martedì 28 maggio 2019

Italo Svevo. L'uomo e l'inetto. 8a parte


Turgenev
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Ozio e irrisolutezza
Una confutazione della supposta sintonia e complicità tra Euripide e Socrate la fornisce Fedra quando nell'Ippolito di Euripide dice: "bisogna considerare questo:/il bene lo conosciamo e riconosciamo,/ma non lo costruiamo nella fatica (oujk ejkponou'men: il bene topicamente costa povno" , fatica) , alcuni per infingardaggine (ajrgiva" u{po),/ alcuni anteponendogli qualche altro piacere./ E sono molti i piaceri della vita:/lunghe conversazioni, l'ozio, diletto cattivo[*], (scolhv, terpno;n kakovn) l'irrisolutezza (aijdwv" te, una forma brutta di aijdwv" ) "(vv.379 - 385). Può essere anche la malattia come nel caso di Myškin.

Il nichilismo e il terrorismo dei Demoni (1873)
Il protagonista è Nicolaj Stavrogin cresciuto con la madre Varvara Petrovana e l’aio Stepan Trofimovič, un adulto vanesio e infantile. Educato come i figli di Ciro il Vecchio da donne e da eunuchi (cfr. Platone Leggi). Stavrogin era bello, elegante, raffinato. Era elegante con semplicità senza ricercatezza né affettazione. Era molto amato e odiato: era bello e terribile, (deinov").
Conduceva una vita derisoria fino a sposare una sciancata coperta di onta e di percosse. La vergogna e l’insensatezza di quel matrimonio arrivava sull’orlo della genialità. Aveva voluto storpiare la propria vita dopo avere sedotto una bambina che poi si era impiccata. Aveva sposato una demente innamorata di lui alla follia
Era straziato dal demone dell’ironia (sconosciuta questa a Myskin) Soffre di una forma di exacerbatio cerebri. Come il seduttore di Kierkegaard. Sfidava sempre il buonsenso.
I nichilisti volevano spargere una corruzione inaudiita. Un aristocratico quando passa alla democrazia è affascinante. Stavrogin soffriva per la malattia dell’indifferenza. I terroristi volevano gettare il paese nella disperazione diffondendo una totale mancanza di fede in qualsiasi cosa. Far crollare lo Stato e la sua moralità.
Alla fine Stavrogin si impicca: “da me è uscita solo la negazione, senza alcuna forza, anzi non è uscita nemmeno la negazione.

Lukács Saggi sul realismo
In Delitto e castigo abbiamo la miseria della metropoli moderna: la camera ammobiliata simile a una bara. La ragione della disperata solitudine e della infelicità di molti personaggi di Dostoevskij è la loro vita inoperosa

Bachtin Dostoevskij
Il romanzo polifonico di Dostoevskij presenta tante psicologie con il ribaltamento dei rapporti sociali convenzionali, la “carnevalizzazione della vita”. Intorno a Myskin si crea la sincerità carnevalesca (si può pensare ai Saturnali Giovanni Pascoli - Poesie varie (1913)

La personalità di Myskin relativizza ciò che separa gli uomini e dà una falsa serietà alla vita. Di questa letteratura che relativizza e carnevalizza la vita fanno parte la satira menippea e il Satyricon. Come Petronio, Dostoevskij vuole creare situazioni eccezionali. C’è l’incoronazione e la scoronazione del re del carnevale che diventa farmakov". Dostoevskij non è scrittore di ambiente casalingo e familiare, i suoi personaggi non vivono una vita biografica, nel vieto spazio interno lontano dalla soglia. Il tempo biografico del nascere, sposarsi, invecchiare, morire è saltato. Sulla soglia e sulla piazza è possibile solo il tempo della crisi. In questo tempo l’istante si uguaglia a milioni di anni. Cfr. la tragedia greca.

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Ivan Sergeevič Turgenev (1818 - 1883)
Il crollo della volontà è per Turgenev la tragedia più grande.
La sua posizione di occidentalista si definisce già negli anni giovanili.

Padri e figli del 1862. Padri in caricatura, figli sconfitti.
T. osserva le inquietudini dei giovani con sguardo imparziale. Non scrive romanzi a tesi
Nelle prime righe c’è la data 12 maggio 1859, I figli Evgenij Bazarov e Arkadij Kirsanov si definiscono nichilisti. Rifiutano valori e princìpi. I padri chiedono come si possa vivere senza valori, ma i figli considerano i valori falsi idoli.
Bazarov è il duro dei due e scopre una falla nel proprio universo negativo: l’amore per la bella ricca e fine Anna Sergeevna Ondicova.
Con l’amore respinto scopre la sofferenza. Il mondo non è più sotto il controllo della sua arrogante negazione. E si lascia morire per un’infezione che avrebbe potuto curare (cfr. Hanno nei Buddenbrook di T. Mann). Arkadij lo imitava ma quando l’amico muore, si sposa e torna sotto le ali del padre Nikolaj Kirsanov che come il figlio è un personaggio pallido e insicuro (cfr. Ismene e Crisotemi).
Nikolaj ha un legame e un figlio con la serva Fenička e non sa come dirlo ad Arkadij.
Pavel, lo zio di Arkadij è l’antagonista di Bazarov e lo affronta con tutto il suo arcaico, superato idealismo. Crede nei principi, nella poesia di Goethe, nelle Stanze di Raffaello. Sempre elegantissimo e imperturbabile. Ha la stessa pena di Bazarov: una donna che lo ha rifiutato. Poi ci sono i genitori di Bazarov che accettano la vita come viene, e ricordano i proprietari d’antico stampo gogolìani. Li salva e li nobilita l’amore reciproco. La Ondicova è la donna bella, fredda, calcolatrice. Controlla i propri sentimenti per paura del disordine.
 Turgenev non presenta prospettive consolatorie come quelle fideistiche di Dostoevkij, o quelle etiche di Tolstoj.
Lo zio di Arkadij, Pavel Petrovič, aveva conservato la snellezza giovanile e quello slancio verso l’alto, via dalla terra, che di solito scompare dopo i vent’anni” (p. 28)
Bazarov è un nichilista, uno “che considera tutto da un punto di vista critico” (p. 35), lo definisce Arkadij. E aggiunge: “il nichilista è un uomo che non s’inchina dinanzi a nessuna autorità, che non presta fede a nessun principio, da qualsiasi rispetto tale principio sia circondato.
Lo zio Pavel obietta che loro “gente del vecchio secolo”, ritengono che senza prensìp, accettati per dogma, non si può muovere un passo, non si può trarre un respiro” (p. 36)
Bazarov faceva esperimenti con dei ranocchi e Pavel dice:”li vivisezionerà. Non crede nei principi, nei ranocchi crede”. (p. 37).
Bazarov si occupava di scienze naturali
Pavel era stato un brillante uomo di mondo ma poi si era innamorato di una donna che lo fece soffrire, poi lo lasciò e lo ridusse a uomo stanco, invecchiato e incanutito. “Trascorsero dieci anni, incolori, infruttuosi e veloci, terribilmente veloci. In nessun luogo il tempo vola come in Russia; in prigione, si dice che voli ancora più presto” (p. 43).
Cfr. Pavese: “l’ozio rende lente le ore e veloci gli anni. L’operosità rende rapide le ore e lenti gli anni” (Il mestiere di vivere, 8 dicembre 1938).
Dopo la morte della donna, Pavel divenne uno scapolo solitario. Entrava in quel torbido, crepuscolare periodo di rimpianti simili a speranze, di speranze simili a rimpianti, quando la giovinezza è passata e la vecchiaia non è ancor giunta (p. 44).
Arkadij non approva il disprezzo per lo zio manifestato da Bazarov che però gli risponde: “Chi lo disprezza?. Tuttavia dirò che un uomo, il quale ha puntato tutta la propria vita sulla carta dell’amore femminile, e quando questa carta gli è stata vinta, si è inacidito e si è lasciato andare al punto di non essere più buono a nulla, un tale uomo non è un uomo, ma un maschio. La stupidità non l’ha abbandonato del tutto”.

