lunedì 31 agosto 2026

Ifigenia CXIV In piscina con Giulia. Poligamia o monogamia? Un solo adulterio equivale al matrimonio.


 

Il pomeriggio  del 9 agosto incontrai la bella ragazza serba nella piscina. Giulia era formosa e venusta in qualunque modo fosse vestita; in costume da bagno  era una specie di Afrodite slava: alta e snella senza essere secca né mascolina, con una piccola testa folta di capelli biondi che le incorniciavano un viso ovale, minuto e illuminato da due grandi occhi cerulei. Inoltre era giovane molto.

“Eh sì, eh- disse Fulvio una volta-la donna deve essere giovane!”

Stavamo fantasticando al buio nello studio tra le 2 camere della stanza numero 4 del secondo collegio.

Quindi l’amico accese un fiammifero, si illuminò il volto, poi con sguardo ironico e malizioso aggiunse: “l’uomo no!”.

 

Ricordarlo me lo fa sentire ancora vicino. Dentro di me Fulvio è ancora vivo, come le persone più care e preziose per questa mia vita mortale.

Ora devo mettere una citazione antica per non cadere nel soggettivo e per ribadire che i classici parlano di noi, delle nostre esperienze e ce le chiariscono. Al contrario i cattivi scrittori confondono, complicano, imbrogliano. Perché non capiscono e non amano la vita. Proprio come le persone cattive.

 

Ecco dunque la citazione tratta dall’Oreste di Euripide che ho tradotto parola per parola, con rispetto e con amore. Perché anche gli autori sui quali ci siamo impegnati, ci diventano cari quanto gli amici.

Euripide e Fulvio. 

Da vecchio aedo quale sono continuerò a ricordarli, a citarli, nei miei canti.

Oreste dunque dice queste parole riferendosi a Pilade suo cugino e soprattutto amico che gli ha offerto aiuto.

“Questo è quel precetto famoso: procuratevi degli amici, non solo la parentela/,

poiché un uomo che nel carattere si è fuso insieme, anche se è un estraneo,/

è migliore di diecimila consanguinei” (Euripide, Oreste, vv. 804-806).

La fusione delle anime è la quintessenza dell’amicizia e dell’amore.

 

Ebbene la Venere di Novi Sad non aveva ancora compiuto venti anni.

Se ci fosse stato Fulvio mi avrebbe esortato ad acciuffarla come si deve fare con il kairov", il momento opportuno, l’occasione che è calva di dietro. Avrebbe detto: “Perché hai promesso fedeltà a una donna malsicura e ora mantieni la parola a una che non ti scrive? L’amore con diverse adultere è il tuo mestiere! Amoreggiare con una sola adultera equivale al matrimonio che tu detesti! Insulsus est qui nescit matrimonium vocari unum adulterium”.

Bastonato e beffato invero rischiavo di rimanere continuando a soffrire per una lettera che non arrivava, e se fosse arrivata sarebbe stata tramata e lordata dalle menzogne.

Ma Fulvio purtroppo non c’era e io, desolato com’ero e mentalmente  suggestionato, incantato da quella Circe nostrana, pensavo che ci fosse il massimo di  forza e di vita nella sua epidermide bruna, nei capelli violacei, negli occhi neri come prugne, nella bocca rossa, ridente e fresca come i lamponi che coglievo e succhiavo nei boschi di Moena da bambino.

 

Di quella giovane donna allora ricordavo solo i momenti migliori: quando tendeva le braccia verso di me come una rosa in boccio si stende sul proprio stelo ai soffi fecondatori del vento occidentale già tiepido e delizia il nostro olfatto.

 

Nella bionda lì presente non trovavo una fonte di vita altrettanto sapida e deliziosa per il mio gusto che le finlandesi avevano raffinato con i loro sapori forti e delicati.

Poi loro tre sono sparite fisicamente e Ifigenia quando tornai da Debrecen non mi appariva più come un miracolo, anzi non mi piaceva più.

