Di questa lettera possiamo avvalerci oggi per confutare quanti parlano male, a vanvera, in fretta, con una dizione incomprensibile. Contro le parole vuote di contenuto e piene di errori che ripetono tutti i giorni
Ci sono filosofi che parlano in fretta dicendo troppe parole e confondendole: hoc non probo in philosopho, cuius pronuntiatio quoque, sicut vita, debet esse composita (2) non approvo questo in un filosofo, la cui espressione, come la vita deve essere ordinata.
Nihil autem ordinatum est quod praecipitatur et propĕrat, non è per niente è ordinato in effetti ciò che si affretta a precipizio.
Itaque oratio illa apud Homerum concitata et sine intermissione in morem nivis superveniens iuveni oratori data est, pertanto in Omero è attribuito a un giovane oratore quel discorso fitto e senza interruzione che scende dall’alto come la neve, lenis et melle dulcior seni profluit (2), mentre una parlata calma più dolce del miele è quella di un vecchio.
Seneca si riferisce a due passi dell’Iliade Nel III canto Odisseo è descritto da Antenore come un uomo non bello ma dall’eloquio affascinante: quando era in piedi arrivava alle spalle di Menelao, e, se non parlava, sembrava un uomo ignorante o addirittura uno furente e pazzo, ma, quando stava seduto appariva maestoso e se parlava, mandava fuori dal pryyo parole simili a fiocchi di neve d'inverno ( e[pea nifavdessin ejoikovta ceimerivh/sin, Iliade, III, v. 222), ossia manifestava la potenza della natura, e allora non si provava più meraviglia per l'aspetto.
Plinio il Giovane dà una spiegazione di questo stile oratorio affermando di preferire fra tutte "illam orationem similem nivibus hibernis, id est, crebram et assiduam, sed et largam, postremo divinam et caelestem " ( Ep. I, 20), quell'eloquenza simile alle nevi invernali, cioè densa e serrata, ma anche copiosa, dopo tutto divina e scesa dal cielo
La parlata calma e dolce più del miele è invece attribuita al vecchio Nestore: “Nevstwr hjdueph;" ajnorouse, ligu;" Pulivwn ajgorhvth"-
tou' kai; ajpo; glwvssh" mevlito" glukivwn rJeven aujdhv- Iliade, I , 248- 249), Nestore dalla dolce parola si alzò, melodioso oratore dei Pili,
e dalla sua lingua scorreva la parola più dolce del miele
Ma lasciamo Omero e torniamo a Seneca.
Devi considerare l’eloquenza impetuosa e abbondante più adatta a un ciarlatano
Sic itaque habe: istam vim dicendi rapidam atque abundantem aptiorem esse circulanti quam agenti rem magnam ac seriam docentique (3), pensala pertanto così: che questa eloquenza frettolosa e prolissa è più adatta a un ciarlatano che a un uomo il quale compie azioni elevate e serie e le insegna anche.
Aeque stillare illum nolo quam currere, nec extendat aures nec obruat (3), nello stesso tempo non voglio che quell’uomo probo lasci cadere le parole goccia a goccia e nemmeno che corra, né che faccia tendere le orecchie né chiuderle.
Non ci sia il taedium interruptae tarditatis, la noia della lentezza con interruzioni, e del resto non traditur quod fugit, non si trasmette ciò che fugge.
“Quae veritati operam dat oratio composita debet esse et simplex; haec popularis nihil habet veri. Movere vult turbam et inconsultas aures impetu rapere (4), l’orazione che trasmette la verità deve essere ben ordinata e semplice; questa demagogica non ha nulla di vero. Vuole commuovere il volgo e trascinare con un assalto le orecchie irriflessive.
Vengono in mente i dibattiti tra gli invitati nelle trasmissioni televisive: si parlano addosso arrivando a gridare perché ognuno cerca di far prevalere la propria propaganda. Ben pochi di questi sono educati e rispettosi. Segnalo Lucio Caracciolo la cui parola è chiara per giunta.
Un certo modo di parlare plus sonat quam valet (5) è più rumoroso che efficace. L’oratore educatore dunque non deve essere rumoroso né affrettato se vuole curare le anime: quis medicus aegros in transitu curat? (5), quale medico cura gli ammalati di passaggio?
Rispondo personalmente e per esperienza: quelli avidi di denaro
Per giunta talis verborum ruentium strepitus, tale rumoreggiare di parole che precipitano è sine dilectu (5) privo di piacere.
Ista dicendi celeritas nec in sua potestate est non si padroneggia, non riesce a fermarsi come chi corre giù per un pendio, e non si addice al filosofo qui ponere debet verba non proicere, et pedetemptim procedere, (7) che deve disporre con ordine le parole non buttarle fuori e deve avanzare gradualmente.
Habeat vires magnas, moderatas tamen (8) abbia forze grandi, però misurate l’orazione: perennis sit unda, non torrens, sia un corso d’acqua perenne, non un torrente.
I Greci parlano con foga maggiore, nos etiam cum scribimus, interpungere adsuevimus (11) noi anche quando scriviamo ci siamo abituati a fare pause
I Greci sono meno attenti dei latini e di noi a evitare le ripetizioni; i latini tendono alla allitterazione. Questa piace molto anche a me.
Cicero quoque noster a quo eloquentia exiluit, gradarius fuit, anche Cicerone nostro dal quale la nostra eloquenza sprizzò in alto, procedeva passo dopo passo.
A me piace molto meno di Seneca: Cicerone è spesso ridondante.
Praeterea exercitatione opus est cotidiana et a rebus studium transferendum est ad verba (40, 14), inoltre è opportuno un esercizio quotidiano e la cura va trasferita dalle cose alle parole.
Questo non toglie che, trovate le parole corrispondenti alle cose i verba possano tornare a essere cose reali, fatti.
In conclusione: quemadmodum sapienti viro incessus modestior convenit , ita oratio pressa non audax, come a un uomo saggio si addice un’andatura piuttosto contegnosa, così un modo di parlare serrato, non sfacciato.
Quanto al parlare sfacciato mi vengono in mente certi tromboni che vogliono anticipare le sentenze del prossimo processo di Garlasco.
Summa ergo summarum haec erit: tardilocum esse te iubeo, insomma l’essenza sarà questa: ti consiglio di parlare lentamente, Vale.
p. s.
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