Arkadij gli ricorda l’educazione che lo zio ha ricevuto e ha contribuito a renderlo com’è.
E Bazarov: “Ogni uomo deve educarsi da sé, come me, per esempio…Quanto all’epoca, perché dovrei dipenderne? E’ meglio ch’essa dipenda da me. No amico mio, tutto ciò è dissolutezza, vacuità!...romanticismo, bazzecole, marciume, artisticità. Andiamo piuttosto a vedere lo scarabeo”
E ancora; “La natura non è un tempio, ma un laboratorio, e l’uomo in essa un lavoratore” (p. 55)
“Sopraggiunsero i migliori giorni dell’anno: i primi giorni di giugno” (56)
Pavel quando si arrabbiava diceva “qvesto” e “qvello” come faceva l’aristocrazia all’epoca di Alessandro per significare “siamo magnati e possiamo trascurare le regole scolastiche”.
Cfr. l’affettazione nel parlare di Alcibiade
Aristofane nelle Vespe (v. 42)) fa dire a un servo di Bdelicleone che Alcibiade traulivsaς pronuncia oJlãς (invece di oJrã/ς, vedi).

Pavel parla polemicamente con Bazarov e dice che l’aristocratico ha il sentimento della propria dignità e il rispetto per se stesso “La personalità è l’essenziale e questa deve essere come la roccia sulla quale si costruisce tutto. Le sue abitudini, la sua pulizia derivavano dal sentimento del dovere generato dal rispetto per se stesso”. E’ l’identita per non perdere la quale i personaggi di Sofocle vanno incontro alla morte.
Ma Bazarov ribadisce “noi non riconosciamo alcuna autorità. Agiamo in forza di ciò che riconosciamo utile e nell’epoca attuale la cosa più utile è la negazione; e noi neghiamo” (p. 61).
Cfr. Le Nuvole di Aristofane dove Strepsiade dice al figlio Fidippide: “al solo vederti sei negatico e controversico /ejxarnhtiko;" kajntilogikov" (1174 - 1175) e mostri di essere offeso quando sei tu che offendi gli altri.

Il nichilismo è una forma ritmica della storia culturale europea come diverse altre (classicismo, romanticismo, idealismo, materialismo etc.).

Bazarov dice noi neghiamo tutto. Prima di ricostruire, bisogna fare piazza pulita.
Ma Pavel replica che “il popolo russo rispetta santamente le tradizioni, è patriarcale, non può vivere senza la fede” (p. 61).
Cfr. Sofocle contrapposto alla sofistica.
Bazarov dice che si tratta solo di superstizioni.
Cfr. Lucrezio: tantum religio potuit suadere malorum ( De rerum natura, I, 101)
Pavel: il materialismo che voi predicate è stato in circolazione più di una volta ed è sempre risultato inconsistente (cfr. Epicuro con l’ajponiva e l’ ajtaraxiva).
Bazarov dice che loro hanno anche il diritto di ingiuriare e di demolire perché hanno la forza e la forza non deve rendere conto a nessuno.
Cfr. il tiranno in Erodoto, e, nella tragedia, Serse nei Persiani di Eschilo, il grande re il quale, pur se sconfitto, " oujc uJpeuvquno" povlei" (v. 213), non è tenuto a rendere conto alla città, come invece lo è uno stratego eletto dal popolo.

Pavel si adira e strilla disgraziato! “Anche nel selvaggio calmucco, anche nel mongolo c’è la forza! Ma dove non c’è civiltà, c’è la distruzione. Meglio l’ultimo imbrattatele della persona incivile”.
Cfr. Eros e civiltà di Marcuse (1955) abbiamo la civilisation che reprime l’Eros. Questo va liberato con l’immaginazione.
Cfr L’immaginazione al potere del ‘68 .

Bazarov dice “Secondo me nemmeno Raffaello non vale più un soldo”
Secondo Pavel il nichilismo è un’esca avvelenata per i giovani: una volta studiavano, magari controvoglia, ma non volevano passare da ignoranti
“Ora basta che dicano: tutto al mondo è una sciocchezza! E sono a posto. Prima erano semplicemente dei cretini, ora sono diventati nichilisti” (p. 65)
Che cosa significa nichilismo? - che i valori supremi perdono ogni valore”[1]. Per esempio aijdwv", cavri", fides etc.

