venerdì 27 ottobre 2023

Ifigenia XLIV. Il festoso rito invernale. La crescita concorde. La felicità

A. Feuerbach, Iphigenie (1862)
Il dicembre del ’78
  fu il primo di una serie di mesi belli assai, non meno belli di come erano stati  i tre vissuti con le tre finniche. Un periodo che durò fino al 21 luglio del 1979 quando ripresi la strada di Debrecen per mettere alla prova la serietà del nostro amore ponendo  me stesso e lasciando lei esposti alle tentazioni amorose. Ifigenia era andata in vacanza nella babilonica riviera romagnola ,  io ero tornato nel luogo dei miei ricordi amorosi più belli. La prova non sarà superata dalla nostra relazione: a Debrecen aspettavo ogni giorno la posta che lei mi aveva promesso e non mi mandò mai. Sicché, tornato in Italia, non mi fidavo più di Ifigenia e  il  desiderio del corpo  di lei era contaminato dal rancore.
Racconterò questo  a suo tempo. Prima di quella caduta vivemmo diversi mesi felici nei quali fruimmo di un piacere sessuale festoso e gioioso. Ma quando il piacere, la festa e la gioia avrebbero dovuto evolversi in felicità  fiduciosa questa trovò ostacoli insuperabili nei nostri caratteri e nelle nostre esperienze passate. Non eravamo abbastanza buoni e intelligenti per quella felicità che è solo di breve intervallo  inferiore a quella divina.
Nei mesi del grande piacere, i migliori furono quelli invernali marzo compreso, quasi ogni giorno sulla metà del pomeriggio celebravamo il rito festoso. Ifigenia mi telefonava, io andavo a prenderla in una strada non visibile dalle finestre di casa sua e la portavo a casa mia dove si faceva l’amore almeno tre volte: dicevamo che era appena la sufficienza e in genere, dato che eravamo entrambi libidinosi e ambivamo all’atletismo sessuale, si seguitava a oltranza. Quindi ci si congratulava a vicenda per la potenza amorosa fisica e pure mentale manifestata nel grande letto.   
   Quindi scendevamo dal podio dove ci eravamo premiati a vicenda e parlavamo di scuola, di cinema, di teatro, dei nostri allievi, dei parenti, dei colleghi commiserandoli in genere, delle ultime letture fatte cercandovi sempre analogie o differenze con i nostri vissuti. Ci piaceva paragonarci ai grandi amatori, ai giovani e belli di successo. Alcibiade era il personaggio ricordato più spesso. Insomma avevamo parecchi interessi comuni e argomenti di conversazione significativi per entrambi. Ifigenia faceva commenti appropriati  e osservazioni acute. Spesso prendeva spunto da quanto sentiva dire da me. Io, che cercavo di insegnarle il meglio di quanto sapevo la guardavo come una mia discepola. Quando si parlava  la vivevo anche come una figlia. Lei mi osservava con totale fiducia e ammirazione che contraccambiavo: imparava alla perfezione quanto le insegnavo. Finalmente avevo trovato uno scopo preciso e nobile: aiutare a crescere una creatura che mi somigliava e poteva succedermi su questa terra. Avevo la possibilità di favorirne la crescita, di farle acquistare fiducia in se stessa, potenza, felicità.
Lei d’altra parte con la sua curiosità, volontà di imparare, con l’ascolto che mi donava , mi stimolava a leggere, a pensare, a ricordare. Con l’attenzione che  rivolgeva al mio aspetto mi motivava a fare sport, a mangiare soltanto il necessario e solo quando avevo fame, insomma a rispettare il mio corpo.
Tutto sommato eravamo felici.

