sabato 3 gennaio 2015

"Arte. Sette anni di riflessioni sull’arte e dintorni". Presentazione del libro di Lidia Pizzo

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Presentazione del libro di Lidia Pizzo
Arte. Sette anni di riflessioni sull’arte e dintorni
Per le riviste “inCamper” e Nuove Direzioni-Cittadino e Viaggiatore”
Edizioni thema, Città di  Castello, 2014


Nei giorni scorsi sono stato a Siracusa. Ho ricevuto questo bel libro di Lidia Pizzo. Ho cominciato a leggerlo all’aeroporto di Catania aspettando un aereo per Bologna e, nonostante il traffico, non me ne sono distratto. Il volume è ricco di immagini belle e di riflessioni intelligenti fatte da persona colta, ricca di competenza, e dotata di buon gusto.
Voglio presentare il volume partendo dalla prefazione che ha la forma di un dialogo tra l’autrice e un lettore quale potrei essere io o uno di voi che state leggendo me.
La Pizzo gli dice che sta raccogliendo per lui “tanti articoli sull’arte” (p. 13)
Il supposto lettore le chiede: “quali sono le tue credenziali? La tua biografia? Il tuo fitto curriculum”?
Una domanda corrispondente allo star system per il quale la notorietà e la visibilità contano più delle capacità e del valore.
Si potrebbe rispondere homo sum, o in questo caso mulier sum, e ti basti tanto: ce ne sono anche troppi di cialtroni sulla ribalta.
Ma l’autrice risponde ironicamente che ognuno di noi ha più biografie.
Perfino i santi o presunti tali, o almeno i più interessanti e inquietanti come l’africano Agostino e l’umbro Francesco, hanno recitato diverse parti nella loro vita terrena.
La Pizzo quindi domanda quale ruolo della propria vita debba raccontare.
Ne nomina diversi: tanti quanti ne ha interpretati una persona matura la quale sa che noi mortali siamo solo  attori di una recita il cui regista è altrove. Sa anche però che dobbiamo recitare bene le parti che ci sono state assegnate.     
Il lettore vorrebbe essere informato sul curriculum, e l’autrice risponde, non senza compiacimento, che non ha mai vinto un premio letterario e non ha mai avuto contatti con editori reputati grandi o medi.
In effetti ci sono stati autori ottimi che i premi letterari li hanno sdegnati.
La Pizzo comunque ha sempre studiato, pensato, e ha scritto costretta dal suo “daimon perverso e prepotente”.
Un demone che la spinge avanti e non la trattiene, proprio come faceva quello di Socrate[1].
Il lettore comincia a sentirsi attirato, a provare simpatia per l’autrice che quasi si vanta di ciò che altri cercherebbero di nascondere.
Lidia Pizzo a questo punto  indica con dito diritto una delle stelle polari del suo scrivere: il rispetto per il lettore. Il che vuol dire non bluffare atteggiandosi a padre eterno o a magna mater nei confronti di una tabula rasa, come fanno tanti  accigliati cattedratici  “maître à penser” (p. 14).
Il lettore riprende l’espressione latina dicendo di non essere una tabula rasa, ma di avere “una formazione culturale” e, quindi, di essere in grado di ribattere.
Sicché comincia un dibattito.
I due dialoganti concordano sul fatto che le immagini sacre dell’antichità pagana e cristiana “funzionavano da exemplum (…) avevano forza rivelativa in quanto erano considerate modelli esemplari di comportamenti”.
Su questo il lettore concorda fino al Medioevo. Ma con il Rinascimento, sostiene, “con la scoperta della prospettiva, nascono le botteghe dei maestri, le immagini diventano artistiche, diventano finzione dichiarata, quindi non determinano, se non in misura molto relativa, comportamenti”.
Infatti allora nasce la storia dell’arte, conferma l’autrice.

Personalmente non escluderei dall’arte nemmeno le espressioni di propaganda, purché belle, dei poeti cortigiani come Orazio e Virgilio che con molti dei loro versi intendevano assecondare il programma politico di Augusto volto alla restaurazione degli antiqui mores.

