mercoledì 1 febbraio 2023

Polibio VIII. Libro XXXI. Le tante virtù di Scipione Emiliano.

Polibio VIII.

 

Libro XXXI. Le tante virtù di Scipione Emiliano

 

Il XXXI libro racconta i rapporti tra i Romani e i  regni ellenistici, quindi le provocazioni ai Cartaginesi di Massinissa, il re di Numidia alleato con i Romani. Segue un elogio di Emilio Paolo che, padrone di un intero regno, non volle nulla per sé.

Subito dopo Polibio racconta come fece a diventare amico dei figli  di Lucio (Emilio Paolo), Fabio e Scipione. Ma questo l'ho già riferito. Si può aggiungere la richiesta di Scipione a Polibio di occuparsi della sua educazione non meno che di quella del fratello e la promessa del maestro greco di mettersi a disposizione del discepolo e di aiutarlo a parlare e ad agire in maniera degna dei suoi antenati (" ejgw; de; kaj;n aujto;" hJdevw" soi sunepidoivmhn ejmauto;n kai; sunergo;" genoivmhn eij" to; kai; levgein ti kai; pravttein a[xion tw'n progovnwn", XXXI 24, 5. Dopo questo approccio i due divennero intimi come padre e figlio o per lo meno come parenti stretti.

Scipione volle incamminarsi per la strada di una vita virtuosa onde acquistare una buona reputazione di moderazione, già rara in quel tempo in cui a Roma quando la maggior parte  giovani si stava corrompendo: alcuni si davano alla pederastia, altri frequentavano le etere e molti si abbandonavano ai piaceri della musica e dei banchetti poiché si erano appropriati in fretta durante la guerra contro Perseo della facilità di costumi tipica dei Greci in questi campi ("tacevw" hJrpakovte" ejn tw'/ Persikw'/ polevmw/ th;n tw'n jEllhvnwn eij" tou'to to; mevro" eujcevreian",  XXXI 25 ,4 ).

 

 Sallustio sposta un poco più avanti la diffusione di questi costumi e ne attribuisce la causa alla scomparsa del deterrente costituito da Cartagine : "Sed ubi...Carthago aemula imperi Romani ab stirpe interiit, cuncta maria terraeque patebant, saevire fortuna ac miscere omnia coepit. Qui labores, pericula, dubias atque asperas res facile toleraverunt, iis otium divitiaeque, optanda alias, oneri miseriaeque fuere. Igitur primo pecuniae, deinde imperi cupido crevit: ea quasi materies omnium malorum fuere "[1].  Così Polibio sostiene che questo stile di vita andò in auge con la dissoluzione del regno di Macedonia che lasciò i Romani senza rivali e con il trasferimento a Roma delle ricchezze di Perseo.

 

Ma Scipione si sottrasse a tale decadimento e scelse uno stile di vita temperante e rigoroso.  E' questa una difesa degli Scipioni dalle critiche degli avversari quali Catone, che li accusavano di corrompere Roma ellenizzandola introducendovi i costumi e la cultura greca. 

Cfr. gli Adelphoe di Terenzio del 160 con Micio “scipionico” e Medea catoniano

Scipione, secondo Polibio, era generoso e disinteressato al denaro, per carattere, per l'educazione ricevuta dal padre naturale (Emilio Paolo, mentre quello adottivo era Publio Scipione, figlio del vincitore di Annibale a Zama) e per il contributo della Fortuna. Quando morì Emilia, la moglie del nonno adottivo, Scipione Africano Maggiore, questa lasciò al nipote grandi ricchezze che ella era solita sfoggiare nella magnificenza di cui circondava la sua persona. Scipione Emiliano quindi regalò lo splendido corredo ereditato a sua madre Papiria che era separata da suo padre ed era meno facoltosa di quanto si addicesse alla sua nobiltà.