Nikolaj e Pavel ripensano alla discussione e si intristiscono vedendo il divario tra le generazioni.
I due giovani partono e vanno in una città che non viene specificata. Arkadij va dal supervisore del governatore, Koljazin un progressista come il governatore. Koljazin aveva un legame di conoscenza con il padre e lo zio di Arkadij. I dignitari russi amano mettere in imbarazzo i subalterni fingendo di non capire quello che dicono.
Si fanno ripetere, per esempio venerdì, fanno finta di non capire un paio di volte, poi se l’inferiore dice “è un giorno della settimana”, lo rimproverano: “Beh, ti sei messo in testa d’insegnarmi?” (p. 72)

Vanno a trovare una donna emancipata, Eudoxia, con atteggiamenti poco naturali cfr. l’affettazione quale asperissimo scoglio.
Poi c’è il ballo in casa del governatore dove compare la Ondicova che colpisce i due giovani “per la dignità del suo portamento” (p. 82)
Aveva 28 anni, poco più di Arkadij che però ne era intimidito[2]: davanti a lei si sentiva come uno scolaro. La donna è incuriosita da Bazarov: Sarò molto curiosa di vedere un uomo che ha il coraggio di non credere in nulla” (p. 84)
Bazarov fa il cinico. Quando vanno a trovarla in albergo, il nichilista dice: “vedremo a quale specie di mammiferi appartiene questa persona”.
 La Ondicova era figlia di un affarista giocatore morto con poco denaro. Ma l’aveva sposata Ondicov, un uomo di 46 anni molto ricco. Morì 6 anni dopo e le lasciò tutto.
 Non era una donna incolta ed era molto bella
Commentandola con Arkadij, Bazarov disse: “Che ricchezza di corpo! Da metterla subito nel museo anatomico” (p. 89)
Andarono a trovarla nella sua casa padronale.

Bazarov parla con la donna che vorrebbe discutere, ma lui ha i suoi dogmi; “Gli uomini sono come gli alberi del bosco; nessun botanico si metterà a occuparsi di ogni singola betulla” (p. 93). La replica di Anna Sergeevna Ondicova è che tra l’uomo cattivo e quello buono, tra lo stupido e l’intelligente ci sono grandi differenze. 
Se condo Bazarov “le malattie morali derivano dalla cattiva educazione e dallo stato mostruoso della società che deve essere corretta. Allora le malattie scompariranno”.
In casa c’era una zia tenuta lì “per darsi importanza” in quanto era di sangue principesco. La sorellina diciottenne, Katja suona Mozart al pianoforte, la Sonata - fantasia in do minore.
“Non suona male e anche lei non è brutta”, pensò Arkadij.
Bazarov riconosce che Anna Ondicova è una donna col cervello, ma è pure scaltrita e raccomanda all’amico Katja, la sorellina quella piccola bruna : è fresca e intatta e timida e taciturna, e tutto quello che vuoi. Val la pena di occuparsene. Se ne può fare ancora quello che ti salta in mente; mentre l’altra è ormai scaltrita” (p. 97).
Cfr. la paura della donna. Catone il Vecchio in Tito Livio, Marziale e Zeno che rifiutato da Ada vorrebbe sposare la sorellina Alberta per educarla.

La Ondicova era incuriosita e attirata da Bazarov. Quell’asprezza di giudizi per lei era una novità. Lei non aveva alcun pregiudizio né alcuna fede profonda. Si era sposata per calcolo e non si era mai innamorata.
Se una donna non tradisce, è perché non le conviene" sostiene Pavese[3]. Inoltre:"Le puttane battono a soldi. Ma quale donna si dà altro che a ragion veduta?"[4]

 Aveva mal sopportato il defunto Ondicov e ne aveva ricevuto una segreta ripugnanza per tutti gli uomini da lei considerati esseri poco puliti e fiaccamente importuni. (p. 98)
 Bazarov e Anna vanno a botanizzare in giardino e Arkadij come li vide al ritorno sentì una stretta al cuore.
I due ragazzi rimasero ospiti della Ondicova una quindicina di giorni
Le giornate erano scandite con un ritmo regolare: colazione alle otto e così via fino alle 10 e mezzo di sera quando la padrona si coricava.
A Bazarov questo non piaceva: si scivola come sui binari “, diceva.
La Ondicova sosteneva che “in campagna non si può vivere disordinatamente, se no, la noia prende il sopravvento”.
 Cfr. la mania dell’ordine in Leopardi e in Kundera. E’ un segno di paura.
Katja si rannicchiava sempre sotto il perspicace sguardo della sorella.
Arkadij era innamorato della Ondicova ma ne aveva paura e frequentava la sorellina. Si formano due coppie amichevoli. Cfr. Le affinità elettive.
 Bazarov aveva un gran debole per le donne ma considerava l’amore romantico una balordaggine.
“Se ti piace una donna, cerca di arrivare al sodo, e se non puoi, voltale le spalle, il mondo non è finito lì”. Ma con la Ondicova non c’era da arrivare al sodo, mentre lui non aveva la forza di volgerle le spalle.
 Bazarov ce l’aveva con se stesso perché si stava innamorando e la Ondicova pensava molto a lui. La sua apparizione la animava.
Bazarov deve andare dai suoi genitori e alla Ondicova dispiace.
Il nichilista la provoca cercando dei complimenti: “Non sapete forse anche voi che il lato elegante della vita mi è inaccessibile, quel lato che voi pregiate tanto?”
“Io mi annoierò senza di voi”, dice lei
E B. “Arkadij resterà”
E lei ripetè: “Io mi annoierò”. Cfr. La noia di Moravia.

Excursus
La noia e il veternus
Moravia La noia. “La noia per me è propriamente una specie di insufficienza o inadeguatezza o scarsità della realtà. Per adoperare una metafora, la realtà, quando mi annoio, mi ha sempre fatto l’effetto sconcertante che fa una coperta troppo corta, ad un dormiente, in una notte d’inverno: la tira sui piedi e ha freddo nel petto, la tira sul petto e ha freddo ai piedi:e così non riesce mai a prendere sonno”
Oppure si può paragonare al buio dovuto alla sparizione della corrente elettrica.
“Oppure, terzo paragone, la mia noia potrebbe essere definita una malattia degli oggetti, consistente in un avvizzimento o perdita di vitalità quasi repentina; come a vedere in pochi secondi, per trasformazioni successive e rapidissime, un fiore passare dal boccio all’appassimento e alla polvere”
Moravia, La noia, Bompiani, Milano 1984, p. 7
La noia, “in fin dei conti non è che incomunicabilità e incapacità di uscirne” (p. 8)
“l’avvizzimento degli oggetti… l’oscura consapevolezza che tra me e le cose non ci fosse alcun rapporto”.