Comunque il lettore dà ragione alla Pizzo che ha iniziato il suo percorso dal Quattrocento.
La scrivente aggiunge che “l’immagine creata dall’artista non segnerà una perfetta demarcazione tra realtà e possibilità, ma le conterrà entrambe”.

Credo che l’artista debba cogliere la quidditas delle cose e delle persone, le loro quintessenze. L’arte ci fa vedere la verità delle cose, che è ajlhvqeia[2], cioè “non latenza”. L’arte è disvelamento progressivo dei significati del mondo nel quale l’artista vive, una apocalisse- rivelazione cui deve cooperare il fruitore in sinergia con l’autore.

La Pizzo lo dice a lettore con queste parole: “Man mano che leggerai questi miei testi, ti si chiarirà meglio che il significato dell’opera non ti si darà mai con tutta la sua evidenza, si nasconderà, si velerà, perché tu possa s-velarlo, che è come dire alzare il velo ma lasciarlo scendere di nuovo, per aprirlo ad altr ri-velazioni” (p. 15)
Il lettore ha correttamente capito che l’opera d’arte “dovrebbe produrre ciò che nella lingua tedesca si chiama unheimlichkeit, che in italiano traduciamo con spaesamento”.

Viene in mente lo squillo iniziale del primo stasimo dell’Antigone di Sofocle:"Molte sono le cose inquietanti(polla; ta; deinav) e nessuna/è più inquietante dell'uomo" (vv. 332-333). Traduco ta; deina; come suggerisce Heidegger  :"Noi concepiamo l'in-quietante (das Un-heimliche ) come quello che estromette dalla "tranquillità", ovverosia dal nostro elemento, dall'abituale, dal familiare, dalla sicurezza inconcussa”[3].

“Pertanto-continua il lettore-di fronte a un prodotto artistico, noi dobbiamo avvertire quella coloritura affettiva che ci fa sentire come fuori casa, fuori dal paesaggio conosciuto, come dire che esso deve mostrare l’altro lato delle cose del mondo, non quello che banalmente ci sta sotto gli occhi”.

L’arte, per raggiungere tale scopo, impiega vari mezzi. Tra questi, le metafore.
«È in questo senso che un poeta dice: «La realtà è un luogo comune dal quale sfuggiamo con la metafora». La metafora letteraria stabilisce una comunicazione analogica tra realtà assai lontane e differenti, dando intensità affettiva all’intelligibilità che produce. Generando onde analogiche, la metafora supera la discontinuità e l’isolamento delle cose»[4].
«Le due realtà, identificandosi nella metafora, cozzano l’una con l’altra, si annullano reciprocamente, si neutralizzano, si materializzano. La metafora diviene la bomba atomica mentale»[5].

L’autrice approva la riflessione del lettore che del resto conosceva già alcuni articoli di lei “comparsi sulle due riviste ‘inCamper’ prima e ‘Nuove Direzioni-Cittadino e viaggiatore’ poi”.
A mano a mano che procedono nello scambiarsi opinioni, l’intesa tra i due dialoganti cresce. La Pizzo è contenta di riuscire simpatica a chi la legge: “io desidero essere accattivante, perché attraverso le mie parole tu possa innamorarti dell’opera d’arte e dell’arte. Esse saranno come un’isola nella tua esistenza, come lo sono state per me, dove potrai rifugiarti nel momento in cui la vita normale ti darà una batosta, ti tradirà o non ti basterà” (p. 16)
Il lettore, non incolto, chiede se iniziarsi all’arte sia come entrare in un tevmenoς, un recinto sacro dove la vita si intensifica attraverso la visione della bellezza e il dialogo con lei.
L’autrice aggiunge lo stupor che induce “all’io penso (…) al movimento dell’immaginazione, dell’intelletto, della sensibilità”.

