mercoledì 5 agosto 2026

Ifigenia XLIV. Pesaro. Il mare di giorno. E colpo e contraccolpo e pena su pena si posa. La rosa dei vènti. Una moda dei servi.


 

Dopo pranzo, fatti gli auguri alle zie, mi avviai verso la riva del mare, il confidente antico e amico tanto dei miei dolori quanto delle mie gioie. Come le montagne a Moena e la grande foresta  nelle estati di Debrecen.

Soffrivo e cercavo di raccapezzarmi. Certo: la telefonata era stata quella di una nemica che voleva inquietarmi forse anche squartarmi.

Rimuginavo cercando una via di uscita. Disprezzavo quella donna che aveva cercato di ingelosirmi, tuttavia avevo paura di perdere la ragazza che mi donava il suo corpo fiorente, saporito, odoroso e mi riempiva di gioia  in alcune giornate.

Le mostruosità di quella vigilia di Natale  andavano confutate e sconfitte con la forza della delicatezza.

Dovevo imparare a impiegarla sempre durante le crisi. L’alternativa era la guerra con la nemica fino alla distruzione di uno dei due, o di entrambi gli amanti avvinti nella morte che avrebbe celebrato il suo trionfo.

Giunsi sulla spiaggia dove mi rifugiavo fin da bambino quando la turbolenza delle persone di casa mi faceva scappare in cerca di quiete. D’estate mi confortavano i sorrisi del sole riflessi e immillati dal tremolare della marina.

Ma quel 24 dicembre il mare in burrasca era battuto da venti contrari tra loro che spingevano ad accavallarsi grandi onde giallastre che poi si rompevano come mucchi di uova marce sul lido coperto di spazzatura e di bestie affogate.

Quel giorno la confusione sembrava eccessiva. Si sentiva un fragore come di urla gridate dal mare e dal vento. Mi tornavano in mente le tante liti sofferte fin da quando ero bambino: in casa, per strada, a scuola. Quella sera la mia persona era stata maltrattata ancora una volta e temevo di perdere l’equilibrio: “dove i venti soffiano per possente necessità e colpo e contraccolpo e pena su pena si posa. Dice queste parole la Pizia”. Le avevo lette in Erodoto e mi erano rimaste impresse nell’anima.

Quindi pensai: “travagliosa era mia vita: ed è, né cangia stile”.

Trassi una strana consolazione dalle parole di Erodoto e da queste di Leopardi.  

 La letteratura mi salvava ancora una volta dalla disperazione.

Un compagno di scuola poi collega e quasi amico mi accusa di essere ipersensibile fin da quando si era bambini. “Meglio  ipersensibile che privo di carità e carente stile, come sei tu”, gli rispondo ogni volta, sine ira.

 

Breve excursus sulla pronuncia dell’Italiano

 

La rosa dei vènti.

Da non confondersi con vénti (20) come si fa a Pesaro. Se si parla in dialetto è un conto, ma quando si impiega l’italiano è cortesia farsi capire e usare la dizione corretta. Me lo hanno insegnato la mamma, le zie e il nonno toscani e sono grato a tutti loro. Credo che la lingua aretina sia la migliore d’Italia. Non per niente Mecenate, il ministro della cultura di Augusto, e Francesco Petrarca erano di Arezzo. Forse gli Etruschi benestanti per latinizzarsi avevano imparato la lingua di Roma dai maestri migliori  e l’avevano assimilata come si deve. La nonna cresciuta a Pesaro diceva comunque vénti (20), e, se parlava dei vènti, dei soffi del cielo, le figlie la deridevano. Sicché ho imparato da loro la pronuncia corretta delle vocali. Ho scritto che da ciascun parente si prende quanto ci piace di più. Viceversa non ho preso la pronuncia palatale sbagliata dei toscani che pronunciano Sinigaglia per esempio, come scrivono Dante e Machiavelli del resto. Ho scritto questo brevissimo excursus perché adesso gli impiegati nella televisione al servizio dell’attuale regime si esibiscono pronunciando le parole italiane con dizione romanesca- meloniana spinta. Molti Italiani, qorum ego, durano fatica a comprendere. O addirittura non vogliamo accettare questa moda dei servi che scimmiottano i potenti. Credo che costoro pensino di riuscire graditi agli atuali padroni non lasciandosi capire perciò parlano in fretta deformando le parole, e se leggono non fanno pause, procedono come automi caricati, non si curano nemmeno di comprendere quanto vedono scritto.

Rendere oscuro quanto si dice è uno degli espedienti di ogni potere malvagio e dei suoi funzionari.

 

Ma torniamo alla rosa dei vènti.

Il frastuono confuso non mi impedì l’individuazione di soffi diversi abituato come sono fin dall’infanzia a osservare e ascoltare le voci e i segni della natura. Il vento più odioso e deleterio era quello balordo e criminale del luogo comune.

Mi diceva: “Se ammetti che l’ami senza riserve, quella accampa pretese di nozze per portarti via tutto quello che hai”.

“Ma io sono studente e povero!” ribattevo ricordando il Duca seduttore di Gilda.

“Sì ma quella è uno squalo e sa che presto o tardi erediterai della roba. Va   dicendo in giro che la tua casa di Bologna è già  sua. Poi ne verranno altre due qui a Pesaro, e della terra per giunta, a Tavullia e Montegridolfo, e sarà tutta roba  di lei. Scialacquerà poi ti lascerà. Dunque non ammettere mai che l’ami, che le vuoi bene, che hai buoni sentimenti per lei: questo si ritorcerebbe contro di te. Tiella a distanza con aria superciliosa, sprezzante, quasi schifata, se vuoi che ti rispetti; non attribuirle mai importanza, falle capire che dovrebbe quasi darti del lei, data la distanza di educazione e di stile tra voi due.  Che stia al suo posto l’improba avventuriera, la consumata volpe, se non vuoi che occupi e usurpi il tuo eremo di uomo dedito e devoto allo studio! ”.

Da altri vènti della rosa però giungevano soffi con voci diverse che mi rimescolavano il sangue.

Uno era l’uragano della grande passione per Ifigenia la giovane femmina bella, prosperosa mai sazia, mai stucchevole, né annoiata, né noiosa almeno quando si faceva l’amore; un altro era l’alito dolce del tenero affetto per la ragazza che avrei voluto educare quale figlia adottiva,  il terzo era il  fiato  velenoso del sospetto più putrido delle pantegane immonde allineate a marcire lì sulla riva; era il  risentimento per la telefonata terroristica che mi aveva reso più geloso di Otello, più pazzo di Aiace, più torturato di Prometeo sulla rupe scitica. Tornai a casa per leggere parole consolatòrie  in un mio libro buono.   

 

  Pesaro 5  agosto 2026 ore 19, 10  giovanni ghiselli

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