Insegnano che nella vita nulla si ottiene senza grande fatica. Anche imprese più piccole di quelle sostenute dal figlio di Zeus richiedono impegno, disciplina, sudore.
Non solo affrontare e debellare i mostri, ma anche studiare, imparare e scrivere. Si tratta di costringere il caos a diventare ordine e bella forma. Eracle sconfiggeva i mostri. Chi elimina i difetti di uno scritto, o di una conferenza, di fatto corregge se stesso.
Cambio stanza e vado a vedere il prassitelico Ermes che tiene in braccio Dioniso bambino. E’ più sensuale che bello. E’ morbido e flessuoso, perfino effeminato. Mostra grande affetto per il piccolo dio e ancora più per la propria bellezza. Si sente osservato ed è piuttosto affettato, cioè in posa. Non ha la sprezzatura regale di Apollo.
Esco per andare nella zona delle nobili gare. Lungo la strada vedo pini dai tronchi enormi e dalle altissime chiome che, mosse dal vento di primavera, sussurrano voci piene di mistero.
Una donna anziana seduta sui fiori mira pensosa il paesaggio ameno e sorride: probabilmente anche lei ricorda gli amori più belli della sua vita mortale.
I custodi del recinto agonale non lasciano più entrare i visitatori tardivi: mancano pochi minuti alla chiusura. Insisto per una visita breve e un guardiano cortese mi lascia passare. Però devo correre se voglio vedere lo stadio. Devo gareggiare impiegando velocità di piedi - tacuta;~ podw`n - per non correre il rischio di rimanere chiuso lì dentro. Magari di notte fa ancora freddo, in aprile. Altri custodi fischiano con insistenza spingendo il gregge degli attardati verso l’uscita. Devo fingere di non vedere e non sentire tali cerberi, o piuttosto idre che fischiano contro il mio andare nella direzione opposta rispetto a quella prescritta dal loro sibilare insistente.
Schivandone due o tre con guizzi e scarti, riesco a entrare nello stadio delle gare di corsa. Si trova sotto il colle di Crono verde anch’esso dei pini vocali caratteristici di Olimpia, come sono le querce di Dodona le cui foglie, frusciando, sussurrano arcane, profetiche voci portate dal vento. Mi seggo un momento cercando di decifrare i segni suggeriti dal luogo.
Mi suggeriscono di non cedere mai ai mali. Devo individuare il concatenarsi delle cause. A questo invece non devo oppormi.
Sta arrivando di corsa un energumeno forsennato che fischia mentre si lancia contro di me e agita le braccia non senza ira. Sto per urlargli: “Caròn, non ti crucciare", oppure “taci maledetto lupo: fra un po’ me ne vado”, ma come capisco che sta facendo il suo lavoro, mi invade un desiderio di pace e di amore. Gli dico: “mi scusi signore, me ne sto andando” e gli rivolgo un dolce sorriso che ne smonta la rabbia. Sicché mi guarda con riconoscenza e mi indica l’uscita con garbo.
Che cosa significa questo? Che devo trovare l’armonia con il prossimo, se voglio giungere alla pace. Quindi all’arte, il massimo oggetto del mio desiderio. Ricordo che il greco aJrmoniva, e il latino ars hanno la medesima radice indoeuropea e pure il verbo ajrevskw, “piaccio”.
Devo piacere a me stesso se voglio farmi ascoltare e leggere dalle persone che devo educare. Sono nato per questo. Se no mi sarei sobbarcato una vita matrimoniale.
Prima di tutto trovare la pace che odora come le viole accanto al pozzo, come il seno di una ragazza che corre su campi fioriti o si cimenta sulle piste degli stadi.
Per piacere a chi mi guarda devo anche farmi mettere in ordine i denti anteriori che sono piccoli e radi.
Allora mi venne in mente una battuta dell’Ulisse di Joyce: “My teeth are very bad. Why, I wonder? Feel. That is going too. Shells”.
La lingua inglese mi è simpatica anche se non è prestigiosa come la greca né chic come il latino o il tedesco. Nella mia vita è stata la lingua degli amori più belli.
Uscendo penso: “Il mio dentista è un donnaiolo accanito. Gli piacciono giovani molto. Nelle ragazze cerca la carne che ancora lievita. Io piuttosto ammiro lo spirito che cresce e si potenzia, magari con il mio contributo."
Rientro nella corriera.
Villa Fastiggi, 5 agosto 2025 ore 18, 27 giovanni ghiselli
p. s
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