Euripide.
Alcune tue parole, caro Sofocle, mutano significato come fanno i serpenti con la pelle, secondo il personaggio che le pronuncia.
La stessa parola ha significati diversi nell'intenzione di chi la dice e nell'intendimento di chi l'ascolta: dette da diversi personaggi, parole scritte con le medesime lettere acquistano significati differenti o perfino opposti, siccome il loro valore non è lo stesso nella lingua religiosa, giuridica, politica, e nemmeno nella parlata comune. Così , per Antigone la parola novmo" designa il contrario di ciò che Creonte chiama pure lui novmo". Secondo la fanciulla il termine significa "norma religiosa", “imperativo della coscienza”; per Creonte vuole dire "editto promulgato dal capo”.
E in realtà il campo semantico di novmo" è sufficientemente esteso per comprendere ambedue i sensi e pure altri.
Come ha scritto bene un critico “Le parole scambiate sullo spazio scenico, anziché stabilire la comunicazione e l'accordo fra i personaggi, sottolineano viceversa l'impermeabilità degli spiriti, il blocco dei caratteri; segnano le barriere che separano i protagonisti, fanno risaltare le linee conflittuali"[1].
Altrettanta ambiguità e impossibilità di intendersi viene teorizzata da Pirandello nei Sei personaggi in cerca d'autore quando l’attore che fa la parte de padre dice:"Ma se è tutto qui il male! Nelle parole! Abbiamo tutti un mondo di cose; ciascuno un suo mondo di cose! E come possiamo intenderci, signore, se nelle parole ch'io dico metto il senso e il valore delle cose come sono andate dentro di me; mentre chi le ascolta, inevitabilmente le assume col senso e col valore che hanno per sé, del mondo com'egli l'ha dentro! Crediamo d'intenderci; non ci intendiamo mai! [2].".
Sofocle
La tua ambiguità non si limita alle parole: tu arrivi a destabilizzare il pensiero, a farlo oscillare turbando la mente del pubblico il quale infatti ti ha punito negandoti il favore concesso a me che attribuisco intendimenti diversi a personaggi diversi ma presento con chiarezza le mie scelte ideali, o , se preferisci, ideologiche. Io propugno sempre la religione, quella delfico apollinea in particolare, contro l’ateismo, la sofistica e il razionalismo. Tu metti tutto in discussione e dubiti di tutto.
Ti ricordo alcune parole esemplari della tua scepsi radicale: “chi sa se il vivere non sia essere morti,/ ed essere morti invece laggiù non venga considerato vivere?”. Questo si legge in due tragedie Frisso e Poliido [3].
Tu metti in discussione perfino l’evidente dicotomia tra l’essere vivi o morti.
Euripide
Il fatto è che della vita che viviamo qui da trasognati mortali sappiamo poco, della vita dopo la morte proprio niente.
Sofocle
Tu sai poco anche degli dèi e dubiti di loro o li critichi fino alla blasfemia. Hai mostrato quel tramonto della religione che io ho denunciato come un male, e purtroppo, a lungo andare, l’hai avuta vinta tu, seppure da vincitore postumo: la venditrice di ghirlande, nelle Tesmoforiazuse di Aristofane si lamenta di guadagnare poco da quando Euripide ha convinto la gente, con le sue tragedie, che gli dei non esistono[4].
Euripide
In realtà, dietro alle mie critiche c’è la ricerca di un’immagine divina purificata: così Ifigenia sacerdotessa nella Tauride conclude il suo discorso contro i sacrifici umani affermando che nessun dio può essere malvagio e gradire tale orrore (Ifigenia tra i Tauri, v. 391).
Ti ricordo anche l’espressione lapidaria l’espressione del Bellerofonte “se gli dei fanno qualcosa di vergognoso, allora non sono dei”.
Sofocle
Se Apollo non è un dio che bisogno hai di screditarlo bestemmiandolo e accusandolo di malvagità?
Nella tua Andromaca, Neottolemo, il ragazzo di Achille, mentre prega il dio, viene ferito dagli abitanti di Delfi. Allora domanda:"tivno" m j e{kati kteivnet j eujsebei'" oJdou;" h{konta; poiva" o[llumai pro;" aijtiva";", perché mi uccidete sulla strada della pietà? Per quale colpa muoio?"(vv.1125-1126), ma nessuno dei molti presenti gli rispose; anzi lo uccisero continuando a colpirlo con pietre. Tutto questo è raccontato da un messo che alla fine della sua rJh'si" (v.1164) accusa Apollo di essere w{sper a[nqrwpo" kakov", come un uomo malvagio, e domanda:"pw'" a]n ou\n ei[h sofov";", come potrebbe essere saggio?