Meglio averle perdute tutte le amanti, anche le migliori. Se una di queste non mi avesse lasciato, forse sarei stato più contento nella mia breve vita mortale quindi in modo finito, ma non avei scritto tanto né avrei educato così tanti lettori trovando un compenso più lungo se non addirittura infinito. Magari incontrerò quella che mi andrà bene del tutto quando non sarò più buono a nulla e dovrò accontentarmi del quasi niente che potrò raccattare.

 

Una relazione a casa l’aveva anche Giulia: lei però non aveva giurato né promesso al suo amante che non avrebbe fatto l’amore con altri.

Infatti diceva:“non si può mai sapere che cosa succederà mentre camminiamo sulla corda del destino, tesa sopra l’abisso della morte che nullifica tutti  gli impegni: quelli presi e pure quelli non presi”.

Il discorso si fece interessante e l’ho riferito poiché riguarda molte persone.

Intanto pensavo che Ifigenia, poiché non scriveva,  probabilmente parlava nella stessa maniera a un corteggiatore sul lido adriatico o altrove, per stuzzicarlo e provocarlo con lo scopo di trarne e dargli piacere, commettendo, allora credevo, un’ingiustizia grave nei miei confronti.

Ora penso che tale diversità di comportamento non era un’ ingiustizia inflitta alla mia persona,  era piuttosto una discrepanza funzionale a farmi capire come fosse inopportuno e deleterio che io sprecassi la mia fedeltà, i miei sentimenti e il tempo buono della vita per una donna con la quale avevo poco in comune. Da allora ho compreso di dover rinunciare al pathos quando non riceve l’assenso del logos e della prassi, cioè dei fatti reali perché davvero ciò che è razionale è reale pur se non tutto il reale è razionale. In ogni caso l’amore di Ifigenia per me non era reale e il mio per lei non era razionale. Doppia discrepanza dunque.

E’ andata bene così, come diceva spesso Fulvio che mi voleva bene, contraccambiato

Anche ora che sono vecchio e ho vissute parecchie altre storie diventando sempre più lucido e disincantato, ora che  ho superato di alcune unità il numero minimo di amanti  che mi ero  proposto giurando con la mano destra posata prima sulla tomba dei miei avi Scattolari di Montegridolfo quando le zie mi portavano alle battiture decenne, poi sull’altare della chiesa dei Servi di Maria a Pesaro quando ero studente liceale, credo tuttavia, come allora, che quanti  si impegnano a mantenere la fedeltà, debbano farlo. Niente infatti ci obbliga ad assumere impegni che non siamo sicuri di onorare.

 

Una breve storia già accennata che ripeto perché mi sta a cuore

Quando tornai da Debrecen, nell’agosto del 1974, arrivato in Italia dissi a una brava ragazza triestina, l’amabile Gianna,  con la quale avevo intrecciato una relazione nel precedente maggio odoroso, che mi ero innamorato di un’altra, cioè di Päivi una finlandese che  era pure rimasta incinta.

La giovane donna italiana mi disse: “tu non sei un uomo, sei una prostituta”, con tutto che non le avevo giurato né promesso la mia fedeltà.

Dopo qualche mese di amicizia, ci perdemmo di vista. Diversi anni più tardi tuttavia la madre mi telefonò dicendo che la  ragazza era morta. Temevo di venire apostrofato con ira. Invece la signora mi chiese di andare a pregare sulla tomba di Gianna siccome le aveva detto che ero stato io l’unico uomo per bene che avesse incontrato in vita sua. Difatti non le avevo mentito. Non lo faccio, siccome non lo ritengo degno di me.

Anche Cornelia la berlinese amata per una sera poi lasciata perché mi ero innamorato di Päivi, come le avevo chiarito, non prese male questo fatto, anzi qualche hanno più tardi mi disse che mi stimava poiché non giocavo con il cuore delle persone.

Il fatto è che mi piaccio abbastanza da non volermi camuffare.

