venerdì 28 maggio 2021

Shakespeare, "Riccardo III". XV. Il corteggiatore prima compunto, ora giulivo

Il corso inizierà il 29 giugno.
Le iscrizioni sono aperte dal 7 giugno:051-249868.
Potete  comunque già trovare molto materiale qui nel blog.. Ci lavoro da mesi
 Il corso riguarda la presenza dei classici, sopra tutti Plutarco e Seneca in Shakespeare.
Fa parte del corso quanto si trova nel mio blog che non è narrativa né attualità
 
Entra Riccardo, e Tyrrel lo rassicura: “be happy then, for it is done” (IV, 3, 26) siate felice allora, siccome è stato fatto.
Questa felicità ga venire in mente quella degli imprenditori sanguinari che manifestarono la loro gioia per il terremoto dell’Aquila.
Riccardo promette laute ricompense per l’opera “buona” effettuata.
Tyrrel esce e il re sanguinario, parlando da solo, si compiace di quanto ha già fatto e di quello che sta per fare: il figlio di Clarence è rinchiuso, la figlia fatta sposare a un oscuro consorte (come fece Astiage con la figlia Mandane, si è già detto), i principi figli del re Edoardo IV riposano nel grembo di Abramo, la moglie Anne hath bid this world good night-39- ha dato la buona notte a questo mondo.
Gli resta da sposare la giovane nipote Elisabetta, figlia di Edoardo IV e della vecchia Elisabetta, per essere del tutto sicuro della corona.
To her  go I, a jolly thriving wooer” (43), da lei vado, giulivo, prospero coteggiatore.
 
Corteggiare significa anche recitare. Quando corteggiava Anne in gramaglie Riccardo  seguiva questo precetto di Ovidio maestro di corteggiamento: “est tibi agendus amans imitandaque vulnera verbis  ( Ars amatoria  1, 609)", devi fare la parte dell'innamorato e con le parole simulare le ferite
Ora the bloody king  si appresta a recitare in un altro ruolo,  vedremo come.
 
Il corteggiamento è una prova di intelligenza, una delle prove pincipali una gara non facile, anzi ajgw;n mevgisto"[ 1 gara massima  perché il premio del successo è l’amore.
Nel caso del desiderio veramente sentito Ovidio consiglia di non dissimulare la forza del desiderio che nutre la facondia: è il rem tene verba sequentur  di Catone trasferito in campo erotico:"fac tantum cupias, sponte disertus eris " (Ars Amatoria , I, 608), pensa solo a desiderarla, e sarai facondo senza sforzo.
Mi sta a cuore l’argomento perché appartengo a una generazione di ex giovani che si sentivano in difetto se non corteggiavano ogni donna: dalla mamma a tutte le altre via via incontrate. Se la cosa veniva fatta con intelligenza, eleganza e delicatezza non dispiaceva a loro, alle donne, anzi. Ora corteggiare, come studiare come non ingozzarsi, non sprecare come ogni azione naturale e umana viene per lo meno biasimata.
 
Ma torniamo a Shakespeare.
Entra Ratcliff precipitosamente portando notizie non buone: Morton, il vescovo di Ely- quello delle fragole- è fuggito da Richmond e Buckingham spalleggiato da duri Gallesi sta mettendo insieme un esercito di ribelli.
Riccardo è più preoccupato della defezione del vescovo.
Decide di reagire subito: “Delay leads impotent and snail-pac’d beggary-(53), differire porta alla miseria impotente e dal passo di lumaca.
 
La burocrazia elefantiaca è progettata proprio per far perdere tempo alle persone comuni, i semplici cittadini, come si dice.
Il tempo è il bene più prezioso che abbiamo, come afferma più volte Seneca, e le persone di potere, togliendolo a chi potere non ha, accresce le distanze tra chi comanda e chi subisce. Negli ultimi anni del mio impiego nella scuola aumentavano sempre più gli impegni inutili ai fini dell’insegnamento, le ore sottratte allo studio di chi avrebbe dovuto, alcuni anche voluto, passare i pomeriggi imparando per sé e per gli allievi. Tutto calcolato al fine di degradare la scuola. Una degradazione, l’ho già detto più volte, che fa cadere le funivie, crollare i ponti, deragliare i treni, sbagliare le diagnosi.
I potenti non vogliono perdere tempo però vogliono farlo perdere ai sudditi.