Principio di ogni filosofia è il meravigliarsi, afferma Platone (Teeteto, 155d) e dal fatto che il giovane Teeteto si meraviglia, deduce la sua attitudine alla filosofia.  Il dialogo verte sulla conoscenza (ejpisthvmh) e Teeteto è un giovane pregno (ejgkuvmwn, Teeteto, 210 b) di riflessioni.
Teeteto afferma che si meraviglia enormemente davanti alle sensazioni
 e Socrate gli dice: “mavla ga;r filosovfou toũto to; pavqoς , to; qaumavzein (155d). 
Aristotele  sostiene che gli uomini hanno cominciato a fare filosofia, sia ora sia in origine, a causa della meraviglia: "dia; ga;r to; qaumavzein oiJ a[nqrwpoi kai; nu'n kai; to; prw'ton h[rxanto filosofei'n" ( Metafisica , 982b).
 Dallo qaumavzein  del resto non nasce solo la filosofia ma anche la poesia e tutta la cultura. Aristotele precisa che il filovsofo~ è anche filovmuqo~ poiché il mito è composto da cose che suscitano meraviglia oJ ga;r mu'qo~ suvgkeitai ejk qaumasivwn (Metafisica, 982b).

Lidia Pizzo prosegue esponendo il piano dell’opera: ella getterà pietruzze brillanti che “si richiameranno reciprocamente” attraverso mutui riverberi “come un’eco di perle” , costringendo il lettore a rivedere e approfondire ogni volta di più quanto ha letto. Le nozioni dovranno diventare organiche e assimilarsi alla carne viva.
Questo non significa che il libro toccherà solo le sensazioni e la sfera emotiva poiché “qualche cenno storico sarà necessario anche per inquadrare personaggi, opere, ambienti, culture del periodo in cui gli artisti vissero e “lessero” il loro spirito del tempo, che i tedeschi con una parola più puntuale indicano come Zeitgeist. E poi non sai che oggi l’interdisciplonarietà è un’esigenza imprescindibile?” (p. 16).

 L’interdisciplinarietà o metodo comparativo è assimilabile al “metodo mitico” di T. S. Eliot.
In una famosa recensione[6] all'Ulisse  di Joyce[7], l’autore di The waste land  definiva il metodo mitico, in opposizione a quello narrativo, come il modo di controllare, di dare una forma e un significato all'immenso panorama di futilità e anarchia che è la storia contemporanea. "Instead of narrative method, we may now use the mythical method ", invece del metodo narrativo possiamo ora avvalerci del metodo mitico. Questo implica la conoscenza della tradizione e di non pochi autori della letteratura europea.

Il lettore del libro della Pizzo chiama questo metodo comparativo o mitico “un costante andirivieni, che mi permetterà di approfondire a poco a poco i concetti appresi, di modo che alla fine diventeranno mio patrimonio intellettuale”.
L’autrice considera plausibile la definizione e dichiara che lo strumento di questa paideia-educazione offerta a chi la lègge sarà la parola.

Quella parola che l’apostolo Giovanni mette jen ajrch'/  :"In principio erat Verbum"[8]. E il verbum deve diventare factum. “Im Anfang war das Wort…Im Anfang war die Tat”[9].

Il lettore teme che la parola sia “fuorviante rispetto all’immagine”.
La Pizzo replica con questa comparazione: “La parola è come una gemma che vedi allacciata al collo dell’immagine” (p. 17)
Le parole che spiegano l’arte saranno come semi che, gettati nella mente del lettore “evolveranno” con il mutare delle cognizioni di chi le legge.
Il lettore teme che la complessità del piano dell’opera possa comportare della confusione, ma l’autrice lo rassicura: la complessità sarà articolata e organizzata bene, verrà risolta in una bella semplicità.

 “Amiamo il bello con semplicità e la cultura senza mollezza[10]”, ebbe a dire il Pericle di Tucidide parlando al suo popolo, educandolo.

Ecco dunque come l’autrice chiarisce al lettore il modo in cui è articolato il complesso piano dell’opera: “ci sarà una parte introduttiva in cui ti renderai conto dei problemi che pone in essere l’opera d’arte e la sua “lettura” in relazione alle epoche in cui fu eseguita. Successivamente approfondirò di un determinato periodo gli autori più importanti, con qualche puntatine all’estero, quando riterrò che essi siano stati significativi per l’evoluzione del pensiero artistico”.
Chi legge dichiara la propria disponibilità a lasciarsi sedurre da quanto troverà nel percorso seguente: “gioielli, appunto, appesi al collo di pensieri”.

