Plutarco nella Vita di Lisandro (15) racconta che nel 404, dopo la sconfitta di Atene, Lisandro imponeva la distruzione delle mura agli Ateniesi e questi riluttavano.
Allora un tebano Erianto, propose di radere al suolo la città. Poco dopo i condottieri vincitori si riunirono in un convito e un focese cantò la parodo dell’Elettra di Euripide. Plutarco ne cita due versi
Jj Agamevmnono" w\ kovra ,-
h[luqon, jHlevktra, h[luqon poti; sa;n ajgrovteiran aujlavn (167-168), o figlia di Agamennone, sobo venuta, Elettra, alla tua dimora di campagna. Sono parole del coro.
All’udire il focese che recitava Euripide, tutti si intenerirono e sembrò loro un atto crudele eliminare una città che produceva uomini tanto grandi.
Cfr. gli Ateniesi salvati dai Siracusani perché sapevano a memoria e recitavano i versi di Euripide. Il greco salva la vita: Plutarco (Vita di Nicia: Euripide che emancipa dalla schiavitù) e Canetti (La lingua salvata).
Le coreute sono invitate da Elettra a osservare truvch tav d j eJmw'n pevplwn (185) questi brandelli delle mie vesti.
Nietzsche sostiene che questo grande drammaturgo era meno gradito di Sofocle al pubblico ateniese siccome non spronava la massa con il superiore punto di vista dell'eroismo, ma portava sulla scena lo spettatore, l'uomo medio, i tratti non riusciti della natura, il grechetto scaltro e la mediocrità, facendo trionfare la scaltrezza, rendendo paradigmatico il calcolo e l'intrallazzo dello schiavo immerso nella materia[1].
“Un cenno a parte va riservato agli eroi “mendicanti” del teatro euripideo. Essi sono bersaglio, com’è noto, della feroce satira di Aristofane, che ce ne offre un vero e proprio catalogo (Ach. 414 ss.) e giunge a coniare per lo stesso Euripide l’epiteto di rJakiosurraptavdh~[2], “rammendatore di stracci”.
Il testo del poeta comico fa esplicito riferimento a tragedie andate perdute, sì che non possiamo ben valutare quale fondamento abbiano le sue critiche. Di certo abbiamo vari indizi che la rappresentazione del Telefo nel 439, in cui il re di Misia indossava le vesti di un pitocco, suscitò vibrato imbarazzo e scalpore.
La conclusione che se ne deve trarre è che, se pur è indubbia la presenza nella mordace parodia di Aristofane di una rilevante componente di detorsio, sarebbe riduttivo interpretare tale parodia in chiave di gratuito gioco comico: l’ipotesi più probabile è che anche in questo come in altri casi lo sperimentalismo euripideo, almeno nelle sue parti più esasperate, abbia finito con l’urtare la sensibilità degli spettatori, provocandone il risentimento e il rigetto”[3].
Elettra dunque chiede alle coreute di riflettere dopo averla osservata e dirle se tali stracci prevpont j (a) 186 si addicono alla figlia di Agamennone che ha conquistato Troia e dopo anni che è stata presa ancora ci si ricorda di lui- mevmnataiv poq j ajlou'sa (189)
Oreste si presenta a Elettra non riconosciuto e le dice che deve darle un messaggio da parte del fratello.
Il prevpont j e il ricordo dell’eroismo del padre fa pensare alla fine di Nerone nel racconto di Svetonio-ouj prevpei Nevrwni-
Il giovane imperatore seppe che il senato l’aveva dichiarato nemico pubblico e lo cercava ut puniatur more maiorum (49). Significava che il collo veniva inserito in una forca e il corpo veniva battuto a morte con le verghe. Allora, atterrito, afferrò due pugnali, ma poi li ripose, e disse che non era ancora giunta l’ora fatale. Quindi chiese a Sporo-il castrato che faceva da “moglie”- di aiutarlo e disse: “Vivo deformiter, turpiter , ouj prevpei Nevrwni, ouj prevpei-nhvfein dei' ejn toi'~ toiuvtoi~, a[ge e[geire seautovn, bisogna essere svegli in circostanze del genere, su svegliati! Poi citò un verso dell’Iliade (X, 535)
{Ippwn m j wjkupovdwn ajmfi; ktuvpo~ ou[ata bavllei, di cavalli dai piedi veloci, mi percuote le orecchie il rumore (parla Nestore).