Nell'età primitiva un gravis veternus paralizzava l'attività umana: Virgilio nella Georgica[5] I dà questa spiegazione della genesi dell'età moderna: Giove procurò agli uomini fatiche e angosce (curae ) in quanto non lasciò che il suo regno restasse paralizzato in un pesante letargo"nec torpere gravi passus sua regna veterno " (v. 124). Infine il lavoro ostinato vinse tutte le difficoltà: “Labor omnia vicit - improbus” (vv. 145 - 146). Il compito di Virgilio nelle Georgiche in effetti è quello di celebrare il lavoro del bonus agricola.[6]
" Centrale è il concetto di veternus , una specie di pigra indolenza, un torpore che affliggeva l'umanità nell'età dell'oro, e che avrebbe indotto Giove a introdurre il lavoro nel mondo, per stimolare l'ingegno umano e rendere gli uomini attivi, vigile e intraprendenti"[7] .
Leopardi nella Storia del genere umano[8] afferma che Giove in una fase della storia del mondo, quella successiva al diluvio universale, con il quale “fu punita la protervia dei mortali”, impose gravi oneri alla nostre specie, la quale bramava "sempre e in qualunque stato l'impossibile", paradossalmente, perché non si estinguesse:"deliberò valersi di nuove arti a conservare questo misero genere: le quali furono principalmente due. L'una mescere la loro vita di mali veri; l'altra implicarla in mille negozi e fatiche, ad effetto d'intrattenere gli uomini, e divertirli quanto più si potesse dal conversare col proprio animo, o almeno col desiderio di quella loro incognita e vana felicità".
Ogni argomento, come l’età dell’oro, si presta a essere presentato come percorso problematico e variamente rimodulabile. 
Fine excursus



CONTINUA
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[*] Il piacere dell'ozio come sirena che distoglie dal fare cose egregie è denunciato anche da Tacito nell'Agricola:"subit quippe etiam ipsius inertiae dulcedo, et invisa primo desidia postremo amatur " (3), infatti si insinua anche il piacere della stessa passività, e alla fine si ama l'accidia dapprima odiosa..

[1] F. Nietzsche, fr. 9 (35) in Frammenti postumi 1887 - 1888.
[2] Cfr. La paura della donna, Catone il Vecchio in tito Livio e Marziale: Inferior matrona suo sit, Prisce, marito/ non aliter fiunt femina virque pares” (VIII, 12, 3 - 4)
[3]Il mestiere di vivere , 31 ottobre 1938.
[4]Il mestiere di vivere , 17 gennaio 1938.
[5] Le quattro Georgiche costituiscono un poema didascalico sull'agricoltura. Furono composte tra il 37 e il 30 a. C.
[6] “Il protagonista delle Georgiche - il paziente, tenace agricola capace di coronare la sua fatica con il successo - è anche un carattere non privo di ombre, e richiede, anche lui, della vittime” . Tradotto dall’inglese di Gian Biagio Conte, Aristaeus, Orpheus, and the Georgics: Once Again , in Poets And Critics Read Vergil, Yale University Press., n. 30, p. 205. Tale è Aristeo, e non farà meno vittime il “pio”Enea.
[7]M. Bettini, La letteratura latina, 2, p. 453.
[8] Del 1824.

lunedì 27 maggio 2019

Italo Svevo. L'uomo e l'inetto. 7a parte


Dostoevskij
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Un poco di Dostoevskij
L’ozio non ignobile ma per lo più inattivo del principe Myškin
Il principe Myškin ritiene connaturata all’uomo e naturale la felicità: “Io non so come sia possibile passare accanto a un albero e non sentirsi felici di vederlo. Parlare con una persona e non essere felici di volerle bene! Oh, io non so esprimere bene i miei sentimenti…ma quante cose belle vediamo ad ogni pie’ sospinto, belle al punto che l’uomo più abbietto non può che vederle sempre belle? Guardate un bambino, guardate l’alba divina, guardate come cresce un fuscello, guardate negli occhi che vi guardano a loro volta e vi vogliono bene…”[11].
Viveva senza la minima diffidenza. Per la sua malattia non conosceva le donne. In Svizzera parlava con i bambini: diceva loro tutto senza nascondere nulla. I genitori si stizzivano. Il maestro di scuola era geloso di lui, e lo canzonava quando diceva che i veri maestri erano i bambini i quali ci curano l’anima.
Nell’Idiota c’è un deprezzamento evangelico della razionalità degli adulti.

Insegnare infatti significa imparare. Non tutti gli insegnanti sono dei fannulloni.
Non dobbiamo dimenticare che l'insegnamento e l'apprendimento sono interdipendenti: "homines, dum docent discunt "[12] mentre si insegna si impara. Dagli studenti ho imparato e imparerò sempre molto: "Quaeris quid doceam? etiam seni esse discendum"[13], vuoi sapere che cosa insegno? che anche un vecchio deve imparare.
Dobbiamo dirlo ai nostri studenti: “Si ripaga male un maestro, se si rimane sempre scolari”[14].
 Tutti gli insegnanti, tutte le persone per bene, non dovrebbero mai smettere di imparare :"semper homo bonus tiro est ", l'uomo onesto fa tirocinio per tutta la vita, ha scritto Marziale[15] (12, 51, 2).