Papiria allora si recò ad un solenne pubblico sacrificio con il fastoso abbigliamento e i sacri utensili di Emilia suscitando entusiasmo per la generosità del figlio, veramente eccezionale e stupefacente a Roma dove assolutamente nessuno dà niente di quanto possiede a nessuno senza fare dei conti (" aJplw'" ga;r oujdei;" oujdeni; divdwsi tw'n ijdivwn uJparcovntwn eJkw;n oujdevn", XXXI 26, 9. 

Scipione dunque si distingue da quella mentalità tirchia e utilitaristica impersonata da Catone e codificata nel suo De agri cultura  che rappresenta un mondo ristretto, quello della villa , e dominato dalla logica dell'utile. Del resto non si tratta solo di Catone. Tradizionalmente  nemmeno con la divinità c'è relazione disinteressata:  il romano sembra curarsi degli dei solo per averne favori; la prosperità terrena è il fine supremo della sua religione dove prevale lo spirito pratico e manca il mistico entusiasmo per ideali di bellezza e grandezza. Perfino il poeta novus  Catullo chiede agli dèi un contraccambio della sua pietas :"O di, reddite mi hoc pro pietate mea " (76, 26).

Polibio conclude il XXXI capitolo mettendo in rilievo che la fama della nobiltà morale dell'Emiliano andò crescendo grazie alle donne che chiacchierano fino alla nausea su qualsiasi argomento nel quale si  siano gettate ("a{te tou' tw'n gunaikw'n gevnou" kai; lavlou kai; katakorou'" o[nto",  ef j o{ ti   a]n oJrmhvsh/", XXXI, 26, 10).

 Le chiacchiere delle donne pertanto sono uno degli strumenti della buona Fortuna che assecondò la sua indole ottima.

 

 Polibio prosegue raccontando altri gesti di generosità di Scipione. Quando morì suo padre naturale, egli rinunciò alla sua parte di eredità in favore del fratello Fabio, eppure in occasione dei funerali pagò metà dello spettacolo di gladiatori che il fratello volle dare. Non si può negare che tale offerta al popolo sia un tantino ignobile ( "avarior redeo, ambitiosior, luxuriosior, immo vero crudelior et inhumanior, quia inter homines fui ", Lettere a Lucilio ,7 ,3,  torno più ambizioso, più dissoluto, anzi addirittura più crudele e disumano poiché sono stato in mezzo agli uomini. affermava Seneca dopo avere assistito ad uno spettacolo circense), ma abbiamo altresì ricordato che nella medesima circostanza vennero rappresentati gli Adelphoe  di Terenzio.

 

Generoso Scipione fu anche con le sorelle, cui cedette i beni della madre, e quindi conseguì la fama di uomo dai nobili sentimenti. Inoltre aveva acquistato la reputazione di moderato astenendosi da molti e variegati piaceri ("pollw'n de; kai; poikivlwn hJdonw'n ajposcovmeno"", XXXI 28 12), guadagnandoci per giunta quella salute fisica e quel vigore che lo accompagnarono per tutta la vita che gli procurarono piaceri più soddisfacenti di quelli facili cui aveva rinunciato. Era anche dotato di coraggio e per esprimere questa qualità del carattere fu aiutato dalla Fortuna. Infatti dopo la guerra macedonica Lucio Emilio Paolo, il vincitore, ritenendo che la caccia fosse per i giovani il più bell'esercizio e divertimento ("oJ Leuvkio" kallivsthn uJpolambavnwn kai; th;n a[skhsin kai; th;n yucagwgivan uJpavrcein toi'" nevoi" th;n peri; ta; kunhgevsia", XXXI 29, 5)  mise a disposizione di Scipione le riserve e i cacciatori della casa reale di Macedonia i cui membri erano appassionati di caccia. Il giovane Scipione dunque, dopo la battaglia di Pidna, si diede all'arte venatoria,  e, quasi fosse un giovane cane di razza ("kaqavper eujgenou'" skuvlako"", 7) se ne appassionò per sempre. L' incontro e l' amicizia con Polibio che aveva la stessa passione portò i due giovani a tale attività, allontandoli invece dal foro, dalle questioni giuridiche e dagli intrallazzi politici. Con le imprese venatorie l'Emiliano si procurò una fama più alta e schietta che brigando nel foro.

