, sebbene parecchio angoscioso, anche il periodo in cui non la amavo più, e nemmeno lei amava me, però non voleva che la lasciassi.

Allora, distesa su quel letto con gli occhi socchiusi e il breve

labbro appena rialzato sui denti, le braccia aperte, le belle gambe

divaricate, impaurita come un gattino nero che miagola per il

terrore di essere abbandonato, "non ti deluderò-diceva-dammi solo

dell'altro tempo".

"Certo, tesoro-la confortavo-io starò con te  finché tu avrai bisogno di me, e in ogni caso non voglio farti del male". Questo era vero, ma era pure vero che  ero attirato da un'altra. La situazione allora era penosa, tuttavia la  disfatta non era ancora totale.

Quella sera fatale invece intervenne un accidente imprevisto, anche se non imprevedibile, tale comunque che diede un'altra svolta e altri sobbalzi alla nostra vicenda già declinante per una strada piena di triboli,  irta di sassi acuti, forata da buche o  ritardata da alta rena.

Alle dieci le telefonai, poi andai a prenderla.  Avevamo preso

l'accordo di stare un paio di ore nel letto: il tempo di fare

comodamente l'amore. Lo facemmo un numero sufficiente di volte

e con discreta soddisfazione, mia se non altro. La terza però ci

eravamo stancati: a me era sembrato di pedalare in salita con un

rapporto troppo lungo; tutto lo Stelvio da Prato al passo, una ventina di chilometri, con il 21 per chi sa di ciclismo. Il

tipo di sforzo che danneggia il cuore, dicono.

Stavamo facevando una pausa dunque e si riprendeva fiato, con gli occhi

rivolti al soffitto, quand'ecco che all'improvviso Ifigenia

disse:"Ti devo parlare". Rabbrividii, poi la guardai. "Di’ pure".

"Gianni, io non avevo molta voglia di vederti e di stare con te

questa sera; anzi è da qualche tempo che non mi sento più spinta

verso di te; certo non come una volta".

Fece una pausa, ma  non intervenni."Tu non ne hai colpa-riprese-:

oggi sei stato particolarmente carino quando sei venuto a prendermi . Ma

dopo, hai visto? Non c'era niente di buono da dirci. Abbiamo

parlato soltanto delle nostre emozioni malsane, e non ancora

smaltite evidentemente. Forse quanto sto dicendo non è giusto né

logico, ma adesso sento così. Perciò non dobbiamo

frequentarci, almeno per un certo periodo. Poi si vedrà".

"Ho capito", risposi con tono calmo e condiscendente. "Se tu senti

così, non pórti questioni di logica né di giustizia, né, tanto meno,

di convenienza. Fai bene a lasciarmi. In effetti c'è molta

stanchezza tra noi: la provo anche io". Le accarezzai una guancia,

 feci un sorriso mesto e  domandai:"Toglimi una curiosità, anzi

un dubbio tesoro: hai ancora, o di nuovo in testa il maestro di

danza?"

"No", rispose in modo secco e sbrigativo. In ogni caso mi

consolò un poco. Non soffrivo come la notte del 19 novembre:

oramai la decadenza estrema del rapporto mi aveva esaurito e

sentivo anche io che ci voleva un rivolgimento, qualunque esso

fosse. Peggio di così non poteva andare. Non ho mai capito le coppie di sciagurati  che restano insieme nella disistima, nei maltrattamenti, nell’odio reciproco. Ne ho viste tante dappertutto.

La guardavo con attenzione finché era nuda: poteva essere l'ultima

volta della mia vita. Glielo dissi.

"Non si sa- rispose-, non parliamo di questo. Lasciamo fare al

destino".

Le chiesi i consigli finali, il suo testamento spirituale per me. Mi

ha lasciato un decalogo o codice cui ogni giorno da quella sera

lontana ho obbedito.

"Conserva – disse - tutto il bene che hai ricevuto da me. Dimentica

il male. Non ingrassare, non bere alcolici, non imbruttire. Non

smettere di insegnare meravigliosamente come sai fare. Rifuggi i vizi e le

debolezze della gente ordinaria. Ma soprattutto riprendi a scrivere

presto; questa volta però devi creare qualche cosa di grande:

racconta tutta la nostra storia, procurati e regalami la gloria eterna.

Mettici dentro le nostre giornate, le scene, i viaggi che già in sé non

sono banali; devi trovare lo stile dell'epico, dell'universale. Usa

la forza che hai dentro: tendila come un arco per colpire la sfera

emotiva dei lettori. Devi adoperare la penna come un martello

implacabile che stritoli i luoghi comuni: ricorda l' "atrox stilus "11 di

Petronio . Devi farlo per me e per te stesso. Il talento ce l'hai. Prometti?"

