Si tratta dello stesso Edipo, che ha ammazzato il proprio padre senza conoscerlo poi ha sposato la propria madre: “Maximun scelus - maternus amor est” grida l’ombra di Laio evocata da Tiresia nell’Oedipus di Seneca (vv. 629-630)
Nell’Ippolito di Euripide c’è Teseo, il padre, che prega Poseidone perché faccia morire il figlio Ippolito accusato calunniosamente dalla matrigna Fedra. La lezione di questa tragedia è che padri e figli dovrebbero parlarsi, ascoltarsi a vicenda, conoscersi e farsi conoscere. Se non lo fanno, possono conseguirne le tragedie che si ripetono sempre nei secoli dei secoli.
Osservo i due gioghi della montagna pregando gli dèi di darmi la forza necessaria ai miei compiti. Primo di tutti quello di educare me stesso e i giovani a risalire la china del precipizio dove ci spingono l’ignoranza, l’odio, l’invidia.
Cerco di rimanere solo, per riflettere e pensare a quello che dovrò dire durante il simposio serale. Entro nel sacro recinto di Delfi e salgo su per il pendio che porta al teatro. Mi fermo davanti al tesoro degli Ateniesi: un tempio dorico, piccolo e ben conservato.
Non vedo guardiani e mi scopro il petto perché il Sole lo benedica e lo colori di salute, di bellezza, di vita mentre illumina la montagna sacra. Voglio ringraziare gli dèi di avermi aiutato a non sciupare il mio aspetto con l’ingozzamento e l’inerzia. La salute corporea è il correlativo somatico della sanità mentale che è il dono più grande di Dio.
“Il comprendere (to; fronei'n) è di gran lunga il primo requisito/della felicità; è necessario poi non essere empio/ in nessun modo negli atti che riguardano gli dèi".
Queste parole del Coro concludono l’Antigone di Sofocle. A Delfi non posso prescindere dal poeta di Colono, l’aedo delfico. Nemmeno a Pesaro né a Bologna del resto. Oggi sono il pesarese Omero.
Quindi prego con parole mie. “Signore di Delfi, Apollo profeta di Zeus, a te consacro il lavoro cui per anni ogni giorno ho dato il meglio di me. Mi hai sempre aiutato; aiutami ancora. Devo insegnare a fare il bene, cioè a favorire la vita”.
La natura dà segni buoni: le rocce sono adorne e odorose di fiori gialli sorvolati da farfalle variopinte, corteggiati da api striate, da calabroni brillanti inebriati dal sole.
Proseguo su per l’erto pendio fino al teatro. L’orchestra è profanata da mimi inverecondi. Procedo per un sentiero che porta allo stadio. Dall’erba che lo costeggia fanno capolino simpatiche lucertole che dopo avere dato rapide occhiate a destra e a sinistra, attraversano il viottolo facendo guizzare il dorso verde chiazzato di giallo. Belline! Sembrano stupite, timorose e felici di essere vive. Come le mie scolare. Gli uccelli cantano fitti nella pineta e addolciscono l’aria resinosa con i loro gorgheggi. Entro nello stadio.
Prego: “signore degli agoni gloriosi e incruenti, conservami la salute, la forza fisica e il vigore mentale necessari per gareggiare sempre e non perdere mai. Che io possa essere morto quando non vorrò più venire qui in bicicletta a renderti onore. Prometto che lo farò diverse altre volte ancora”.
Ora devo aggiungere che questo luglio è saltato. La mia risposta comunque è “non cederò”. Mantengo il proposito.
Discendo il pendio dalla parte che da nessun sentiero è segnata, dove la natura è più reale e più sacra. Esco dal recinto e mi avvicino alla fonte Castalia. La osservo e prego di nuovo: “O fonte santa che sgorghi dall’ombelico del mondo tra queste rocce ammantate di edera e sei custodita dai bruni cipressi, asili notturni dei liberi uccelli che ora nel cielo festeggiano il dì incoronandolo di voli festosi; sacra sorgente ornata dai fiori che le farfalle baciano con ali impregnate di polline fecondatore, ti prego, dammi la forza di educare il mio popolo.
Villa Fastiggi di Pesaro, 7 agosto 2025 ore 18, 51 giovanni ghiselli
p. s.
Voglio tornare a Delfi poi sul Parnaso in bicicletta il prossimo luglio. Se anche Dio vorrà.
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