 

Ma torniamo al 9 agosto del 1979. Dissi a Giulia che le emozioni vane vengono cercate per l’orrore del  vuoto di chi non è soddisfatto di sé e del compagno.  La bella ragazza mi rivolse  uno sguardo irritato: credo che le avesse dato fastidio non ricevere una corteggiamento che magari avrebbe respinto, però non poterlo fare dopo avermi dato l’occasione di provarci con lei, aveva disturbato il suo narcisismo.

Tanto che disse: “La tua è una visione meschina e obsoleta dei rapporti amorosi”

“Sì è arretrata-risposi-risale almeno a Platone”

“Risalirà a Platone-replicò con disprezzo appena dissimulato-ma io non la condivido. E’ debole e falsa. Anzi, credo che nemmeno tu  ne sia intimamente convinto e che la usi per puntellare la tua fiacchezza attuale: tu giri intorno all’argomento con tante parole, ma il fatto è che hai il terrore di venire tradito e magari lasciato da una sulla quale hai basato la tua identità. Tu aborrisci il terremoto e la rovina della tua persona costruita su fondamenta malsicure. Sei anche falso:  santo come vuoi apparire, non ti sei mai concesso delle avventure?”

“Sì, certo, anzi parecchie, qui a Debrecen, in Italia e altrove. Ho folleggiato nel piacere anche io. Ma l’ho fatto quando non mi ero vincolato con alcuna promessa. Recentemente invece ho promesso fedeltà siccome ho preferito l’amore con una donna sola a diversi rapporti con varie amanti più o meno gradite.

La monogamia con una di raro valore mi dà più della poligamia che ho praticato anche per fare numero: per vanità”.

 “La poligamia o la poliandria può essere vissuta con molti amanti di raro valore”, rispose spiritosamente e non illogicamente la bella.

 

“La monogamia-replicai- chiede maggiore  attenzione, rispetto, riguardo, e la crescita avviene solo attraverso relazioni impegnative. Con i rapporti superficiali si allarga poco l’ esperienza, “small experience grows”, per dirla con Petruccio di Shakespeare[1].

 La Poligamia è facile, come la poliandria: richiedono entrambe troppo poco per essere accrescitive. La monogamia ti dà più in quanto chiede di più. Come uno studio serio, magari fatto aggiungendo una traduzione precisa e un commento rivelatore, rispetto a una lettura distratta”.

Giulia mostrava di sdegnare tale posizione secondo lei arretrata, e, siccome significava anche “io non voglio avere un’avventura con te”, smentiva la sua certezza di poter incantare qualsiasi uomo, sicché questa ragazza serba mi chiese di riaccompagnarla in collegio usando un tono carico di antipatia.

Giunti nell’altrio, guardammo se c’era posta: ebbene la mia fedeltà, teorizzata e praticata con devozione ieratica, sacerdotale, non ricevette alcuna mercede, mentre il lassismo almeno teorico di quella ragazza fu ricompensato da una lettera. Giulia aveva saputo da Alfredo che io aspettavo da diversi giorni con ansia  un espresso dalla mia compagna lontana, sicché mi salutò sbandierando la propria busta bicolore  e dicendo: “Ciao gianni, buona fortuna! Ti auguro di ricevere posta da domani ogni giorno e di essere felice con la tua amata per tutta  la vita: davvero felice  fino a cento e più anni, se tu ti accontenti!

Dopo sarai infinitamente  beato nel paradiso dove andrai di sicuro, fedele, puro e santo come sei stato qui sulla terra!”

Non le risposi. Ero nauseato. Non di lei ma di Ifigenia e di me stesso che avevo creduto di vivere con questa amante e collega l’amore “che è palpito dell’universo intero”, mentre la prova della lontananza di un mese aveva testificato la falsità di lei e rivelato la mia illusione, rendendo ridicolo il rigore promesso e impiegato nel rispettare gli impegni che mi ero sobbarcato tutti da solo.