Termino questa prima parte della mia presentazione citando le parole conclusive del primo capitolo dell’Asino d’oro di Apuleio: “ Lector, intende: laetaberis”(1, 1), fai attenzione, lettore, ti divertirai.
E imparerai

giovanni ghiselli 




[1] Socrate nell'Apologia scritta da Platone afferma che il suo demone si manifesta come una voce (fwnhv ti" ) che lo distoglie sempre (ajei; ajpotrevpei) da ciò che sta per fare mentre non lo spinge mai ad agire (protrevpei de; ou[pote, Apologia di Socrate, 31d).
[2] Questa parola è formata da aj-privativo e lanqavnw, che significa 2rimango nascosto”. Del resto la forma media lanqavnomai, vuol dire “dimentico”, per cui ajlhvqeia è “non latenza” e “non dimenticanza”.  
[3] M. Heidegger, Introduzione alla metafisica , trad. it. Mursia, Milano, 1966, p. 157
[4] E. Morin, La testa ben fatta, p. 94.
[5] J. Ortega y Gasset, Idea del teatro, p. 48.
[6]Ulysse, Order and Myth , "The Dial", nov. 1923.
[7] Del 1922.
[8] Vangelo di Giovanni , Prologo.
[9] Goethe, Faust I, Studio. In principio era la Parola…in principio era l’Azione.
[10] "filokalou'mevn te ga;r met j eujteleiva" kai; filosofou'men a[neu malakiva"" (Storie, II, 40, 1)

