sabato 29 maggio 2021

Shakespeare, "Riccardo III". XVII. Riccardo quale cane, ragno, rospo. La rana lontana. Per il prossimo corso

L’ex regina Margherita parla in un delirio  simile a quello di Cassandra nelle tragedie Agamennone di Eschilo e Agamennone di Seneca.
Si scaglia prima contro la madre di Riccardo: “dalla tana del tuo ventre-le dice- è sortito un cagnaccio infernale che dà a noi tutti una caccia mortale (IV, 4, 46-47) un cane che prima degli occhi  ebbe i denti to worry lambs, and lap their gentle blood  (50) per azzannare gli agnelli e lappare il loro dolce sangue.
Le dimore di queste mogli e madri di re grondano sangue come il palazzo di Agamennone dove Cassandra grida: “Venere fata. Sanguinem extremae dapes, - domini videbunt et cruor Baccho incidet” (Seneca, Agamennone, 885-886), il destino è arrivato. Le ultime portate vedranno il sangue del padrone e dal corpo sul vino.
Nell’Agamennone di Eschilo  Cassandra condotta da Clitennestra alla dimora degli Atridi grida ajndrosfagei`on kai; pevdon rjanthvrion (1092) mattatoio di uomini e suolo bagnato di sangue.

Margherita prosegue chiamando Riccardo excellent grand tyrant of the earth (51)  straordinario, grandioso tiranno della terra, turpe sfregiatore della creazione divina che venne sguinzagliato dal grembo della duchessa di York accusata quale madre di questo carnal cur (56)  cagnaccio carnivoro che strazia la prole della madre così costretta a sedere sul banco dei lamenti accanto alle altre donne da lui orbate.
Il tiranno è un mostro anche nella storia (lo abbiamo indicato in Erodoto e Livio), nelle tragedie come p. e. Lico nell’Eracle di Euripide  e in Platone.
Nella Repubblica di Platone,   Er ricorda il grande (nel male)  Ardieo (   jArdiai`o~ oJ mevga~, 615 c). Costui era diventato tiranno in una città della Pamfilia, mille anni prima, e aveva ucciso padre, fratello, non senza molte altre scelleratezze. Chi l’aveva incontrato disse che quell’orribile criminale non sarebbe mai arrivato nel prato del consesso festoso. Infatti era uno di quelli così inguaribilmente malvagi (ti~ tw`n ou{tw~ ajniavtw~ ejcovntwn eij~ ponhrivan, 615c) che non potevano mai risalire. La maggior parte di questi incurabili erano tiranni. Quando si avvicinavno alla bocca d’uscita, questa emetteva un muggito (ejmuka`to). Allora intervenivano uomini a[grioi, diapuvroi ijdei`n (615 e) selvaggi, infuocati a vedersi che  afferravano tali delinquenti e li portavano via. I pessimi come Ardieo , venivano legati mani, piedi e testa, buttati a terra, scorticati, trascinati fuori strada su piante spinose e rigettati nel Tartaro.
La duchessa chiede a Margherita di non esultare sui propri affanni perché lei ha pianto per i suoi.

Margherita le chiede di avere pazienza: “I am hungry for revenge” (61), sono affamata di vendetta. L’ybris presente nella stirpe dei Plantageneti ha podotto messi di odio, dolore e lacrime.
Margherita torna a nominare vittime e carnefici dallo stesso nome-Edoardo- e dalla stessa sorte. Sono morti anche molti spettatori di tante uccisioni. Rimane però in vita Riccardo hell’s black ientelligencer (71)  il tenebroso agente segreto dell’inferno. Si pensi alle stragi perpetrate in Italia. Lo hanno mandato sulla terra per comprare anime e spedirle laggiù.
Ma la terra già spalanca la bocca earth gapes- la bocca spalancata significa il Caos - cavskw = sto a bocca aperta-, l’inferno brucia, i diavoli ruggiscono, i santi pregano per la rimozione di questo demone dalla terra.
Cfr. il caso di Ardieo nel mito di Er citato sopra.  
Margherita spera di vivere abbastanza da poter dire: “The dog is dead” (78), il cane è morto. Mi è congeniale il fatto di reputare male i cani che considero per lo meno fastidiosi e spesso pericolosi.
Voglio dunque supportare questa antipatia che mi rende antipatico ai cinofili citando anche un moderno.
In una tragedia dell’elisabettiano leggiamo una  nenia funebre cantata da Cornelia "in vari modi di follia", sul cadavere del figlio Marcello, ucciso dal fratello Flaminio:" chiamate il pettirosso e lo scricciolo, che volano sopra i boschetti ombrosi, e con foglie e fiori coprono i corpi soli al mondo degli insepolti. Chiamate al suo lamento funebre la formica, il topo dei campi e la talpa, che levino mucchi di terra per tenerlo caldo e quando le ricche tombe vengono depredate non soffra danno: ma tenete lontano il lupo, che è nemico degli uomini, altrimenti con le sue unghie li dissotterrerà (But keep the wolf far hence, that's foe to men,/For with his nails he' ll dig them up again)"[1].
Devo aggiungere T. S. Eliot che ha inserito gli ultimi due versi-cambiando la parola "wolf" (lupo) in "dog" (cane), e la parola "foe" (nemico) in "friend" (amico)- nella prima parte di The Waste Land, (vv. 74-75).
Io credo invece che il cane grosso e male educato dal padrone ad aggredire gli uomini non sia amico dell’uomo più del lupo. Per lo meno non sono mai stato inseguito da lupi, da cani inferociti diverse volte. Ma Dio mi aiutò e mi salvò.