“Le mie virtù devo offrirle e consacrarle a Dio, chiunque egli sia”, pensavo.

 

 

Pesaro 31 agosto 2026 ore 16, 44 giovanni ghiselli

p. s.

Statistiche del blog

All time2968113

Today5324

Yesterday11864

This month304549

Last month265976

In questo mese di agosto posso arrivare a 300 mila. Nei primi tempi ci volevano tre anni. E’ il successo meritato e ricompensato molto più e meglio che con i miseri quattrini.

Saluti e baci a voi che mi leggete.

giannetto, studente e povero: il poverello di Pesaro

 

 

 



[1] The Taming of the Shrew, I, 2.


Ifigenia CXIII. La giornata variopinta. Isabella la ragazza napoletana educata e carina. Mille torbidi pensieri.


 

Mercoledì 8 agosto fu una giornata variopinta:  ricca di casi diversi tra loro, senza però lettera alcuna da Ifigenia. In compenso conobbi Isabella, la più egregia tra le ragazze napoletane arrivate a Debrecen dopo l’esame di maturità. Aveva lo stile della persona bene educata che parla con rispetto e ascolta con attenzione dando maggiore importanza a quanto sente dire che alle proprie parole, poi rilancia gli argomenti proposti.

Quando, per esempio, mi chiese cosa facessi a Debrecen oltre studiare, e le dissi, tra l’altro, che almeno una volta al giorno correvo i 5000 metri allo stadio, mi domandò se volevo essere cronometrato con precisione da lei.

Non fraintendermi  malizioso lettore: questa ragazzina non aveva alcuna mira erotica nei confronti miei, né io nei suoi: forse cercava semplicemente uno stimolo per fare ginnastica anche lei, grassottella qual era, e voleva piacere di più al suo Diego  che correva lui pure. L’avrei conosciuto l’anno successivo e l’avrei sfidato  in quella stessa pista di Debrecen. Racconterò questo agone che vinsi contro tanti ragazzi italiani e stranieri pur da uomo di già avanzata maturità quale ero diventato, largamente il decano del gruppo  dei contendenti. Ci sarebbe stata anche Ifigenia che durante la gara fece un gran tifo per me aiutandomi a vincere, cioè comportandosi bene in  quel giorno fausto .   

Parlavo volentieri con questa fanciulla partenopea siccome avvertivo in lei qualità di educazione e di spirito che a Ifigenia difettavano spesso. Sicché quella mattina provai meno dolore del solito per l’attesa fallita della posta promessa.

La sofferenza dell’espresso mancato venne in buona parte anestetizzata dalla presenza della nuova giovanissima amica. Non ero ancora sicuro però che il male  mio fosse operabile, cioè che Ifigenia potesse essermi estirpata dall’ anima senza che ne morissi. Stavo assai meglio comunque, grazie alla cara Isabella, e andai nella così detta “terrazza” dell’Aranybika a bere una birra e osservare il passaggio di femmine,  infanti e  viri di tutte le età.

Quella terrasz era di fatto un recinto di legno che circondava sedie con tavolini metallici, bianchi, bucherellati e si trovava sul marciapiede prospiciente l’ingresso del grande hotel della città.

Osservavo con simpatia le persone che passavano. Soprattutto le giovani donne che sorridevano benevolmente alla vita. Alcune anche a me riempiendomi di contentezza. Ora lo fanno più raramente ma capita ancora. Quando e se accade l’evento meraviglioso, e pure  miracoloso oramai,  ringrazio tutti gli dèi.

Quel giorno lontano volevo obliare la satanessa che non mi scriveva, Scilla o Cariddi o Ecate che fosse, o “quella  Erittón cruda/che richiamava l’ombre a’ corpi sui”[1].

Dopo una ventina di minuti andai all’Hungaria, il primo locale dove ero entrato appena giunto a Debrecen, tanti anni prima, nel 1966, sul far della notte, spaurito, sprovveduto e sperduto in un paese straniero di cui nulla sapevo, tranne poche parole di quell’idioma stranissimo: agglutinante lo aveva classificato il professore di filologia ugro-finnica dell’Università di Bologna.