giovedì 1 gennaio 2015

La storia di Didone VI parte

Pompeo Girolamo Batoni, Didone abbandonata


Appena vede Enea il messaggero  lo assale ("Continuo invadit ", v. 265) biasimandolo per il suo crimine.
L'eroe troiano davanti a tanto rimprovero nemmeno cerca di difendere l'amore:"obmutuit amens/arrectaeque horrore comae et vox faucibus haesit  "(vv. 279-280), restò muto, fuori di sé, gli si drizzarono i capelli per il terrore, e la voce si arrestò nella gola.
Il v. 280 è formulare nell'epica virgiliana: riecheggia II 774:"Obstpui steteruntque comae et vox faucibus haesit ", mi paralizzai, si rizzarono i capelli e la voce rimase attaccata alla gola.  E' la reazione di Enea davanti all'umbra , più grande del naturale, di Creusa perdutasi durante la notte della presa di Troia.
Questo verso torna identico a III 48 quando Enea si terrorizza sentendo il lamento di Polidoro venire da una bacchetta[1] .
La formula del IV canto torna di nuovo in XII v. 868 e questa volta riguarda Turno paralizzato dal presagio della propria morte.
Ma Enea deve compiere altre imprese grandi e meravigliose, sicché non rimane agghiacciato a lungo : infatti lo scalda un ardore legittimo e davvero degno di un eroe:"Ardet abire fugā " (v. 281), arde di andarsene in fuga, e dà ordini per prepararla furtivamente, riservandosi di parlarne a Didone nei momenti più dolci.
La regina però lo capisce da sola ("quis fallere possit amantem?", v. 296, chi potrebbe ingannare un'amante? ), lei che temeva tutto anche se era tranquillo:"omnia tuta timens" (v. 298).
L'ossimoro allitterante evidenzia quanto di contraddittorio c'è nell'anima di questa donna innamorata e ansiosa. L'allitterazione evoca un battere di colpi e contraccolpi.
 Per giunta la Fama,  impia , porta la brutta notizia all'amante già sconvolta (furenti , v. 298). Allora scoppia di nuovo l'incendio della pazzia e dell'amore:"Saevit inops animi totamque incensa per urbem/ bacchatur ", vv. 300-301, ella infuria, priva di senno, e infiammata baccheggia per tutta la città.
Quindi la disgraziata affronta Enea al grido di "perfide " (305), che echeggia il lamento dell'Arianna abbandonata di Catullo[2]: prima lo aggredisce rinfacciandogli la malafede, poi lo supplica, evocando la propria morte, invocandone il senso dell'onore, la gratitudine dovuta, e cercando di  impietosirlo:" Dissimulare etiam sperasti, perfide, tantum/posse nefas tacitusque mea decedere terra?/nec te noster amor nec te data dextera quondam/nec moritura tenet crudeli funere Dido? " (vv. 305-308), hai sperato, perfido persino di poter dissimulare un così grande misfatto, e di poter andartene dalla mia terra senza dir niente? non ti trattiene il nostro amore, né la destra data una volta, né Didone pronta a morire di morte crudele?-mea… terra: la terra e la donna sono spesso identificate nella letteratura antica come non poche volte in quella moderna: Pound, a proposito dell'Ulisse  di Joyce, ossia di Leopold Bloom, nota che :"La sua sposa Gea-Tellus, simbolo della terra, è il suolo dal quale l'intelletto tenta di saltar via, e nel quale ricade in saecula saeculorum "[3].- data dextera: nella Medea di Euripide la protagonista:"ajnakalei' de; dexia'"-pivstin megivsthn, (vv. 21-22) reclama il sommo impegno della mano destra.
Vediamo altri tre versi:" per conubia nostra, per inceptos hymenaeos,/si bene quid de te merui, fuit aut tibi quicquam/dulce meum, miserere domus labentis et istam,/oro, si quis adhuc precibus locus, exue mentem " (vv. 316-319), per la nostra unione, per le nozze iniziate, se ho ben meritato di te, o se per te c'è stato qualcosa di dolce in me, abbi pietà di una casa che vacilla e deponi questo proposito, ti prego, se ancora c'è qualche posto per le preghiere.
Anche questi esametri contengono e suscitano echi. Il primo "è un'"allusione" a Catullo 64, 141 sed conubia nostra, sed optatos hymenaeos : ciò spiega le "preziosità" metriche di gusto neoterico: coincidenza della fine del secondo piede con fine di parola, cesura trocaica, lunga parola greca alla fine del verso; ma, pur con tutte le preziosità metriche, il pathos di Virgilio è più grave, più "tragico"[4].
Il primo emistichio del v. 317 al lettore di Dante ricorda la captatio benevolentiae di Virgilio a Ulisse e Diomede:"s'io meritai di voi mentre ch'io vissi,/s'io meritai di voi assai o poco"[5].
Infine  il dulce meum rammentato da Didone a Enea (v. 318) ricorda quello che Tecmessa cerca di richiamare alla mente di Aiace quando, nella tragedia di Sofocle, tenta di dissuaderlo dal suicidio:"  ajndriv toi crew;n-mnhvnhn prosei'nai, terpno;n ei[ tiv pou pavqh/.- cavri" cavrin gavr ejstin hJ tivktous' ajeiv:-o{tou d j ajporrei' mnh'sti" eu\  peponqovto",-oujk a]n levgoit jj e[q j ou|to" eujgenh;" ajnhvr" (Aiace , vv. 520-524), per l'uomo certo è doveroso che rimanga un ricordo congiunto a qualche gioia se in qualche modo l'ha provata: infatti gratitudine genera gratitudine, sempre. Chiunque perda il ricordo di avere ricevuto del bene, non può più essere chiamato nobile.
Virgilio non utilizza la sentenza finale per non togliere nobiltà al suo eroe, ma chi crede nel valore della gratitudine sente che nel comportamento di Enea nei confronti di Didone c'è qualcosa di vile e volgare.