Infine si cacciò il ferro in gola iuvante Epafphrodito a libellis (Svetonio, Vita di Nerone, 49) addetto alle suppliche.
Elettra di Euripide Primo Episodio 213-431
Il Coro mette in rilievo la colpa di Elena (aijtivan e[cei, 213) la sorella di tua madre. Alla fine di questa tragedia tuttavia Castore annuncia che Elena non è mai andata a Troia dove Zeus mandò un ei[dwlon
J Elevnh" secondo la palinodia di Stesicoro ripresa poi dalla tragedia Elena (del 412)
Elettra indica la casa dove abita lontana da tutto –thloro;" naivw 25 th'le-o{ro". Ai confini del mondo. Con questo aggettivo la ragazza significa di nuovo la propria desolazione,
Oreste conferma: skafeuv" ti" h] bouforbo;" a[xio" dovmwn (252), uno zappatore (skavptw) o un bovaro (bou'" e fevrbw, nutro) sarebbe degno di tale casa.
Elettra però ribatte che quell’uomo è povero ma nobile e rispettoso verso di lei-pevnh" ajnh;r gennai'o" e[" t e[m j eujsebhv" ( 253).
Oreste domanda quale rispetto nei confronti di lei pertiene al suo sposo
Non ha mai osato toccare il mio letto oujpwvpot eujnh'" th'" ejmh'" e[tlh qigei'n (255)
Oreste domanda se il marito abbia in mente una castità religiosa- a[gneum j qei'on o disdegni la sposa-h[ s j ajpaxiw'n (256)
No, è un fatto di u{bri" evitata: non riteneva giusto uJbrivzein i miei genitori (257) risponde Elettra. E’ una forma di u{bri" classista
Egisto voleva che Elettra generasse figli deboli (ajsqenh') dandola a un uomo siffatto (268)
E’ il calcolo del re dei Medi Astiage nei confronti del nipote che sarà invece Ciro il Grande, Ciro il Vecchio.
Ciro venne indicato in maniera enigmatica a Creso dall’oracolo di Delfi come il mulo in quanto nato da padre e madre di razze diverse: la madre (Mandane) di lognaggio più alto, il padre (Cambise), di molto inferiore:"h\n ga;r dh; oJ Ku'ro" ou|to" hJmivono": ejk ga;r duw'n oujk oJmoeqnevwn ejgegovnee, mhtro;" ajmeivnono", patro;" de; uJpodeestevrou"( Erodoto, I, 91, 5).
Questo accoppiamento incongruo fu deciso da Astiage, il re padre di Mandane che temeva il figlio della figlia in seguito a due sogni fatti e a come vennero interpretati.
Nello stesso modo si comporta Riccardo III con la figlia del fratello Duca di Clarence già fatto assassinare: “His daughter meanly have I match’d in marriage” ( Riccardo III, IV, 3), sua figlia l’ho accoppiata in matrimonio meschino.
Oreste domanda ancora se deve riferire queste parole al fratello assente e se le cose da lei dette sono bevbaia, solide, stabili.
Elettra risponde morirei mentre spargo il sangue di mia madre sgozzata. (qavnoimi mhtro;" ai|m j ejpisfavxas j ejmh'" 281). Viene tradotto di solito “pur di sgozzare” ma io preferisco mantenere l’ambiguità dell’espressione che ricorda il v. 438 delle Coefore dove Oreste in un Commo con il Coro e con Elettra dice che la madre dovrà scontare la pena a opera delle proprie mani e si augura e[peit j ejgw; nosfivsa" ojloivman, poi dopo averla privata della vita, che io possa morire.
Due versi attribuiti a Oreste, forse apocrifi, dicono:
“La pietà si trova nei sofoiv, e però in effetti neppure è indenne da pena il fatto che nei sofoiv ci sia un’intelligenza troppo sapiente – kai; ga;r oujd j ajzhvmion-gnwvmhn ejnei'nai toi'" sofoi'" livan sofhvn (296)
Insomma anche l’eccesso di sapere può essere un’ u{bri" se il sapere non è sapienza
Lo dicono le Menadi di Euripide nel I Stasimo "to; sofo;n d j ouj sofiva" (Baccanti , v. 395)
Insomma: la sapienza sa di vita. Il sapere che non comprende non ama, non aiuta la vita è morto
Sentiamo il piccolo grande uomo del film Il grande dittatore di Chaplin: “Our knowledge has made us cynical, our cleverness hard and unkind. We think to much and feel to little. More than machinery we need humanity. More than cleverness we need kindness and gentleness”, la nostra conoscenza ci ha resi cinici, la nostra intelligenza duri e scortesi. Noi pensiamo troppo e sentiamo troppo poco. Più che di macchinari abbiamo bisogno di umanità. Più che di intelligenza abbiamo bisogno di bontà gentilezza.