Dentro l’Hungaria la prima volta avevo trovato tanta gente immersa nel fumo e nel chiasso dell’ora di cena.

Nel 1979 ci entrai di nuovo e sedetti. Mi tornò davanti agli occhi il mio aspetto spaventato di allora: la paura di perdermi, di non trovare un ruolo in quel paese tanto remoto e nella mia vita desolata. Uno spavento che esasperavo per poterlo capire a fondo e , quindi, esorcizzarlo. Per lo stesso motivo tredici anni più tardi mi lasciavo tormentare da una donna di bella presenza, una giovane equivoca e dal  valore non comprovato dagli atti suoi che talora anzi addirittura smentivano l’aspetto egregio.

 Volevo capire, arrivare a comprendere quello di cui più avanti sarei stato sicuro: che non ricevere quella lettera e soffrirne era meglio che riceverla ed esserne contento, perché continuare ad amare quella donna senza riserve avrebbe portato pena infinita, probabilmente mortale. Vincere peius erat, citando Lucano[2].

Sarebbe stato il trionfo della disfatta mia, della mia morte. Una dipartita che i miei nemici avrebbero celebrato con un baccanale corrotto. Questo pensavo.

 

Seduto  nella sala  dell’Hungaria osservavo tutto con attenzione perché affiorassero i ricordi. Volevo fare i raffronti tra quella sera del 1979 e l’archetipo dell’approdo a Debrecen nel luglio 1966 . Comparativismo tra gli anni vissuti. Anche questi sono porosi e si possono confrontare, come le opere letterarie, come le amanti. Più numerose sono state, meglio riescono le comparazioni. Purtroppo non sono arrivato a cento, anzi nemmeno a 82 quanti sono oramai gli anni della mia vita. Però ho sciolto il voto fatto da bambono su un altare improvvisato di non restare sotto le cinquanta: per lo meno non sono spergiuro.

 

Svolgevo all’indietro questo filo dal gomitolo della mia vita mortale. C’erano le stesse tende bianche e gialle non molto pulite di allora, le colonne corinzie, i pilastri, gli stucchi e il medesimo aedo invecchiato con il repertorio immutato. Non era cambiato quasi niente. Verso le due entrò un gruppo chiassoso di turisti, slavi, forse cechi. Come tredici anni prima avevo di nuovo paura. Temevo un’altra volta di rimanere escluso dalla bellezza, dalla gioia di vivere.

Cercavo di confortarmi: “ Ifigenia se ne sta andando-pensavo-. Comunque in questi ultimi mesi mi ha fatto crescere. Il potenziamento da lei ricavato mi servirà a trovarne altre migliori. Il destino non mi vedrà prostrato ai piedi di una che non tiene fede alle promesse. Non diverrò mai il suo famulus. Costei non  sarà la domina del miser Ioannes: “desinas ineptire- mi dissi-  già  ora non è  un’amica e presto non sarà neppure un’amante: sta cercando un uomo più famoso e facoltoso di te per contrastare il prossimo  declino della sua venustà con il lusso comprato- mercato cultu- che un professore di ginnasio, trito e parco quanto uno studente povero, non può permetterle”.

 

Dopo un piatto di carne senza patate né pane, mi alzai e mi incamminai verso il collegio. Avevo deciso di percorrere quei quattro chilometri a  piedi: non dovevo prendere nemmeno un grammo poiché la prossima femmina umana meritava ogni mia attenzione e la prima premura doveva essere quella di presentarmi a lei nella forma migliore: vita da torero e polpacci da ciclista.

I 5000 metri quotidiani e il desinare frugale contribuivano a questo. Più i quattro chilometri che dovevo percorrere a piedi in quel pomeriggio da fauno o satiro invecchiato. Frugale comunque. Mi venne in mente che il primo significato del latino frugi è “onesto”.