Ancora sull’Idiota
Però il principe Myškin non si trovava a suo agio con gli adulti. Il mio destino mi portava verso i ragazzi (…) Gli adulti lo credevano un idiota.
Dice ad Aglaja: la bellezza è un enigma. Siete tanto bella, che si ha paura a guardarvi. La bellezza è una forza con la quale si può rovesciare il mondo.
Viene frainteso. Totzkij pensò: “Idiota com’è, sa nondimeno benissimo che la via dell’adulazione è la migliore”.
Dal suo viso traspariva sempre la stessa ingenuità e fiducia, ben lontana dal sospettare una derisione o una burla
Ippolit aveva scritto “un moscerino in un raggio di sole partecipa del festoso banchetto della vita, mentre io ne sono escluso” (p. 531) Era stato rinnegato dalla natura. Il principe era anche poco istruito
Aglaja gli dice che deve rompere il vaso cinese del salotto. Eseguite uno di quei gesti che fate sempre: urtate il vaso e fatelo cadere in frantumi.
Ma il principe vorrebbe evitarlo. Si trova in un salotto dove tutto era falso. I presenti si odiavano o provavano fastidio l’uno dell’altro ma fingevano di essere amici. Avevano riunito quella compagnia per convenienza e tutti credevano di fare agli Epančin un grande onore con la loro presenza. Il principe non poteva capire simili sottigliezze.
Il principe parla contro il cattolicesimo romano “peggiore dello stesso ateismo”. L’ateismo predica il nulla e il cattolicesimo predica un Cristo travisato e calunniato dallo stesso cattolicesimo che predica l’Anticristo. Il cattolicesimo è la continuazione dell’impero romano. Ogni cosa è stata venduta da Roma per denaro. L’ateismo nasce dal disgusto del cattolicesimo. Da noi si trova nelle classi privilegiate che hanno perso la loro radice; in Europa l’ateismo sta entrando nelle masse del popolo per l’odio suscitato dalla Chiesa. Anche il socialismo è prodotto dal cattolicesimo. Si sostituisce lo scomparso potere morale del cristianesimo con la violenza. Per resistere all’Occidente bisogna che il nostro Cristo risplenda. Non dobbiamo lasciarci pigliare all’amo dai Gesuiti ma portare all’Occidente la nostra civiltà russa. Colui che ha rinnegato la sua terra natale ha anche rinnegato il suo dio.
Tutti i presenti erano costernati da questa tirata. Il principe stava lontano dal vaso cinese per paura di romperlo, siccome aveva il presentimento che l’avrebbe rotto. In effetti lo ruppe. Provò una spavento mistico
Aglaja lo ama per la sua nobiltà e semplicità d’animo e per la fiducia illimitata. Chiunque volesse potrebbe ingannarlo ed egli lo perdonerebbe.
Il principe alla fine muore e la sua bontà rimane inattiva.
La nequitia dell’innamorato
 Properzio intende servire l'amata e la sua è una vera e propria condizione di schiavitù...Questo atteggiamento costituiva una totale inversione di alcuni valori fondamentali della morale romana, in cui la dedizione e il servitium erano obblighi della donna nei confronti dell'uomo: accettare il servitium alla donna significa, oltre che nullo vivere consilio [16], seguire la nequitia la cattiva condizione (cfr. nequam, “buono a nulla”), e rinunciare nel tempo stesso ai vantaggi della vita socialmente impegnata; il poeta sa bene che questo atteggiamento farà di lui un oggetto di biasimo in tutta la città (2, 24, 5 sgg.): ma l'amore è furor che divora e contro una simile malattia non esistono rimedi[17]. Cfr. la Medea e la Fedra di Seneca.

Gli elegiaci infatti dichiarano il loro essere prigionieri (e prigionieri consapevoli) della nequitia, inettitudine, dunque il loro non essere buoni cittadini, e propongono un sistema di valori alternativo a quello socialmente approvato.

Ovidio prima dei Remedia ribalta tale tradizione affermando che l'amore "riscatta il poeta dall'ignavia “inazione” e dalla segnities “indolenza” perché l'amore è guerra, e richiede e sviluppa nell'innamorato le stesse qualità fisiche e psicologiche che l'esercizio della guerra richiede e sviluppa nel soldato. L'amante - questo l'assunto dell'elegia, paradossale se si pensa all'antimilitarismo dei primi elegiaci - è perfettamente uguale al soldato e come quello dotato di forza, intraprendenza, attivismo. In questa identificazione tra sfera galante e sfera militare, il repertorio tematico della militia amoris con tutto il suo lessico militare conosce un utilizzo a pieno campo, e la tesi viene portata avanti adottando una delle tecniche che si studiavano nelle scuole di retorica del tempo, quella della comparatio ( confrontando due diverse realtà, se ne mostrano somiglianze e divergenze)"[18].
Le attività raccomandate da Ovidio sono innanzitutto quelle "del foro e della guerra, il cui rifiuto voleva dire per il poeta elegiaco rinuncia alla carriera e alla rispettabilità" .

Eros si associa a Eris:
Negli Amores leggiamo:"Militat omnis amans, et habet sua castra Cupido;/Attice, crede mihi, militat omnis amans "(I, 9, 1 - 2), è un soldato ogni amante; anche Cupido ha il suo campo di guerra; Attico, credimi, ogni amante è un soldato.

 Elogi della fatica e dell’impegno
 Tucidide
 “Sia quelli sono degni di lode, sia, ancor più, i nostri padri: infatti dopo avere conquistato, oltre a quanto avevano ricevuto, questo grande impero che abbiamo, non senza fatica, lo hanno lasciato in eredità a noi che siamo qui ora”( II, 36, 2).
L’elogio della fatica è topico e risale a Esiodo
Esiodo dice che davanti al valore gli dei hanno posto il sudore: "th'" d j ajreth'" iJdrw'ta qeoi; propavroiqen e[qhkan" (Opere, 289).
 Nell'Elettra di Sofocle la protagonista dice alla mite sorella Crisotemi: "o{ra, povnou toi cwri;" oujde;n eujtucei'''" (v. 945), bada, senza fatica niente ha successo.
 Nei Memorabili[19] di Senofonte la donna virtuosa, la Virtù personificata, avvisa Eracle al bivio che gli dèi niente di buono concedono agli uomini senza fatica e impegno:"tw'n ga;r o[ntwn ajgaqw'n kai; kalw'n oujde;n a[neu povnou kai; ejpimeleiva" qeoiv didovasin ajnqrwvpoi"" (II, 1, 28).

Chi fa del bene conserva cavrin, gratitudine, mentre chi lo riceve è lento a contraccambiare e teme di non potere farlo

Tucidide, II, 40, 4.
E anche per quanto riguarda la nobiltà d’animo, noi siamo il contrario dei più: infatti non ricevendo il bene, ma facendolo ci procuriamo gli amici (ouj ga;r pavsconte" eu\, ajlla; drw'nte" ktwvmeqa tou;" fivlou") E’ più sicuro chi ha fatto del bene, nella misura in cui conserva la gratitudine che gli è dovuta con la benevolenza per la quale ha donato; mentre chi è debitore è più lento, in quanto sa che deve ricambiare l’atto generoso, non per fare un dono gratuito, ma per dovere.