Euripide.
L’oracolo di Delfi durante la guerra del Peloponneso spartaneggiava, come poi filippizzò. La mia critica al dio delfico è una risposta politica al fatto che i responsi pitici erano favorevoli ai nostri nemici.
Sofocle
Credi che il tragediografo debba fare politica?
Euripide
La fa comunque perché scrive per la polis e per polivtai, i cittadini che andavano a teatro nella nostra Atene. L’abbiamo fatta entrambi: nelle ultime tragedie scritte da noi, le mie Baccanti e il tuo Edipo a Colono, quando la nostra città stava perdendo la guerra del Peloponneso e i Tebani meditavano di raderla al suolo, noi abbiamo presentato Tebe come l’anticittà: un nido di crimini, orrori e nefandezze. Ti rammento che Tucidide, il creatore della storia politica, fa dire a Pericle:"movnoi ga;r tovn te mhde;n tw'nde metevconta oujk ajpravgmona, ajll j ajcrei'on nomivzomen" (Storie, II 40, 2), siamo i soli a considerare non pacifico, ma inutile chi non partecipa alla vita politica.
Io ho partecipato fino a salvare i nostri concittadini dalla morte.
Sofocle: “Come avresti fatto tu a salvare vite di Ateniesi con le tue tragedie?
Euripide: “Se non lo sai, te lo dico io: Plutarco nella Vita di Lisandro [5] ha scritto che dopo la battaglia di Egospotami il tebano Erianto propose la distruzione di Atene.
Questa canaglia voleva che venisse rasa al suolo la città e la campagna fosse lasciata al pascolo. Ma io, che pure ero già morto da un paio di anni, salvai Atene: durante un convito un focese cantò alcuni passi della parodo della mia Elettra.
Nel sentire tali versi (167ss.) i comandanti che avevano condotto la guerra si intenerirono e sembrò troppo crudele distruggere una città così illustre che produceva uomini tanto grandi.
Ricordo un’altra occasione nella quale salvai delle vite ateniesi per significarti come anche la poesia possa e debba essere politica.
Un evento che ho vissuto e mi ha reso felice. Puoi leggerlo nella
Vita di Nicia dove Plutarco racconta che alcuni Ateniesi finiti nelle Latomie di Siracusa "kai; di j Eujripivdhn ejswvqhsan" (29, 2), si salvarono anche grazie ad Euripide. Infatti i Greci di Sicilia amavano i miei drammi e li imparavano desiderando citarne dei passi. Alcuni dei superstiti da quella catastrofe dunque, tornati a casa, vennero ad abbracciarmi affettuosamente e dissero che erano stati affrancati dalla loro schiavitù "ejkdidavxante" o{sa tw'n ejkeivnou poihmavtwn ejmevmnhnto" (29,4) poiché avevano insegnato ai loro padroni quanto ricordavano dei miei drammi.
Sofocle: Tu sì che sei bravo! D’ora in avanti ti chiamerò Euhripivdh~ Swthvr, Euripide Salvatore!
Avvertenza: il blog contiene 5 note e il greco non traslitterato
Bologna 8 febbraio ottobre 2026 ore 17, 50 giovanni ghiselli
p. s
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[1] J. P. Vernant, Ambiguità e rovesciamento in Mito e tragedia nell'antica Grecia , pp. 89-90.
[2] Sei personaggi in cerca d'autore ( parte prima). Parla il personaggio del Padre. La commedia andò in scena la prima volta il 10 maggio 1921 al teatro Valle di Roma.
[3] Nel Frisso (fr. 833) e nel Poliido (fr. 638) compare tale famosa questione: “tiv" d j oi\den eij to; zh'n mevn ejsti katqanei'n, --to; katqanei'n de; zh'n kavtw nomivzetai;
[4] Tou;~ a[ndra~ ajnapevpeiken oujk ei\nai qeouv~:-w[st j oujkevt j ejmpolw`men oujd j ej~ h{misu ( Tesmoforiazuse, vv. 451-452), ha persuaso gli uomini che gli dèi non esistono:- così non vendiamo nemmeno la metà.
[5] 15
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