Vediamo alcune parole di Elisabetta, la moglie del re morto Edoardo IV. Vi compaiono due altri animali mal reputati. La cognata di Riccardo lo definisce that bottled spider, the foul bunch-back’d toad (81), quel ragno tumefatto, quel mostro gobbo. I ragni non mi piacciono, ma non li ammazzo, mentre se avessi avuto una rivoltella mi sarei difeso con questa dai cani inseguitori inferociti e assetati del sangue mio preso per Atteone, il cugino di Penteo,  sbranato dai cani
I batraci invece mi sono simpatici e le rane ancora di più perché li associo alla stagione bella a una commedia di Aristofane, alla poesia di Teocrito, Leopardi e D’Annunzio. Poi perché come dicono quuesti poeti sono animali discreti, che rimangono lontani.
 
La rana lontana
Il coro secondario delle rane di Aristofane comincia a fare il suo verso, il canto libero della natura
Dioniso cerca di fare tacere il coax, ma quelle continuano come nei bei giorni di sole o quando feuvgonteς o[mbron (Rane, 246), fuggendo la pioggia nel fondo ejn buuqw'/ intonano un’acquatica aria di danza. Le rane stanno in fondo, lontane come la verità.
 
In Teocrito, la rana canta thlovqen da lontano (Idillio VII,  Talisie 140)
 
Leopardi: “ascoltando il canto/della rana rimota alla campagna” (Le ricordanze 12-13)
 
In La pioggia nel pineto   di D’Annunzio“la figlia/ del limo lontana/ la rana/ canta nell’ombra più fonda” 90-93
 
 
 
 
Bologna 29 maggio 2021 ore 12, 22
giovanni ghiselli
p. s.
Statistiche del blog
Sempre1139519
Oggi212
Ieri814
Questo mese17137
Il mese scorso13471
  
 


[1] J. Webster, Il diavolo bianco (del 1612),  I, 2.

venerdì 28 maggio 2021

Shakespeare, "Riccardo III". XVI. Il lamento di donne private di figli e mariti

“Orbate - spose dal brando, e vergini - indarno fidanzate; - madri che i nati videro - trafitti impallidir (manzoni, Adelchi, secondo coro.
 
Inizia la IV scena del quarto atto
Entra la vecchia regina Margherita vedova del re Enrico VI e madre di Edoardo principe di Galles uccisi da Riccardo.
Dice che la prosperità comincia a invecchiare e a cadere disfacendosi nella bocca marcia della morte.
 
Si può dire lo stesso della vecchiaia di questo capitalismo che arricchisce i pochi già  straricchi e riduce alla miseria i moltissimi poveri sempre più poveri.
E intanto avvelena il pianeta dove viviamo. 
Se non rimedia a questo sfacelo dovrà fare i conti con la disperazione dei miserabili .
 