Tucidide, II, 40, 2.
C’è nelle medesime persone la cura degli interessi privati e nello stesso tempo degli affari pubblici, e per altri, rivolti ad altre attività, c’è la possibilità di conoscere i problemi politici in modo sufficiente: solo noi infatti consideriamo (nomivzomen) non pacifico (oujk ajpravgmona, ajll j ajcrei'on), ma inutile chi non prende parte alla vita politica, e siamo noi che o decidiamo oppure esaminiamo bene i fatti, non considerando i discorsi un danno per le azioni, ma che lo sia piuttosto non essere informati con la parola prima di arrivare a ciò che si deve all’azione

Edipo l’eroe della passività e Prometeo dell’attività (Nietzsche in La nascita della tragedia)
Nietzsche in La nascita della tragedia [20] considera Edipo un eroe della passività: “L'eroe raggiunge appunto nell'attitudine puramente passiva la sua attività suprema, la quale continua ad agire molto al di là della sua stessa vita, mentre il cosciente tendere e sforzarsi della sua vita precedente lo ha condotto solo alla passività".
Edipo trova la sua dimensione positiva nella passività di Colono, dopo avere fatto soffrire e avere sofferto assai nella fase dell'attività sconsiderata, così Giovanni Drogo in Il deserto dei Tartari di Buzzati scopre"l'ultima sua porzione di stelle"(p.250) e sorride nella stanza di una locanda ignota, completamente solo, mangiato dal male, accettando la più eroica delle morti, dopo avere sperato invano, per decenni, di battersi"sulla sommità delle mura, fra rombi e grida esaltanti, sotto un azzurro cielo di primavera". Invece il suo destino si compie al lume di una candela, dove"non si combatte per tornare coronati di fiori, in un mattino di sole, fra i sorrisi di giovani donne. Non c'è nessuno che guardi, nessuno che gli dirà bravo".
Del resto gli eroi della passività nella letteratura moderna sono tanti, da Oblomov di Goncarov, a Zeno di Svevo per dire solo i più noti.

Il peccato attivo di Prometeo che lo rivendica: "io sapevo tutto questo:/di mia volontà, di mia volontà ho compiuto la trasgressione, non lo negherò (eJkw;n eJkw;n h{marton, oujk ajrnhvsomai)/ aiutando i mortali ho trovato io stesso le pene (aujto;~ huJrovmhn povnou~ )"(265 - 267).

Quindi Nietzsche contrappone a Edipo Prometeo come personaggio illuminato dalla gloria dell'attività. Prometeo rappresenta anche l'artista titanico il quale "trovò in sé la caparbia fede di poter creare uomini o almeno di poter distruggere dèi olimpici: e ciò mediante la sua superiore sapienza, che era però costretto a scontare con un'eterna sofferenza"[21].
La rivendicazione di Prometeo fornisce una legittimazione all'ira di Zeus e argomenti a Nietzsche in La nascita della tragedia per distinguere "la concezione ariana" dal mito semitico:" La cosa migliore e più alta di cui l’umanità possa diventare partecipe, essa la conquista con un crimine, e deve poi accettarne le conseguenze, cioè l’intero flusso di dolori e di affanni, con cui i celesti offesi devono visitare il genere umano che nobilmente si sforza di ascendere: un pensiero crudo, per la dignità conferita al crimine, stranamente contrasta con il mito semitico del peccato originale, in cui la curiosità, il raggiro menzognero, la seducibilità, la lascivia, insomma una serie di affetti eminentemente femminili fu considerata come origine del male. Ciò che distingue la concezione ariana è l’elevata idea del peccato attivo come vera virtù prometeica"[22]. 

Ultimo discorso di Pericle in Tucidide
Allora è giusto che non evitiate le fatiche necessarie agli onori (povnoi - timaiv cfr. l’Iliade). E non conviene in una città che comanda ma in una che è suddita.

Nel suo ultimo discorso, Pericle dice, avete un impero che è come una tirannide: esercitarlo può essere ingiusto, ma abbandonarlo pericoloso ( II, 63, 2).

Non potete tirarvi indietro dall’impero (ajrch'" ejksth'nai, 2, 63). wJ" turannivda ga;r h[dh e[cete aujthvn, oramai l’avete come una tirannide, e averlo preso può sembare ingiusto, ma lasciarlo sarebbe pericoloso. L’inerzia infatti non salva - to; ga;r a[pragmon ouj swv/zetai se non è schierata con l’attività

 Cfr. quanto dirà Cleone "turannivda e[cete th;n ajrchvn", III 37, 2, avete un impero che è una tirannide che si esercita su uomini ostili i quali non si lasciano comandare di buona voglia e la vostra superiorità è basata più sulla vostra forza che sulla loro benevolenza (ijscuvi ma'llon h] th'/ ejkeivnwn eujnoiva/ ).

Torniamo a Ovidio
I Remedia per certi versi sono un controcanto all’Ars amatoria.
“L'argomentazione didascalica dei Remedia confuta l'elegia in uno dei suoi fondamentali presupposti ideologici: il rifiuto della vita attiva, la scelta deliberata dell'otium desidiosum. Se l'otium , la pigra mollezza, è alimento della malattia d'amore, la guarigione comincia già dall'impegnarsi in una vita attiva: Remedia amoris 143 s. qui finem quaeris amoris,/ (cedit amor rebus) res age, tutus, eris "[23] .

L'ozio come responsabile dell'amore riprovevole viene indicato anche da Menedemo, il punitore di se stesso, al figlio Clinia:"Nulla adeo ex re istuc [24] fit nisi ex nimio otio " (Heautontomorumenos [25], da nessun altro motivo reale deriva questa tua smania se non dall'ozio eccessivo.