Bologna 27 ottobre 2023 ore 18, 43 
giovanni ghiselli

p. s.
Statistiche del blog
Sempre1415465
Oggi162
Ieri206
Questo mese7606
Il mese scorso8635

Ifigenia XLIII. Il congedo

A. Feuerbach, Iphigenie (1862)
“Il poeta è un grande artiere,

Che al mestiere
Fece i muscoli d’acciaio” Carducci
Arrivato a casa, telefonai a Pinuccia dicendole che di sera avrei dovuto parlarle. Disse solo “va bene”, remissiva come sempre. E rassegnata siccome conosceva la mia situazione. Sicché andai a prenderla alle nove, sotto la casa dove abitava con i suoi genitori. Andammo nell’osteria dove eravamo soliti vivacizzare la prima parte delle nostre serate con mezzo litro di vino in mancanza di argomenti comuni scolastici e politici. Quella sera però, che del resto non era mercoledì, l’argomento l’avevamo: appena seduti, le dissi direttamente che non me la sentivo più di amoreggiare con lei dal momento che mi ero innamorato della collega. Pinuccia non divenne una menade, anzi reagì con il suo carattere e stile da donna mite, comprensiva e dignitosa: disse che l’aveva previsto,  se lo sentiva, e non aveva potuto evitarlo.
“Già. Non sono varcabili i confini del fato” dissi.
Assentì chinando la testa. Era buona Pinuccia: mi aveva perfino leccato con lingua amorevole e non svigorita le profonde  ferite buscate da un automobilista che mi aveva travolto mentre pedalavo. Non si lamentò, non mi rimproverò, non chiese niente per sé. Anzì, mi augurò buona fortuna. Del resto anche lei una volta, in gennaio, mi aveva lasciato. Era tornata in primavera con Zefiro che il bel tempo rimena.
Me lo ricordò lei per scagionarmi: “Così siamo pari”, disse
“Già -feci io- la prossima volta sta a te”.
“Non credo che ci sarà una prossima volta” ribatté con mente profetica.
Poi  però aggiunse: “Oddio, forse queste parole non sono definitive. Se questa sposa novella ti farà soffrire, io ci sarò”
“Io allora, ferito e poi curato da te, saprò sorriderò come lo spartano morsicato dalla volpe”, le dissi.
Pinuccia dopo un paio di anni si sposò invitando al suo matrimonio anche me con Ifigenia. Ora credo che tutto sia andato per il verso giusto, come sempre succede. E’ il verso del fato infatti. Questa brava ragazza già matura viro aveva  bisogno di un bravo marito, non di un desultor amoris un saltimbanco dell’amore quale ero io. Per giunta in quel tempo avevo bisogno di un’esperienza emotiva e intellettuale che dal fondo dell’anima e dei sensi scatenasse un terremoto capace di sconvolgermi l’equilibrio raggiunto con fatica ma già datato e obsoleto: un sisma così catastrofico da portare alla luce le vene profonde dove scorrevano i  miei bisogni più veri e i sentimenti più autentici di quel momento. Avevo perduto tre donne amate, smarrito il lavoro che mi piaceva, superato il culmine della mia gioventù: per non avviarmi verso un  tramonto triste, forse anche lugubre, avevo bisogno di una rivalsa su tutti i fronti delle battaglie perdute: dovevo affascinare la bella giovane collega e amante precaria, recuperare il lavoro mio e scrivere un capolavoro pieno di pensiero, bellezza, mito e poesia. Pinuccia non era adatta a me, né io a lei. Le invio comunque un pensiero riconoscente per il calore umano e l’affetto che ha potuto darmi senza pretese e con sufficiente onestà. Ho cambiato il suo nome ma credo che non stenterà a riconoscersi in queste mie righe. La ricordo come un pane caldo e profumato, una pagnotta tonda, soffice, bianca di cui mi sono nutrito prima di riporla nello zaino dal quale ho dovuto estrarre alimenti più energetici e necessari all’ardua salita che sto ancora scalando con l’impiego di tutte le forze.

Bologna 27 ottobre 2023 ore 11, 30 
giovanni ghiselli

p. s.
“Per sé il pover manuale
Fa uno strale
D’oro, e il lancia contro ’l sole:
Guarda come in alto ascenda
E risplenda,
Guarda e gode, e piú non vuole”.  (Carducci Congedo,  Rime nuove 1906)

 
Statistiche del blog   
Sempre1415369
Oggi66
Ieri206
Questo mese7510
Il mese scorso8635