Margherita è rimasta nascosta per assistere al tramonto dei suoi nemici.
Spera di vederli cadere.
Quindi entrano la duchessa di York, la madre di Riccardo, e la regina Elisabetta, la vedova di Edoardo IV, altro figlio della duchessa, morto da poco.
Margherita si apparta.
Elisabetta compiange i nipoti Edoardo e Riccardo fatti ammazzare dal cognato il duca di York diventato re Riccardo III uccidendo il nipote Edoardo legittimo erede. I medesimi nomi ritornano, come  gli stessi delitti.
La nonna chiede ai nipoti morti di librarsi sopra di lei con le loro ali aeree e di ascoltare i suoi lamenti (I; 4, 13-14)
Margherita,  a parte,  corregge questa preghiera suggerendo ai bambini morti di dire alla nonna che giustizia per giustizia - right for right L. rectus - (15) ha gettato il mattino della loro infanzia nell’oscurità di una notte antica.
I bambini erano innocenti ma probabilmente Shakespeare pensava al topos della ereditarietà della colpa. In queste stirpi maledette quanto quelle dei Pelopidi di Micene e dei Labdacidi di Tebe nessuno nasce esente da colpe.
 
A proposito dei Pelopidi sentiamo Seneca
Nel Thyestes Megera aizza l'ombra di Tantalo perché scateni l'ira tra i suoi discendenti e si crei la compiuta peccaminosità: "Nihil sit, ira quod vetitum putet:/fratrem expavescat frater, et gnatum parens/gnatusque patrem; liberi pereant male/peius tamen nascantur; immineat viro/infesta coniux; bella trans pontum vehant;/effusus omnes irriget terras cruor,/supraque magnos gentium exultet duces/libido victrix; impia stuprum in domo/levissimum sit fratris; et fas et fides/iusque omne pereat. Non sit a vestris malis/immune coelum" (vv.39-49), non ci sia niente che l'ira consideri vietato: il fratello tema il fratello, il padre il figlio, il figlio il padre; i figli muoiano e nascano anche peggio; la moglie ostile minacci il marito; portino guerre di là dal mare; il sangue sparso bagni tutte le terre, e la libidine vincitrice salti sopra ai grandi capi dei popoli; nell'empia famiglia l'incesto del fratello sia una lievissima colpa; e le leggi divine, la lealtà, ogni diritto umano perisca. Nemmeno il cielo sia esente dai vostri mali.   
 
Lucrezio identifica l’età peggiore con il tempo delle guerre intestine, della lotta spietata di tutti contro tutti: quando gli uomini, credendo di sfuggire al terrore della morte, gonfiano gli averi col sangue civile, e ammassano avidi le ricchezze, accumulando strage su strage, godono crudeli dei tristi lutti fraterni "et consanguineum mensas odere timentque " (De rerum natura , III, 73) e odiano e temono le mense dei consanguinei.
L’età dei Plantageneti dunque è un’era di totale peccaminosità come l’età del ferro descritta da Esiodo Nelle Opere e giorni  il poeta afferma che nell'ultima fase dell' empia età ferrea gli uomini nasceranno con le tempie bianche (poliokrovtafoi, v. 181) oltraggeranno i genitori che invecchiano, useranno il diritto del più forte, la giustizia starà nelle mani (divkh d  j ejn cersiv , v. 192) e se ne andranno Cavri" , Gratitudine, Aijdwv"  Rispetto e Pudore,  Nevmesi" , lo Sdegno; quindi  non vi sarà più scampo dal male "kakou' d  j oujk e[ssetai ajlkhv" (v. 201).
 
Nell’ultima scena del Riccardo III,  Richmond, il vincitore, dirà:
come abbiamo solennemente giurato
We will unite the white rose and the red., uniremo la rosa bianca e la rossa York e Lancaster furono divisi dall’odio  : the brother- fravthr-frater- blindly shed- the brother’s blood;-the father pathvr-pater- rashly slaughter’d his own son-Gk. uiJovς-;/the son compelled-Lat. compello-  been butcher to the sire” (V, 5,   524-26) il fratello ha ciecamente versato il sangue del fratello, il padre ha sconsideratamente macellato il proprio figlio; il figlio è stato costretto a farsi macellaio del padre.
All this divided-divĭdo-divīsit York and Lancaster/ - in their dire-deinovς-dirus- division  (27-28) tutto questo divise York e Lancaster contrapposti  nella loro crudele rivalità.
Lucrezio identifica l’età peggiore, quella della compiuta peccaminosità, con il tempo delle guerre intestine, della lotta spietata di tutti contro tutti: quando gli uomini, credendo di sfuggire al terrore della morte, gonfiano gli averi col sangue civile, e ammassano avidi le ricchezze, accumulando strage su strage, godono crudeli dei tristi lutti fraterni "et consanguineum mensas odere timentque " (De rerum natura , III, 73) e odiano e temono le mense dei consanguinei.
 