L'ingratitudine è un vizio capitale secondo diversi autori e la gratitudine, viceversa, un grande valore.
Esiodo mette la gratitudine (cavri" , Opere , v. 190) con il pudore (aijdwv", v. 192) tra i valori negati dall'estrema decadenza dell' età del ferro : allora gli uomini nasceranno con le tempie bianche (poliokrovtafoi, v. 181) oltraggeranno i genitori che invecchiano, useranno il diritto del più forte, la giustizia starà nelle mani (divkh d j ejn cersiv , v. 192), se ne andranno Aijdwv" appunto e Nevmesi" , la giusta distribuzione; quindi "kakou' d j oujk e[ssetai ajlkhv" (Opere , 201)  non vi sarà più scampo dal male.   
Anche Cicerone pone la gratitudine in prima fila tra i doveri:"nullum enim officium referendā gratiā magis necessarium est " (De Officiis , I, 47), nessun dovere in effetti è più necessario della gratitudine.
L'ingratitudine è il marchio della persona volgare: Nietzsche nel 1864 (a vent'anni) scrisse una Dissertazione  su Teognide di Megara  simpatizzando con le teorie del lirico antico. Lo colpì fortemente il biasimo espresso  per l'ingratitudine dell'animo plebeo:"Teognide ritiene che non c'è niente di più vano e di più inutile che fare bene ad un plebeo, dal momento che di solito non ringrazia mai"[6]. Quindi cita alcuni versi della Silloge  (105-112) che riporto in traduzione mia :
"E' un favore del tutto vano fare del bene ai vili:/è come seminare la superficie del mare canuto./Infatti seminando il mare, non mieti folta messe,/né facendo del bene ai malvagi puoi riceverne bene in cambio:/ché i malvagi hanno mente insaziabile: se tu sbagli,/l'affetto per tutti i favori di prima si versa per terra./I buoni invece gustano al massimo quanto ricevono ("oiJ d j  ajgaqoi; to; mevgiston ejpaurivskousi paqovnte"", v. 111),/e serbano memoria dei beni e gratitudine in seguito".
Contro l'ingratitudine tuona Re Lear, the lunatic King di Shakespeare " Ingratitude, thou marble-hearted fiend/more hideous when thou show'st thee in a child/than sea-monster "(I, 4)., o ingratitudine, demonio dal cuore di marmo, più orrenda del mostro marino quando ti manifesti in una figliola!".
 Fu l'ingratitudine, più forte delle braccia dei traditori, più micidiale dei loro pugnali a vincere la resistenza del grande Cesare:"Ingratitude, more strong than traitors' arms,/quite vanquished him: then…great Caesar fell" (Giulio Cesare , III, 2). 

Tra i nostri due amanti non può esserci più nulla di buono poiché compiacenza e condiscendenza devono essere reciproche, mentre Enea non vuole saperne di Didone, nemmeno quando questa arriva a dire " Saltem si qua mihi de te suscepta fuisset/ante fugam suboles, si quis mihi parvulus aula/luderet Aeneas, qui te tamen ore referret,/non equidem omnino capta et deserta viderer "(vv. 327-330),  se almeno fosse stato da me concepito un figlio tuo prima della tua fuga e nella mia reggia giocasse un piccolo Enea che per lo meno ti riproducesse nel viso, certo non mi sentirei del tutto ingannata e abbandonata.
Sull'aggettivo parvulus sentiamo un'altra riflessione di La Penna-Grassi:"Lo stile epico rifiuta i diminutivi, propri del sermo familiaris , comuni nelle nugae  catulliane, ma già meno frequenti nell'elegia. Nell'Eneide  sono stati contati sette diminutivi, ma probabilmente questo è l'unico vero diminutivo affettivo: con molta finezza Virgilio ha sentito che l'umanità dolente della sua eroina non poteva essere sempre "controllata" colla misura della sublimità epica. La concessione ha, tuttavia, i suoi limiti: Virgilio ha probabilmente nella memoria un passo di un epitalamio di Catullo (61, 216 ss.), dove il poeta augura che presto un Torquatus...parvulus  dal grembo della madre tenda le mani al padre e gli sorrida; ma proprio il confronto con Catullo mostra che la tenerezza materna di Didone manca di ogni leziosità"[7].-deserta:"è ancora voce che appartiene al linguaggio erotico-elegiaco: così Catullo c. 64, v. 57, descriveva Arianna abbandonata da Teseo (desertam in sola miseram…harena) "abbandonata, misera, su una spiaggia deserta"[8] .


Auguro un ottimo 2015 ai  203792 frequentatori del mio blog
giovanni ghiselli



[1] E' l'episodio imitato da Dante nella selva dei suicidi (Inferno, XIII; qui il terrore è limitato a "ond'io lascia la cima cadere/e stetti come l'uom che teme", vv. 44-45.
[2]64, 133.
[3] Critica e saggistica,  in Ezra Pound, Opere scelte, p. 1168.
[4]A. La Penna-C. Grassi, op. cit., p. 425.
[5]Inferno , XXVI, 80-81.
[6]p. 167.
[7] Op. cit., p. 428.
[8] G. B. Conte, Scriptorium Classicum, 3, p. 271.