"Sì, farò tutto questo angelo mio, mia Musa, te lo prometto".

 

"E io – domandò – che cosa devo fare per non perdere la tua

stima?"

"Tu sei bella e intelligente, creatura. Non degradarti, non lasciarti

corrompere dai mascalzoni o dagli imbecilli.  Non buttarti via.

Continua a studiare, a leggere, a pensare con la tua testa, a non accettare i

compromessi, a fuggire lontano dalla volgarità. Coltiva lo spirito.

Conserva l'aspetto splendidissimo di cui ti hanno dotata benigni

gli dei: sii sempre la bellezza che vedo adesso, che vidi la prima

volta due anni e mezzo fa, in questo letto dove ho vissuto le mie gioie più grandi. Bei tempi per tutti e due, credo. Mangia con moderazione, non bere alcolici, non fumare, fai molta ginnastica che è la cosmesi migliore 12.

In maniera correlativa al mio scrivere, tu devi recitare, poiché il  destino  desiderato da te è fare l'attrice".

Ifigenia sorrise e  disse:"Farò tutto questo. Tu sei tanto caro

gianni". Poi mi accarezzò e cominciò a rivestirsi. Sarebbe finita

bene la nostra storia se fosse terminata così. Le guardavo il seno, le natiche, la vita, le cosce perfette, le braccia, insomma tutto il corpo che di copriva come si annuvola il sole,

e mi chiedevo se avrei potuto contemplarla di nuovo in camera mia,

nuda o svestita a festa.

"Vedremo", pensai, come mi aveva suggerito lei stessa."Lasciamo fare al destino".

Quindi l'accompagnai a casa senza antipatia. Ci salutammo con un

bacio augurandoci buona fortuna. Come avremmo fatto il 15

giugno seguente. Sembrava un addio. Tornai subito a casa. Non

ero troppo infelice. Nel mio studio dilagava la luce di una luna

completa. Ero stanco e assonnato, ma il momento era solenne e

mi sentii in dovere di scrivere qualche parola.

Ifigenia aveva rivelato un'anima nobile, lasciandomi quando

aveva ancora bisogno di me. Il suo esame  non era lontano:

avrebbe potuto resistere, per convenienza, altri due o tre mesi;

invece se n'era andata poiché non sentiva più di amarmi e non

stava volentieri con me. Questo significa che non mentiva

quando diceva di amarmi; certamente era stata più schietta di me;

io di mia iniziativa non l'avrei lasciata mai, per tante ragioni, ma

soprattutto per l'utile mio o quello che consideravo tale . Prima di stendermi nel grande letto dove

forse non l'avrei vista altre volte, scrissi che la nostra vicenda si era

conclusa con  stima e gratitudine eterna per quella creatura mia

che mi aveva insegnato a essere meno insicuro, cretino e cattivo.

Avvertenza: il blog contiene 4 note

 

 

Note

9

Cfr. L. Tolstoj, Guerra e pace, trad. it. Mondadori, Milano, 1979, p.12.


 

10

Cfr. Leopardi, La sera del dì di festa, vv.23-24.

11

Cfr. Satyricon, 4:"ut verba atroci stilo effoderent ", in modo che correggessero

le parole con penna implacabile.

 

12

Cfr. Platone, Gorgia, 465b.

 

 

Pesaro primo  ottobre  2026 ore 9, 44  giovanni ghiselli

 

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Ifigenia CXLVIII Terza e ultima parte del rimuginare implacabile.


 

Il giorno seguente, 11 marzo, dopo la scuola, tutto il pomeriggio ripresi a rimuginare e non saltai nemmeno la sera. Cenai verso mezzanotte.

Volevo capire meglio perché fosse finito l'amore per la creatura

che con il profumo e la luce dei suoi venticinque anni mi aveva

rivitalizzato, imbellito, bonificato dai piedi alla testa. Avevo

assorbito la vitalità della sua gioventù, ma lei, come persona,

non l'avevo amata: non mi ero preso abbastanza cura dei


suoi pensieri e sentimenti; e quando diede segni di declino vitale

appoggiandosi pesantemente sulle mie spalle, quando perse le ali

da giovane Nike 5 divenendo un pesante fardello, quando

la fresca pasta di cui era fatta smise di lievitare 6 e perse fragranza, io

smarrii gran parte dell'interesse, prevalentemente sessuale che avevo

provato per lei. Vero è pure che aveva mancato a una promessa facendomi soffrire per un mese.