Francamente mi sembra spropositato questo elogio della caccia ma l'ho riferito per ampliare la scheda messa insieme studiando Senofonte.

Polibio conclude l'elogio di Scipione affermando che i suoi successi vanno attribuiti in massima parte alla sua virtù, in minima ai casi della Fortuna

 

Bologna 1 febbraio 2023 ore 10, 44 giovanni ghiselli

 

 



[1]De coniuratione Catilinae , 1O, ma quando Cartagine, rivale dell'impero romano fu distrutta dalle fondamenta, tutti i mari e le terre erano aperti, la sorte cominciò a incrudelire e a sconvolgere tutto. Quelli che avevano sopportato con facilità fatiche, pericoli, situazioni incerte e difficili, per costoro l'ozio e le ricchezze, beni desiderabili in altre circostanze, furono motivo di peso e di miseria. Pertanto prima crebbe il desiderio di denaro, poi di potere: quelle passioni furono, per così dire, fondamento di tutti i mali.

Ifigenia XXII. Il pellegrinaggio in Baviera seconda parte.

Ifigenia XXII

 

Il pellegrinaggio in Baviera seconda parte. Racconto storie che forse non moriranno.

 

La mattina seguente, di buonora, partimmo diretti al castello di

Neuschwanstein. Lo trovammo dopo lunga ricerca. Da lontano

sembrava bello, antico e fatato; da vicino apparve ibrido ;

l'interno era contrassegnato dal guazzabuglio. Mentre ne percorrevamo le sale

e le gallerie, imbrancati con altri turisti, pensavo al pover'uomo

che si piccava di intendere la bellezza ideale e si circondava di tanta

confusione reale. Sulle montagne pesavano nuvole quasi nevose che

versavano un freddo umido e grigio. Presagio di un’estate di morte.

" L'inverno non finirà mai, mai", dissi ricordando una battuta  di Ludwig nel film.

Nella dimora reale ogni cosa era spropositata e caotica: la struttura

che contamina falso gotico e falso romanico, la chiesastica sala del

trono enorme, pacchiana nelle colonne viola e turchine, nella

decorazione grottesca, nella scalinata che porta all'abside dove è

dipinto un Gesù Cristo benedicente il sovrano per grazia di Dio.

Le altre stanze, meno grandi, apparivano ancora più sovraccariche:

dappertutto lampadari mastodontici, statue di santi, di eroi, di dèi,

mosaici e affreschi asfissianti, privi di ordine, gusto e misura;

insomma la negazione del bello con semplicità.

Mi vennero in mente alcune scene del film. Il monarca sdentato e

ingrassato, l'eroe capovolto a

farmakov~[1]

 

,a mostro deforme preso

di mira dalla natura, domanda esterrefatto:"Von Holnstein è qui, a

Neuschwanstein?" Il conte traditore aveva ordito una congiura, in

combutta con una marmaglia di burocrati, medici, e servi che pure erano stati riempiti di regali da Ludwig. L’ingratitudine e la perfidia caratterizzano ogni plebeo.

 

Guardavo Ifigenia immemore e muta.

"Mi procuri del veleno. Basta andare in farmacia " chiedeva il re. Ma Il colonnello

Dürckeim, l'aiutante di campo meravigliosamente fedele, voleva

salvare il suo sire, cercava di spingerlo a Monaco perché

rivolgesse un proclama all'esercito e al popolo amici. Ludwig però

aveva deciso di lasciarsi annientare:"Nemmeno otto elefanti

riuscirebbero a trascinarmi in quella città che odio!". E il fellone

Von Holnstein lo fece afferrare da quattro infermieri insolenti che

 

.