Una delle operosità raccomandate per sfuggire al tormento amoroso è quella nell'agricoltura, " l'attività economica tradizionale del signore romano, ma che è raccomandata come modello di vita in cui i tratti dell'utile quasi cedono di fronte alle preponderanti attrattive estetiche che può offrire una tenuta di campagna. E naturalmente, fra i modi di combattere l'otium , non può mancare la passione per la caccia (e in subordine, per la pesca): l'inconciliabilità fra Diana e Venere è una di quelle opposizioni fondamentali che sono addirittura registrate nel codice antropologico.

Artemide dunque (la cacci) contro Afrodite (l’amore)
Cfr. l’Ippolito di Euripide dove la dea dell’amore entra in scena dicendo: : Pollh; me;n ejn brotoi'" koujk ajnwvnumo" (v. 1), grande tra i mortali e non oscura. In questa tragedia Afrodite distrugge il puro cacciatore Ippolito.

 La potenza di Cipride viene celebrata anche all'inizio della Parodo delle Trachinie di Sofocle:"mevga ti sqevno" aJ Kuvpri" ejkfevretai - nivka" ajeiv" (vv. 497 - 498), Cipride porta con sé una grande potenza, sempre vittorie.

Mutatio locorum
Un aiuto per dimenticare può venire anche da un lungo viaggio senza voltarsi indietro: se l'amore è una guerra sia guerra scitica[26], o partica: "tempora nec numera nec crebro respice Romam,/sed fuge; tutus adhuc Parthus ab hoste fuga est " ( Remedia, vv. 224 - 225). non contare i giorni e non voltarti spesso a guardare Roma, ma fuggi, ancora il Parto si mette al riparo con la fuga.

Attività e metafore della caccia e della guerra sono impiegate nei Remedia per suggerire la fuga dall'amore: nell' Ars amatoria viceversa per la ricerca amorosa:"Il pregio maggiore dell'opera sta senza dubbio nel suo raffinato impianto metaforico: l'amore è descritto come caccia e come guerra, e queste immagini sono sviluppate con rigorosa coerenza (bagni, portici e spettacoli come terreni di caccia, doni e dolci parole come esche, appostamenti sotto la porta dell'amata come assedi)".
L'uomo al pari del cacciatore che sa bene dove tendere le reti ai cervi, (scit bene venator, cervis ubi retia tendat , I, 45) deve imparare a conoscere i luoghi frequentati dalle donne: portici, templi, fori, fontane, ma soprattutto i teatri ( sed tu praecipue curvis venare theatris , I, 89, ma tu soprattutto vai a caccia nei curvi teatri ) dove il figlio di Venere fa spesso le sue battaglie e chi ha osservato lo spettacolo di ferite, ha una ferita:"Illa saepe puer Veneris pugnavit arena /et ,qui spectavit vulnera, vulnus habet " I, 165 - 166.
L'anfiteatro dunque è un luogo di battaglie e ferite raccomandato per gli incontri erotici che hanno una componente conflittuale come i ludi del circo. Le donne più raffinate si precipitano ai giochi più frequentati:"Spectatum veniunt, veniunt spectentur ut ipsae/; ille locus casti damna pudoris habet" (I, vv. 99 - 100), vengono per osservare, vengono per essere loro stesse osservate; quel luogo contiene perdite del casto pudore. -

 Già Properzio prima di Ovidio nei Remedia aveva affermato l'opportunità della ritirata altrove per salvarsi dalla pena amorosa:"Magnum iter ad doctas proficisci cogor Athenas/ut me longa gravi solvat amore via./Crescit enim assidue spectando cura puellae:/ipse alimenta sibi maxima praebet Amor./Omnia sunt temptata mihi, quacumque fugari/ possit; at ex omni me premit ipse deus./…Unum erit auxilium: mutatis Cinthya terris/Quantum oculis, animo tam procul ibit amor./ Nunc agite, o socii, propellite in aequore navem "III, 21, 1 - 6; 8 - 10), sono costretto a partire per un grande viaggio verso la dotta Atene perché un lungo tragitto mi liberi da quest'amore opprimente. Cresce infatti continuamente osservandola il tormento della ragazza: Amore si fornisce da solo l'alimento più grande. Le ho tentate tutte, da qualunque parte si potesse mettere in fuga; ma da ogni parte mi opprime lo stesso dio…resterà solo un rimedio: mutato luogo, Cinzia, quanto dagli occhi tanto lontano andrà Amore dal cuore. Ora avanti, compagni, spingete nel mare la nave.

Da Ovidio e Properzio dunque viene ribaltato il topos dell'inutilità della mutatio locorum che si trova in Orazio: "Caelum, non animum, mutant qui trans mare currunt/strenua nos exercet inertia " (Epistole, 1, 11, 27 - 28), cambiano il cielo, non lo stato d'animo quelli che corrono al di là del mare, un'irrequieta indolenza ci tiene in ansia.
 Quindi Seneca scriverà:" Animum debes mutare, non caelum. Licet vastum traieceris mare, licet, ut ait Vergilius noster, "terraeque urbesque recedant" [27], sequentur te quocumque perveneris vitia " (Ep. a Lucilio , 28, 1), l'animo devi cambiare, non il cielo. Anche se avrai attraversato il mare immenso, anche se, come dice il nostro Virgilio, "terre e città si allontanano", dovunque sarai giunto ti seguiranno i vizi.
 E ancora: "Nullum tibi opem feret iste discursus; peregrinaris enim cum adfectibus tuis et mala te tua sequuntur…Quid ergo? animum tot locis fractum et extortum credis locorum mutatione posse sanari? Maius est istud malum quam ut gestatione curetur ...Nullum est, mihi crede, iter quod te extra cupiditates, extra iras, extra metus sistat " (Ep. a Lucilio , 104, 17 - 19), questo correre qua e là non ti porterà nessun vantaggio; infatti vai in giro con le tue passioni e i tuoi vizi ti seguono… che dunque? credi che l'animo in tanti luoghi ferito e slogato possa sanarsi col cambiar luogo? Il male è troppo grande per essere guarito con una passeggiata...Non c'è viaggio, credimi, che ti metta al riparo dalle passioni, dall'ira, dal timore.