Fare esercizio, un’ascesi pagana, e mangiare con moderazione limitandosi al necessario è una forma di onestà verso se stesso. E chi non lo è con se stesso, tanto meno lo sarà con gli altri. Mi sovvenne che quando ero arrivato obeso a Debrecen odiavo la mia persona e detestavo ogni forma di vita. Ero carente di identità e vuoto di ogni bene. Per questo mangiavo tanto cibo immeritato eppure trangugiato con ingordigia suina e appetito disonesto. Dunque un bel progresso l’avevo fatto da allora grazie alle amanti che avevano rafforzato la mia volontà, accresciuto l’ amor proprio, potenziato la mia identità e scemato l’ insicurezza. Le due Elene e le altre due Grazie finlandesi soprattutto. Le tenniste ceche che vedo questi giorni in televisione mi sono simpatiche e tifo per loro per via dell’amore di Helena Scheibalova la mia compagna della primavera di Praga.

Anche la forosetta gallica, Josiane di Strasburgo, aveva contribuito tre anni più tardi e un’altra volta dopo altri tre anni, alla mia crescita chiamandomi magister, il titolo più onorifico del mondo. Da giovane puntavo a insegnare all’Università, cosa che ho fatto negli ultimi dieci anni di lavoro scolastici;  oggi, che sono vecchio assai, mi piacerebbe fare il maestro in una scuola elementare e allietarmi educando bambine e bambini.

 Ma torniamo all’estate del 1979.

 “Quando viene a trovarmi in casa-ricordavo-Ifigenia mette disordine. Fa cadere  di tutto: libri, quaderni, cioccolata, caffè, vino, formaggio, prosciutto comprati per lei. Né si china a raccogliere alcuna cosa. Non pulisce quanto ha sporcato, non asciuga quanto ha bagnato. Se riuscisse a trasferirsi da me, mi ridurrebbe a suo servo. Ancora è bella, ma se non pone limiti alla sua avidità, tra pochi anni, già poco dopo i trenta, sarà una lardellona.

Deve essere sottile la Musa, prescrive Callimaco, dunque la mia Calliope non potrà essere lei.

In ogni caso non è una persona generosa: lo sta ribadendo con questa sollecitudine nello scrivere e spedirmi una lettera della quale le ho detto chiaramente di avere bisogno: pensa cosa succederebbe se tu, disgraziato, avessi necessità di un farmaco o di qualunque altra assistenza!”.

La riempivo di vizi e difetti anche inventati o almeno ingranditi per smontarne l’icona e liberarmi dal culto di lei divenuto una superstizione deleteria.

Mi metteva addosso la paura dell’inferno  e io ci cascavo, da stolto.

Hic Acherusia fit stultorum denique vita, ricordai.

 I pensieri dissacranti sul suo conto erano i miei  Remedia amoris.

Quando arrivai in collegio e non trovai posta, pensai: “Che miserabile, che infame! Eppure  se mi scrivesse mi renderebbe felice. Guarda come ti sei ridotto! Sei diventato lo zimbello di quella Circe malvagia. Ma porco non diventerò.”

Quindi salìi in camera per prendere I Guermantes e trarre qualche consolazione dalla sprezzatura che Proust attribuisce ai nobili: la neglegentia, l’ajmevleia già celebrata dai miei classici greci e latini.

Mi dissi: “Devo imparare da loro la noncuranza di chi mi vuole tanto male da cercare di trasformarmi in un maiale: Ifigenia-Circe:  hJ suw`n morfwvtria[3]”.

 

Avvertenza: il blog contiene tre note e il greco non traslitterato

 

Pesaro 31 agosto 2026 ore 16, 20 giovanni ghiselli

p. s.

Statistiche del blog

All time2967897

Today5108

Yesterday11864

This month304333

Last month265976

 

 

 

 



[1] Dante, Inferno, IX, 23- 24

[2] Pharsalia, VII, 706

[3] Cfr. Euripide, Troiane, 437.