Ma torniamo alla quarta scena del quarto atto del Riccardo III. La duchessa madre di Riccardo e di Edoardo rimpiange il figlio (o il nipote) Edoardo Plantageneto.
Margherita dice, ancora a parte, che un Plantageneto ucciso salda il conto per l’assassinio di un altro Plantageneto ammazzato: Edward, for Edward pays a  debt (21), Edoardo paga un debito per un Edoardo. Il secondo era un figlio di Margherita ammazzato da Riccardo.
 
E’ il contrappasso
Nell’Oreste di Euripide (vv. 395-396), a Menelao che gli domanda τί χρμα πάσχεις; τίς σ’ πόλλυσιν νόσος;, “che cosa soffri? quale malattia ti distrug­ge?”, il nipote risponde σύνεσις, τι σύνοιδα δείν’ εργασμένος, “l’intelligen­za, poiché sono consapevole di avere commesso cose terribili”. Oreste dunque è reso sofferente dalla propria σύνεσις (v. 396). Menelao gli ricorda la legge del contrappasso per cui deve soffrire (v. 413): ο δειν πάσχειν δειν τος εργασμένους, “non è terribile che patiscano conseguenze tremende quelli che hanno compiuto atrocità”. “Febo mi ha ordinato di ammazzare mia madre” si giustifica Oreste, “ma – replica Menelao – ignorando troppo il bene e la giusti­zia”. “Noi siamo servi degli dèi – fa il nipote (v. 418) – qualunque cosa siano gli dèi”, δουλεύομεν θεος, τι ποτ’ εσν ο θεοί.
Nell’Eracle di Euripide Anfitrione indirizza queste parole a Lico inconsapevolmente incammi­nato verso la morte (vv. 727-728): προσδόκα δ δρν κακς / κακόν τι πράξειν, “aspettati facendo del male di averne del male”. 
 
Il contrappasso si trova anche nell’Orestea di Eschilo. Nel doloroso canto (kommós) che precede l’epilogo dell’Agamennone  (vv. 1562-1564), il Coro dice queste parole: “paga chi uccide”, κτίνει δ’ καίνων, “rimane saldo, finché Zeus rimane sul trono, che chi ha fatto subisca: infatti è legge divina”, μίμνει δ μίμνοντος ν θρόνωι Δις / παθεν τν ρξαντα· θέσμιον γάρ. C’è una ripresa di questo nel kommós delle Coefore (vv. 313-314): δράσαντα παθεν, / τριγέρων μθος τάδε φωνε, “subisca chi ha agito, un detto tre volte antico suona così”.
 
Elisabetta, la nonna dei bambini uccisi, rivendica come Ecuba nelle Troiane di Euripide di incarnare la somma del dolore, il sommo dolore e vorrebbe morire.
 
Subito dopo però Margherita chiede la priorità della pena antica per sé.
Dice alle altre due di contare di nuovo i loro dolori considerando i suoi.
Quindi eleva un lamento che sembra uno scioglilingua
““io avevo un Edoardo[1] finché un Riccardo non lo uccise, io avevo un marito finché un Riccardo non lo uccise; tu avevi un Edoardo finché un Riccardo non lo uccise, tu avevi un Riccardo[2] finché un Riccardo non lo uccise” (IV, 4, , 41-44).
E’ l’eterno lamento delle madri e delle mogli orbate di figli e mariti dalle guerre combattute per l’avere e per il potere.
 
Nella prima Ode del primo libro[3] Orazio si differenzia dai molti uomini cui piace la vita mililare e le guerre maledette dalle madri:" bellaque matribus/ detestata" (vv. 24-25).
 
Bologna 28 maggio 2021 ore 18, 54
 giovanni ghiselli

p. s.
Statistiche del blog
Sempre1139104
Oggi611
Ieri891
Questo mese16722
Il mese scorso13471
 
 
 
 


[1] Principe di Galles, figlio di Margherita e di  Enrico VI il re assassinato nella torre di Londra nel 1471. Il principe aveva sposato Anne che poi sposerà Riccardo III.
[2] Edoardo, Riccardo e Elisabetta di York sono i tre figli di Edoardo IV e della regina Elisabetta.
 
[3] I primi tre libri delle Odi uscirono nel 23 a. C.