Bologna 28 maggio 2021 ore 11, 30
giovanni ghiselli

p. s.
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1Cfr Euripide, Medea, v. 235.

La vacanza sciistica a Moena nel marzo del 1981. 6. Varietà di pensieri diurni

Il quattro marzo era un giorno ventoso, con un freddo che scorticava.

Era penoso salire con la seggiovia esposta ai soffi  agghiaccianti di Borea e non era piacevole nemmeno scendere con gli sci sempre intirizzito dal vento che lanciava sbuffi di gelo sulla mia povera faccia  e sui visi cagnazzi degli altri sciatori lividi come le pietre dei monti.

Ero pieno di ribrezzo, tuttavia mi sforzavo di non cedere alle trafitture impietose di quel gelo maligno né all’angoscia dei pensieri cattivi che, alleati del freddo, mi tormentavano. Ma quelli, sempre vivi, continuavano a pungermi, senza concedere tregua. Per contrastarli e scaldarmi mi domandavo: “cosa starà facendo adesso la mia splendidissima amante? Starà camminando, divaricando un poco le cosce sode o sarà seduta nel tinello? Beata la seggiola dove posano cosce e natiche della mia callipigia!”. Mi sforzavo di evocare sentimenti caldi attingendo frasi dal mio repertorio di letterato e corteggiatore incallito. Tuttavia i pensieri maligni non smettevano di brulicare nel mio cervello come germi patogeni su una ferita infetta, una piaga piena di pus.

“Ifigenia non è la donna per me - pensavo anche - Né io sono fatto per lei. Non sono luce per lei. Non ha fatto progressi in due anni e mezzo con me.

Bella di corpo è bella,  ma di faccia è poco espressiva come notò la zia Rina, ipercritica con le mie donne, eppure acuta. Quando manca l’intensità dello sguardo, la stupefazione amorosa cade, lasciando entrare nel cervello gli sciami dei pensieri penosi, tafani molesti quanto questo freddo da Caina dove la mal creata plebe dei traditori è fitta nei guazzi gelati[1].

I pungiglioni di quelle bestie sanguinarie e le trafitture del freddo spietato superavano l’opposizione delle parole belle che ricordavo dalle mie letture e scendevano a fondo nella carne viva dell’anima mia traforandola senza pietà.

Il pomeriggio si fece vedere il sole, la Mente dell’Universo, la faccia di Dio, che colorì il cielo, la terra e il mio viso, dandomi grande conforto.

Pensai pensieri migliori: “Ifigenia è viva e composita come questa natura. L’una e l’atra sono fatte di colori caldi, vivaci e di nuvole fosche, di vento aspro e di sorridente bonaccia dove si immillano i sorrisi del sole e della luna. Del resto la pena e la gioia girano nell’anima di ogni creatura vivente come circolano gli astri nel cielo. Non rimane fissa sopra le teste mortali la notte costellata, né la sorte cattiva, né la buona salute. Inest quidam velut orbis e questa circolazione ci porta di tutto prima di portarci via del tutto, chissà dove. La donna compendia in sé la mutevolezza della vita, il pincipio e la fine. Rimaniamo sempre dentro di lei.

La sera le telefonai riferendole solo la parte buona di questi pensieri.

Ifigenia apprezzò dicendo: “tu sei intelligente e sensibile.  Io ti amo”

“Io pure” conclusi senza dirle tutto ciò che pensavo –“pur non essendo tu la mia donna ideale”. Finché facevamo l’amore era comunque la mia donna reale. Mentre uscivo per la passeggiata notturna mi dissi: “fino a quando sarà capace di apprezzare la mia intelligenza, farà l’amore con me”.


Bologna 28 maggio 2021 ore 9, 24

giovanni ghiselli

p. s.

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[1] Cfr. Dante, Inferno XXXII.