Elettra rinnova a Oreste non ancora riconosciuto la richiesta di riferire il racconto dei suoi mali al fratello.
Innanzittutto in quali vesti vivo (oi{oi" pevploi" aujlivzomai 304) e da quanta sporcizia (pivnw/) sono aggravata (bevbriqa), sotto quale tetto abito, fuori dal palazzo reale, io stessa preparando con fatica le vesti al telaio- aujth, me;n ejkmocqou'sa kerkivsin pevplou" 307, altrimenti avrò il corpo nudo e rimarrò spogliata, mentre io stessa porto addosso le acque delle sorgenti (309)
Esclusa dalle feste sacre ajnevorto" –eJorthv- iJerw'n, 310) e privata delle danze-kai; corw'n thtwmevnh-thtavomai-
Cfr. Leopardi : “o Nerina, a radunanze, a feste-tu non ti acconci più, tu più non movi” Le ricordanze, 160-161
Inoltre continua Elettra, evito le donne sposate-ajnaivnomai gunai'ka" (311) dal momento che sono vergine, e mi vergogno davanti a Castore aijscuvnomai de; Kastor j (a) che prima di salire tra gli dèi chiedeva in sposa me che ero del suo gevno".
La madre mia intanto siede sul trono in mezzo al bottino di Troia, e vicino al suo seggio stanno le ancelle asiatiche, quelle che mio padre portò via nel saccheggio (e[pers j 316), avvolte in mantelli dell’Ida (favrh acc di relazione da favro"-ou"-) dalle febbie d’oro-crusevai" povrpaisin-povrph cfr. peivrw, trafiggo-
Inoltre il sangue neeo del padre è marcito ai|ma mevlan sevshpen-shvpw- (319) sotto il tetto, ma chi lo ha ucciso, salendo sullo stesso suo carro se ne va in giro, ed è fiero di impugnare con le mani lorde di sangue –miaifovnoisi cersi; gaurou'tai labwvn-322-lo scettro con il quale guidava l’esercito (il padre mio)
Elettra racconta a Oreste la propria desolazione, le umiliazioni e i dolori, tra i quali le tocca vedere la tomba di Agamennone disonorata- jAgamevmnono" de; tuvmbo" hjtimasmevno" (v. 323): infatti “non ha mai ricevuto libagioni né un ramoscello di mirto, e il tumulo sepolcrale è privo cevrso" di offerte funebri (vv. 324-325).
Non avevo capito del tutto il senso di “dishonoured in Sweeny among the nightingales di T. S. Eliot:
“Gli usignoli cantano vicino al convento del Sacro cuore
e cantarono nel bosco insanguinato
quando Agamennone forte gridò
e lasciarono cadere le loro feci liquide
a macchiare il rigido disonorato sudario to stain the stiff dishonoured shroud” (vv. 36-40).
(Sweeny tra gli usignoli in Poesie 1920)
Ho trovato la fonte che mi ha dato piena comprensione di questo verso inglese nell’Elettra di Euripide che sto preparando per presentare il dramma nel liceo Pirandello di Bivona.
Torniamo al racconto di Elettra : “zuppo di vino bevuto mevqh/ de; brecqeiv" (326) il signore della madre mia (th'" ejmh'" mhtro;" povsi"), l’illustre, come lo chiamano, salta sulla tomba e colpisce con sassi l’avello di pietra di mio padre, e osa dire queste parole contro di noi: dov’è tuo figlio Oreste? Forse è qui a difendere coraggiosamente la tua tomba? Così viene insultato l’assente
Allora, straniero, ti supplico, riferisci questi obbrobri (332)
In molti ti affidano messaggi, ma l’interprete sono io-ejrmhneuv" d j ejgwv, le mani, la lingua e l’animo tormentato, e il mio capo rasato. Kavra t j ejmovn xurh'ke"- xurovn , rasoio, ajkhv punta-
Infatti sarebbe vergognoso se il padre sterminò i Frigi ejxei'len Fruvga" (336) mentre Oreste non riuscirà a uccidere da solo un uomo solo, lui che è giovane e figlio di un padre di maggior valore
Il Coro avverte Elettra di avere scorto (devdorka, 339) suo marito, che terminata la fatica si affretta verso casa (340)
riquadro.