Per giunta aveva considerato  il mio talento di

educatore, o addirittura il mio momentaneo successo di professore

al liceo, più che la mia persona e la mia umanità. Nell'autunno del

1978, quando mi corse dietro, nei tetri corridoi della scuola era

una supplente appena arrivata, bella quanto si vuole, ma insicura di tutto, e piuttosto emarginata da quell'ambiente borghese per il suo stato di

proletaria, oltretutto immigrata quando era bambina da un paesello sperduto tra i monti della Marsica; io ero un insegnante considerato  ottimo dagli studenti migliori; anzi, c'era una classe intera, una terza liceo, che lottava a spada tratta,  con fragore, contro il preside Tanghero e i professori più retrivi perché voleva essere preparata da me, in vista dell'esame di maturità.

Ebbene tale prestigio, qualunque esso fosse, affascinò Ifigenia: anche

lei voleva mettersi in mostra, acquistare rinomanza e reputazione positiva, in un ambiente dove le ragazze belle non erano poche, gli insegnanti

bravi assai rari, quindi divenire l'amante di un professore molto quotato tra gli studenti, le sembrò un ottimo mezzo per essere accolta bene dagli allievi suoi. Era fiera di farsi vedere con me, tutta contenta quando poteva ostentare la nostra relazione. Ma come fui confinato al ginnasio, subii un

calo della mia quotazione nella scuola intera, e nello stesso

tempo sentii scemare il mio entusiasmo di educatore; Ifigenia un poco alla volta cessò di ammirarmi, e non mi sostenne, anzi negli ultimi tempi mi

aveva umiliato ulteriormente emozionandosi per il maestro di danza. Questo mi aveva  ferito, con un contrappasso adeguato al male compiuto quando, dopo avere tratto piacere dal corpo suo splendidissimo, me ne ero saziato e avevo manifestato disinteresse per lei. Tale comportamento non era stato  causato tanto dalla malvagità, quanto dalla mia debolezza e stupidità: la parte buona e presente, l'acropoli dell'anima mia, aveva ceduto all'assalto dei mostri antichi, ma sempre vivi e feroci dentro di me: il materialismo del borghesuccio e il clericalismo del furfante bigotto, sedicente cristiano, vizi pessimi, diversi e contrapposti in apparenza, di fatto simili, come sono il luxus, quale dissolutezza nella fattispecie, e l'avaritia quale taccagneria 7.

 Ero stato sconfitto nell'autunno del 1979, quando, tornato da Debrecen disgustato per giunta dalla sua promessa non mantenuta, mi trovai solo a combattere contro la forza retrograda e preponderante dei demoni cattivi usciti di nuovo dalla palude della mia infanzia. Con quella guerra avevo perduto la bella ragazza già smarrita durante l'estate. Invero mi aveva fatto una partaccia non scrivendomi la lettera promessa e preannunciata con un telegramma.

Aveva dato un orribile segno di inaffidabilità. Aveva riaperto delle brutte ferite aggravandole in ulcere infette. Era andata così.

“Doveva” andare così.

Probabilmente perché sentissi la necessità di recuperarla e renderla eterna come giovane donna luminosa e innamorata attraverso un romanzo che le innalzasse un monumento più duraturo del bronzo 8, un tempio pieno di luce con frontoni dove si leggessero mito  e poesia, come in quelli del maestro di Olimpia,  e invece  di Apollo e Zeus al centro ci fossero Educazione e Bellezza, al di sopra delle brame sudicie, fuori dal conteggiare meschino, al riparo dalle offese del tempo, al sicuro dalla morte finale che risparmia solo i creatori e le creature dell'arte.

Avvertenza: il blog contiene 4 note.

 

Note

5

Vittoria. Avvertenza: non si legge Naike. Lo fanno gli ignoranti, gli stessi che dicono “l’erotica di Beethoven” come la tubercolosa scema e ridicola del romanzo La montagna incantata.

 

6

Cfr. M. Proust, All'ombra delle fanciulle in fiore, trad. it. Einaudi, Torino, 1978,

p.510

 

7

Cfr. Sallustio, Bellum Catilinae :"Incitabant praeterea corrupti civitatis mores,

quos pessuma ac divorsa inter se mala, luxuria atque avaritia, vexabant ", 5,  lo

(Catilina) aizzavano per giunta i costumi corrotti della città, tormentati da vizi

pessimi e opposti tra loro: il lusso e l'avarizia.

8

Cfr. Orazio, Carmi, III, 30, 1:"Exegi momumentum aere perennius", ho

costruito un momumento più duraturo del bronzo.

 

Pesaro  primo ottobre 2026 ore 9, 27 giovanni ghiselli

p. s.

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