giovedì 27 febbraio 2025

L’apprendistato XXIII. Il campo sportivo. La pista del rilancio. I Penati degli amici.

 

Uscito dall’orto botanico, proseguìi verso occidente, camminando sempre tra gli alberi finché sbucai nella luminosa piana dove si trovano i campi da tennis, il casotto del tennis e lo stadio con la pista di 400 metri che mi avrebbe restituito il gianni che ero stato prima di deformarmi nella orribile caricatura del ragazzo che ero stato al liceo.

Dopo l’esama di Maturità con la perdita dell’ambiente dove avevo funzionato bene per anni, mi  ero imbestiato malamente.

Quando raggiunsi la piena coscienza e il sommo disgusto di tanto male e di tale malvagità verso me stesso, ripetei le parole dette da Nerone in fuga come seppe che il Senato l’aveva dichiarato nemico pubblico: “vivo turpiter, deformiter”. Quindi aggiunsi: “ouj prevpei  jIwavnnh/, ouj prevpei”1, non si addice a Giovanni, non si addice.

Presa questa coscienza, però, invece di suicidarmi come fece il matricida augusto,  tornai a correre in qualunque pista trovassi a disposizione, a pedalare la bicicletta in pianura e nelle salite, e a mangiare in modo umano, cioè solo il necessario.

Non esse voracem bona valetudo est, et formae dignitas.

Per quanto riguarda la difformità dalla fine dell’imperatore romano, la mia sopravvivenza dipese anche dalla mancanza nelle mie vicinanze di uno come il liberto segretario alle suppliche che aiutò Nerone a morire: “iuvante  Epaphrodito a libellis”.

 

Fulvio viceversa mi aiutò a vivere. Il nuovo amico mi infonderà prima forza e coraggio, poi il sentimento che il compito mio era quello di primeggiare nel fare del bene: lo dovevo a me stesso, date le mie qualità. Amico prezioso. Ancora oggi il ricordo indelebile dell’aiuto che mi ha dato mi spinge a procedere, spesso non senza fatica, su per i duri tornanti di questa gara davvero olimpica per non tornare indietro con passi retrogradi verso lo stato miserando nel quale ero caduto sui venti anni.

Ora c’è la vecchiaia che incalza e cerca di infliggere umiliazioni, ma sono certo che gli dèi premiano le donne e gli uomini buoni mantendoli sani, forti e felici fino alla morte che mi coglierà, d’un tratto, assai dolcemente spero, mentre corro, o pedalo, o scrivo, o tengo una conferenza o, meglio di tutto, mentre faccio l’amore.

Comunque il più tardi possibile .

Quanto ai corpi delle persone qui già ricordate, e di altre che ricorderò, sono già quasi tutti defunti –defunctaque corpora vita- e le  reliquie si trovano in terre diverse, anche lontane, ma le loro vite   avranno stanza eterna in questo mio lavoro oltre che nelle tombe dove riposano i resti mortali. E voi, santi Penati, proteggete i miei amici che proteggono me, ne sono sicuro.

 

Sulla pista dello stadio di Debrecen dunque avrei corso proteso verso le mie donne, per rendermi sempre meno indegno di loro, per le studentesse borsiste all’università Debrecen, le finniche già ricordate, poi per diverse altre, fino alla supplente Ifigenia  che era rimasta nel carnaio di Rimini e non mi scriveva nell’agosto del 1979 quando correvo i 5000 metri in meno di 19 minuti per sfuggire alle punture dolorose dell’assillo odiosissimo che mi tormentava siccome quella non si curava di me e non mi dava dei compiti.

Sicché me li assegnavo da solo.

Le mie pretendenti erano state  fiumi dallo scorrimento veloce, come Acheloo mnhsthvr, di Deianira 2, ed erano rimaste tutte poco tempo con me, e mi andava bene proprio così: siffatte le cercavo perché sapevo che immergersi due volte nello stesso corso d’acqua è impossibile 3, ed era stata  pure un sole al tramonto ciascuna delle  donne mie, quel sole che torna rinnovato ogni giorno4.

Comunque le ricordo constanti, haud immemore mente da allora. Sempre e per sempre. Alle due Elene, a Kaisa a Päivi  e ad altre di cui forse racconterò, sono stato il più fedele di tutti gli amanti. 

 Tutto questo e anche altro avrebbe significato quello spiazzo. Sarebbe diventato un luogo epifanico: rivelatore di verità occultate da uomini avvezzi più al male che al bene, e il sole sempre osservato a lungo mentre scendeva a posarsi la terra, era messaggero  di segni celesti che facevano antivedere il futuro.

 Eppure nel 1966, chiuso com’ero nel mio straziante egoismo, quel tevmeno", il terreno sacro degli anni successivi, mi lasciò indifferente.  

 

Note

 

1 Cfr. Svetonio, Neronis vita, 49. Anche Augusto disse le parole estreme in greco.

2:"Mnhsth;r ga;r  h\n moi potamov",  jAcelw'/on levgw" (Sofocle, Trachinie, v. 9), il mio pretendente era un fiume, dico l'Acheloo

3Cfr. Platone Cratilo 402a: “ di;" ej" to;n aujto;n potamo;n ouk a]n ejmbaivh", non potresti entrare due volte nello stesso fiume. Parla Socrate rivolgendosi a Ermogene e ricordando Eraclito (cfr. frammemto 52 Diano).