Salto il resto del dramma e riferisco alcune parole della parte finale
Elettra, recitando il biasimo funebre di Egisto ammazzato da Oreste, allude, con pudica e verginale aposiopesi, alle porcherie che l'usurpatore faceva con le donne:"ta; d j eij" gunai'ka", parqevnw/ ga;r ouj kalo;n-levgein, siwpw' " (Elettra, vv. 945-946) Il potere dunque può essere funzionale al soddisfacimento di varie brame, compresa quella sessuale inclusiva del libertinaggio.
Il coro, composto da contadine argive considera Elena pollw`n kakw`n aijtivan (v. 213). Oreste svaluta la bellezza in generale: le carni vuote di intelletto, dice, sono ajgavlmat j ajgora`~ (Euripide, Elettra, v. 388), statue di piazza.
Più avanti Elettra gli fa da eco biasimando la bellezza molle di Egisto: gli aspetti speciosi sono solo ornamento per le danze: “ ta; d j eupreph` dh; kovsmo~ ejn coroi`~ movnon” (v. 951).
Clitennestra si giustifica dell'assassinio di Agamennone davanti ai figli in procinto di ucciderla, ricordando loro i torti subiti dal marito, giustiziato dunque per le sue numerose malefatte. Intanto uccise la primogenita in maniera spietata:"leukh;n dihvmhs j [4] jIfigovnh" parhΐda " (v. 1023), lacerò la bianca guancia di Ifigenia. E non lo fece per difendere la sua città o per salvare altri figli, ma per recuperare Elena che schiumava di lussuria (mavrgo~ h\n, era dissoluta, v. 1027) e Menelao era incapace di punire una moglie infedele. Agamennone tornò a casa dalla moglie portandosi dietro una menade invasata[5] e la infilò nel letto ("mainavd j e[nqeon kovrhn-levktroi" t j ejpeisevfrhke[6]", vv. 1032-1033).
Il coro sentenzia: “tuvch gunaikw'n ej~ gavmou~ ” (v. 1100), è il caso delle donne nelle nozze: vedo che alcuni eventi dei mortali vanno bene, altri cadono non bene. Il matrimonio è un rischio. Il più grande nella vita umana a mio parere.
Elettra replica che Elena e Clitennestra sono “ a[mfw mataivw Kavstorov~ t j oujk ajxivw” (v. 1064), entrambe stolte e non degne di Castore. Elena infatti venne rapita ejkou`~ j (1064) e andò in rovina, mentre l’altra, che avrebbe potuto fare una bella figura al confronto con Elena, assassinò il marito.
Alla fine della tragedia Castore annuncia a Oreste che Elena sta arrivando, insieme con Menelao, dall'Egitto, dalla casa di Proteo, poiché a Troia non è mai andata, “Zeu;~ d j, wJ" e[ri" gevnoito kai; fovno" brotw'n,- ei[dwlon JElevnh~ ejxevpemy j ej~ [Ilion ” ( Elettra, vv. 1282-1283), ma Zeus mandò a Ilio un'immagine (ei[dwlon) di lei, affinché ci fosse guerra e strage dei mortali.
Il Paride di Ovidio scrive a Elena che non deve temere una guerra come conseguenza del suo adulterio: Teseo rapì Arianna e Giasone Medea senza che ne conseguissero guerre (Heroides, XVI, 347 ssg). Ma se un ingens bellum (353) dovesse scoppiare, Menelao non avrà più coraggio (plus animi, 357) di Paride.
Insomma se ci sarà la guerra la vinceremo io e mio fratello Ettore, sostiene Paride.
I fatti dell’Iliade smentiscono tale promessa. Vedi il III canto in particolare con Ettore che dà del vigliacco a Paride.
Pesaro 4 agosto 2025 ore 16, 58 giovanni ghiselli
p. s.
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[1] F. Nietzsche, La nascita della tragedia, cap. 11. Ne citeremo alcune frasi nella parte introduttiva alla Medea.
[2] Rane 842. Ndr.
[3] Di Marco, Op. cit., p. 101.
[4] Aoristo di diamavw. Un sostituto simbolico della deflorazione.
[5] Cassandra ovviamente.
[6] Aoristo di ejpeisfrevw. Si noti ancora la presenza del letto.
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