Tra i contemporanei Galimberti dubita che il viaggiare da turisti possa davvero scuoterci l'anima:"La gente viaggia (diceva Orazio:"Non è cambiando il cielo che si cambia animo") probabilmente per un bisogno di evasione, per dare una scossa alla propria condizione psicologica. Evasione vuol dire "uscir fuori", ma non mi pare che nei viaggi si esca davvero fuori". Infatti è tutto prenotato, codificato, previsto. "Del viaggio perdiamo dunque l'ultimo scrigno segreto che potrebbe offrirci: lo spaesamento"[28].

 “I “bennati” sentivano se stessi come “felici”…poi essi, uomini superdotati di forza e perciò stesso necessariamente attivi, riuscivano a non separare l’agire dalla felicità - l’essere attivi era per loro considerato come qualcosa di attinente necessariamente alla felicità (da cui eu\ pravttein) - tutto ciò in netto contrasto con la “felicità” a livello degli impotenti, degli oppressi, dei piagati”[29]. 
L’Edipo a Colono , l’eroe della passività, di Sofocle però mostra ancora nel modo più puro l’accento di una conciliazione proveniente da un altro mondo. Ismene dice al padre: nu`n ga;r qeoiv sj ojrqou`si, provsqe d’ w[llusan (394)

Dopo Sofocle non c’è più consolazione metafisica, indicata da Nietzshe in La nascita della tragedia, bensì l’eroe che fa un buon matrimonio o, come il gladiatore, viene prima scorticato poi riceve la libertà. E al posto della consolazione metafisica subentra il
deus ex machina. La consolazione metafisica degenera in culto segreto. La serenità greca diventa voglia di vivere senile e improduttiva. L’aspetto più nobile di questa tarda serenità è la serenità dell’uomo teoretico che dissolve comunque il mito e utilizza il dio delle macchine e dei crogiuoli.
E’ il credere a una correzione del mondo per mezzo del sapere, credere a una vita guidata dalla scienza. Una canuta o calva assennatezza.

La logica imperialistica
Alcibiade "svolge dinanzi all'assemblea popolare il disegno vertiginoso della conquista di tutta la Sicilia e del dominio su tutta la Grecia, dichiarando che lo sviluppo di una potenza come quella d'Atene non si può razionare: chi la detiene, non può conservarla che con l'estenderla sempre più, giacché la sosta significa pericolo di decadenza"[30]. Meritano di essere trascritte alcune parole di questo seduttore delle donne e del popolo :" kai; th;n povlin, eja;n me;n hJsucavzh/, trivyesqaiv[31] te aujth;n w{sper kai; a[llo ti"(VI, 18, 6) e la città, se rimarrà tranquilla si logorerà da sola, come qualsiasi altra cosa. Ecco dunque un personaggio in cui il " carattere di tutta la stirpe è genialmente personificato: ciò spiega la sua influenza irresistibile sul volgo, sebbene a questo egli fosse inviso per il suo atteggiamento presuntuoso e altezzoso nella vita privata"[32].
Cfr. I Corinzi su gli Ateniesi in Tucidide
Insomma, sintetizzano i Corinzi, se uno, riassumendo, dicesse che sono nati per non avere pace loro e non lasciare in pace[33] gli altri uomini, direbbe la verità:"w{ste ei[ ti" aujtou;" xunelw;n faivh pefukevnai ejpi; tw'/ mhvte aujtou;" e[cein hJsucivan mhvte tou;" a[llou" ajnqrwvpou" eja'n, ojrqw'" a]n ei[poi", I, 70, 9). Questo dinamismo psicologico degli Ateniesi dunque ne spiega i successi:"In contrasto con lo sfondo della lentezza e indolenza, dell'onestà di antico stampo e della ristretta perseveranza di Sparta, risalta la descrizione della vivacità ateniese, in cui si mescolano l'invidia, l'odio e l'ammirazione dei Corinzi: perpetua intraprendenza, grande slancio nel concepir disegni come nell' osare, una flessibilità che fronteggia ogni situazione e non viene meno neanche nell'insuccesso, anzi ne è spronata a più alte imprese", commenta Jaeger[34].
Gli Ateniesi assomigliano all'Edipo di Sofocle, quello attivo dell’Edipo re e del suo antefatto, non quello passivo dell’Edipo a Colono.


CONTINUA

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[11] F. Dostoevskij, L’idiota, p. 700 -
[12] Seneca, Epist., 7, 8.
[13] Seneca, Epist., 76, 3.
[14] F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra, p. 92.
[15] 40ca - 104 d. C.
[16]I, 1, 6, vivere senza alcun proposito sano, secondo la docenza di Amor improbus che gli insegnò perfino a odiare le ragazze caste:"donec me docuit. castas odisse puellas " (v. 5).
[17]P. Fedeli, Introduzione a Properzio, Elegie , pp. 19 - 2O.
[18]G. B. Conte, (a cura di) Scriptorium Classicum 2, p. 165.
[19] Scritto socratico in quattro libri che presenta il maestro come un uomo probo e onesto, rispettoso della religione e delle leggi, valida guida morale nella vita pratica
[20] Capitolo VIII.
[21] La nascita della tragedia, cap. IX.
[22] F. Nietzsche. La nascita della tragedia, cap. IX
[23] G. B. Conte, introduzione a Ovidio Rimedi contro l'amore, p. 39.
[24] Pronome neutro derivato da istud+ il deittico - ce.
[25] Il punitore di se stesso , commedia di Terenzio del 163 a. CJ
[26]Nel IV libro delle Storie Erodoto racconta la fallita spedizione di Dario contro gli Sciti descrivendo i costumi di questo popolo e il loro modo di guerreggiare: facevano terra bruciata e si allontanavano , una strategia non molto diversa da quella dei Russi descritti da Tolstoj che in Guerra e pace definisce ancora " piano di guerra scitica" quello "mirante ad attirare Napoleone nelle regioni interne della Russia" (p. 1031).
[27]Eneide III, 72, quando i Troiani si allontanano dalla Tracia.
[28] La lampada di Psiche , p. 48 e p. 51.
[29] Genealogia della morale, 7.
[30] Jaeger, Op. cit. p. 675.
[31] Trivbw, logoro, perdo tempo; diatribhv, conversazione, passatempo.
[32] Jaeger, Op. cit. p. 676.
[33] Cfr. la Medea di Seneca quando entra in scena Creonte che manifesta timore per la donna barbara:"cui parcet illa, quemve securum sinet?" (v. 182), chi risparmierà quella o chi lascerà in pace?