4Cfr. Eraclito fr. 43 Diano

 

Bologna 27 febbraio  2025 ore 18, 38 giovanni ghiselli

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Apprendistato XXII. Provocazioni magnifiche. E la parola divenne carne.


 

 L’orto botanico che, beatificato da Elena, diventerà il paradiso terrestre.

 

Il giardino era pieno di vita, eppure non la sentìi vivere anche dentro di me fino alla notte magica in cui lo percorsi abbracciato a Helena biancovestita che adunava nel volto sereno la luce della graziosa luna e di tutte le vaghe stelle, e, mentre  cantava Summertime con voce calma, manifestava l’armonia che finalmente mi aveva accolto offrendomi le sue meraviglie impersonate da lei, donna bella e fine,  capace di infondermi nell’anima  la verità semplice e sacrosanta che vivere, soprattutto d’estate, è facile, piacevole e gioioso, se non abbiamo commesso delitti inespiabili o sbagli irrimediabili.

Allora pensai: “sum, o superi, beatus, nullique potestas hoc auferre homini” , sono felice e nessuno ha la possibilità di togliere questo all’uomo che ora sono.

L’orto botanico divenne un pezzo di paradiso terrestre solo dopo la conoscenza di questa femmina umana  rara e preziosa. Helena mi aprì la strada verso le altre muse di questa mia vita mortale. In lei ho previsto le seguenti e nelle migliori di queste ho ricordato lei. Perché la ragazza madre, umile e alta più di ogni altra incontrata, lei che una sera mi disse: “io non sono materia” e mi fece provare vergogna dell’ ingiustizia che stavo per infliggerle,  ha risvegliato in me l’idea dello spirito, e, attraverso il suo petto mi ha fatto auscultare i palpiti dell’universo.

Ma questo sarebbe avvenuto cinque anni più tardi di questo che sto raccontando, cinque tutti interi, nell’estate felice del 1971. La più felice di questa mia vita mortale

 

Nel luglio del ’66, mentre percorrevo i sentieri ghiaiosi dell’orto botanico, le piante, le erbe e i fiori dei quali pure leggevo con sguardo superficiale e distratto i nomi latini incisi nei cartelli di latta inchiodati su pezzi di legno piantati nella terra contigua al sentiero ghiaioso dove camminavo con passo stanco, da vecchio anzi tempo, quei vegetali denominati Heuchera Sanguinea, o Campanula Karpatica, per me erano soltanto materia e non risvegliarono la mia fantasia, né mi infusero  il gusto della vita con cui potessi difendermi dal disgustoso sapore di morte che avevo in bocca e nel cuore.

L’anima mia storpia era sempre gravata dalla paura di non trovare una donna, né alcun affetto, e, in quel momento in particolare, di non inserirmi nel nuovo ambiente pieno di giovani meno disgraziati, insicuri e infelici e  di me. La mente sciancata dal peggiore dei vizi, l’autodisprezzo, era diventata uno spettro svigorito, desolato inquilino di un corpo gonfio e infiammato dal cibo.

Con l’amore di Helena, invece, nell’ orto botanico avrei visto trionfare la vita: alberi strani e altri già noti, piccole piante esotiche irretite da ragnatele azzure filate con arte, stagni vivaci dove nell’acqua guizzavano  pesci  non debosciati, bensì pieni di vita come gli uccelli contenti che sfrecciavano nel cielo, e rane che, abbicate  alla terra,  ripetevano il loro verso ringraziando il creatore. Quella donna mi ha fatto capire che la vita stessa mi amava, la vita che è la verissima amante degli uomini buoni i quali non possono non contraccambiare le sue magnifiche provocazioni.

Quando Helena, dapprima ritrosa,  mi disse che mi trovava molto intelligente,  rilanciai la provocazione chiedendole se anche il suo compagno lo fosse.

Rispose: “certamente  lui crede di esserlo”. Provocazioni magnifiche rivelatrici di grande disponibilità, quasi a fare il massimo.

Prima di Helena non ero in grado di notare la parentela di tutto con tutto: non mi accorgevo che le ninfèe distese sopra lo stagno sembravano  pezzi di un mosaico strano,  né assomigliavo le tartarughe a soldati vecchi ma ancora validi, collocati a difesa del luogo con lo scudo dorsale che non avrebbero mai potuto abbandonare. Mi sarebbero venuti in mente i Germani di Tacito e dissi a Elena che pure quelle testuggini dovevano avere il senso dell’onore militare degli antichi Germani: “scutum reliquisse praecipuum flagitium”1 citai.

“Sei intelligente e colto- fece la docta puella che conosceva il latino -Ho fatto bene ad accoglierti”.

“Hai fatto molto bene a me”, le risposi.

“E tu a me”.  

Magnifiche provocazioni piene di amore. Fu impossibile non raccoglierle subito e renderle operative: “Kai; oj lovgo~ savrx ejgevneto”; Et Verbum caro factum est” (N. T. Giovanni, I, 14)

 

Nota

 1 Tacito, Germania, 6.

 

Bologna 27 II febbraio 2025 ore 12, 18  giovanni ghiselli

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