 

 

lo portarono sul lago dall'acqua nera dove una sera piovosa di

giugno il mostro affogò,  riconsacrandosi re. La morte per acqua  non aveva fatto sparire questo lunatico re ma lo aveva trasformato  into something rich and strange "[2].

Usciti dal castello maggiore, partimmo per Linderhof.

E' una villa in stile rococò. Sotto un cielo sempre gelido e scuro

riconoscemmo la fontana senz'acqua e le rampe della sbrecciata

scalea apparse nel film di Visconti. Nelle stanze sontuose e sovraccariche

 

ci

soffocava la decorazione fittissima che per giunta si moltiplicava

in una miriade di specchi situati dovunque. Scrutavo me stesso per

vedere se in quelle giornate di inerzia fossi ingrassato e imbruttito,

 poco o assai. Ne avevo il timore siccome Ifigenia non

sembrava gradire  la mia vicinanza.

La parte più desolata e

angosciante però fu la grotta artificiale dove il re disgraziato passava

giornate intere fissando l'acqua e le pareti livide. Mentre osservavo

quel lugubre stagno, riflettevo sull'infinita solitudine di Ludwig

esiliatosi dal mondo insopportabile degli speculatori travestiti da

uomini[3] . Pensavo che sarei arrivato anche io a un rinnegamento

 

così completo della vita sociale, se avessi perduto il gusto

dell'educazione, l'interesse e l'amore degli adolescenti: allora

un'inerzia, un tedio del genere mi avrebbe annientato.

Guardai Ifigenia: il buio, la muffa e lo squallore della cupa

caverna, le avevano tolto bellezza e salute. Dicevo a me stesso:"Io sto con

questa

cui non ho più niente da dire, sperando che mi faccia

sentire la necessità di scrivere un capolavoro; vado a letto con tale

donna nevrotica, ingenerosa, opportunista, che non stimo, che

nemmeno mi piace del tutto, che a sua volta mi frequenta solo per il suo misero

l'utile: la porto in viaggio con me e l'aiuto a preparare l'esame di

abilitazione all’insegnamento che farà per ripiego se non potrà recitare altrove che a scuola dove la paga è misera. Il nostro amore è pieno di falsità, brutto, asfissiante quanto

la grotta penosa e le stracariche stanze del re".

Sulla via del ritorno, attraversando l'Austria, manifestai il mio

stato d'animo alla compagna muta come un baule. Quel suo viso

da commediante, capace di trasformarsi ad ogni sobbalzo, era

immoto. Allora la provocai: le chiesi perché fosse venuta in

Baviera e continuasse a stare con me, se non muoveva un dito per

aiutarmi quando mi vedeva depresso o preoccupato.

Bologna i febbraio  2023 ore 9, 53

giovanni ghiselli

p.s.

Sempre1318453

Oggi50

Ieri395

Questo mese50

Il mese scorso11301

Questo capitolo è triste: prelude alla morte scoscesa di questo amore  finito   ancora più sciaguratamente  dei precedenti e dei successivi. Mi ha inflitto un dolore che tuttavia è stato benefico e provvidenziale: mi ha spinto a scrivere non solo commentando gli autori greci come facevo allora ma raccontando storie di vita amorosa e politica, personale e universale.

Oggi sono contento: in 10 anni ho avuto i lettori che vedete sopra: 10987 al mese, 361 al giorno. Senza alcuna pubblicità se non il valore della mia scrittura che forse non morrà.

 

 



[1] Una specie di capro espiatorio

[2] Shakespeare The tempest, I, 2)

[3] Cfr. A. Schopenhauer, Parerga e paralipomena, trad. it. Adelphi, Milano,

1983, p.278, Tomo II:" Il nostro mondo civilizzato non è altro che una colossale

mascherata. Vi si trovano cavalieri, preti, soldati, dottori, avvocati..Ma essi non

sono ciò che rappresentano, non sono altro che maschere dietro le quali di regola

stanno degli speculatori(money-makers)".