giovedì 14 maggio 2026

Ifigenia CLII. L’osteria di San Pietro e la campagna circostante.


 

Il pomeriggio andai a San Pietro, nell'osteria di due sorelle anziane e di un loro fratello intronato, per osservare con attenzione uno dei posti dove andavamo quando Ifigenia e io  eravamo curiosi uno dell'altro: l'archeologia della storia d'amore avrei potuto intitolarne il capitolo; ma per scriverlo dovevo ritrovare i sentimenti e i pensieri di quel tempo remoto, quasi

dimenticato oramai. Era la nostra prima primavera. Le colline erano in fiore come il nostro amore. Fiore, foglie poi fiori vizzi, senza colore e caduta delle foglie. Natura e destino.  Quasi due anni erano passati da allora. Sicché era necessario rivisitare i luoghi per rinverdire i ricordi.

“Quando rivedrò le colline in fiore-cantai- mi ricorderò della nostra primavera!”.

 

Mi fermai dieci minuti sulla panca dove nel maggio di due anni prima  la

ragazza si era seduta sulle ginocchia mie, davanti agli amici.

Quella volta ero stato contento dell'atto, pensando che fosse

espressivo di forte affetto. Ma con il volgere delle stagioni avevo maliziosamente pensato che tali gesti di parvenza amorosa, in realtà erano versi nervosi ripetuti cocciutamente per mettere alla prova la mia pazienza:

vizi erano, mezzi subdoli per impedirmi di parlare e pensare magari in maniera critica.

 

Uscito dalla bettola, andai a cercare una nicchia erbosa dove

avevamo fatto l'amore. In verità non era stato agevole: tra le erbe

c'erano ortiche, spini, insetti e sassi aguzzi; mi ci vollero dieci minuti di

sforzi per arrivare alla conclusione  di  quel tribolato e graffiato concubitus, tuttavia eravamo contenti poiché c’era della simpatia tra noi e ci piaceva stare insieme in quel tempo.

Cercavo quel luogo situato tra la vegetazione lussureggiante che

non c'era più, né c’era ancora nel 1981. Tutto era diverso. Però lo trovai. Mi colpì la presenza di tre gruppetti, ciascuno  di tre viole che sbucavano dal terreno spoglio, duro e grigio. Quanto mutata era la fredda, muta  terra, simile al ferro17, da  quella variopinta, calda e canora di

maggio! E com'era mogia l'anima mia in confronto ai salti di gioia

che faceva quando Ifigenia, con splendida vitalità, con

intuizioni geniali, con l'aurea bellezza, l'aveva liberata dalle

rugginose catene della stanchezza!

Staccai dal terreno due viole lasciando le altre lì dove si trovavano: i  fiori raccolti erano il simbolo delle primavere vissute con lei; quelli rimasti a

segnare la nicchia santa, rappresentavano la speranza

di ritrovare Ifigenia, di passare nuove stagioni felici con quella donna giovane e bella o con un’altra di levatura non inferiore alla sua. Né alla mia.

Dopo avere messo in tasca le  creature strappate alla terra, mi

avviai per una strada sulla quale avevamo camminato a lungo il

pomeriggio in cui la mia amante aveva confessato al marito coetaneo che

amava riamata un uomo di trentaquattro anni. Era arrivato giugno, il mese più luminoso, colorito e bello.

Noi due però temevamo di non avere abbastanza da dirci nelle lunghe giornate che avremmo quasi dovuto passare insieme come due ridicoli fidanzati. Si temeva che lo stare troppo insieme ci avrebbe soffocati con l’aria stagnante della noia.

Tanto più che era finita la scuola, la sua supplenza, e con il liceo ci erano venuti meno un ambiente, un modus vivendi, e il principale argomento di conversazione.  Per nascondere tale timore, parlai più del solito: le raccontai  un romanzo di Thomas Mann che avevo letto da poco; quindi  celebrai con parole rituali e pure commosse lo splendore della natura nel mese più illuminato; infine esposi i miei vari piani per tornare al liceo, tutti vanificati  per acuni altri anni dal fato  che mi spingeva altrove.

 Ifigenia non parlava; immagino che condividesse la mia paura di fondo: che le ore a disposizione, diventate fin troppe, avrebbero reso meno

commosso e ardente, ossia piuttosto tedioso, o addirittura angosciante il

nostro frequentarci dalla mattina alla sera. Invece poi, sulle spiagge adriatiche dove stavamo insieme per tanto tempo  nel sole e nell'acqua, ce la

cavammo bene aumentando le razioni quotidiane di sesso, baci e

sorrisi.

Rievocavo tutto questo percorrendo una strada sterrata in direzione di una casa colonica abbandonata, una delle tante dove

si faceva l’amore lietamente:"Ibi illa multa tum iocosa

 fiebant "18. Giocosa era la nostra vita in quel tempo.

Ma già nell’ agosto seguente Lusus habuit finem. Si cominciò a fare ogni cosa  gravati dalla tristezza se non litigando o sfuggendo all’angoscia attraverso la scappatoia dell’ironia e del sarcasmo corrosivo. O addirittura degradandoci con liti e lotte inaudite.

 

Non era solo un decadimento personale questo bensì rifletteva la decadenza generale iniziata dopo i primi anni Settanta. Le storie dei singoli raccolgono sempre il riverbero dei colori di un’epoca e l’eco dei suoi toni.

Ricordavo l’atmosfera dell’Università estiva di Debrecen che raccoglieva studenti da tutta l’Europa comunista e socialdemocratica. E non solo l’Europa. Tutti i giovani dall’educazione accademica.

 Rammentavo la solidarietà e la simpatia umana che erano diffuse, perfino di moda, tra  gli studenti di allora. Italiani, Finnici, Norvegesi, Inglesi, Tedeschi, Francesi, Russi, perfino Ciuvassi, Uzbeki e Mongoli. Non senza i Vietnamiti, i Cubani e alcuni Americani degli Stati Uniti.

 Tutti affratellati insieme come nel dionisiaco Inno alla gioia. Un sapere non senza sapienza.

La mia generazione oggi antica è stata venturosa e cara e benedetta nel vivere quegli anni.

 

Note

17

Cfr. Orwell, 1984, trad. it. Mondadori, 1989, parte rerza, capitolo 6: "Era nel Parco, in una

fastidiosa giornata di marzo, rigida e ventosa, quando la terra era simile al ferro-when the earth was like iron., e tuttal'erba sembrava morta- and all the grass seemed dead- e non c'era neppure un germoglio da nessuna parte, tranne qualche croco, qua e là, spuntato solo per essere spazzato dal vento".

 

 

18

Catullo, Carmi, 8, 6. Allora là si facevano quei molti giochi amorosi.

 

 

 

 

 

p. s.

Nella biblioteca Ginzburg di Bologna potete trovare in prestito il mio libro  Tre amori a Debrecen ambientato tra il  1966 e il 1974.

 Nel 1966 toccai il fondo del mio dolore,  nel 1967 risalivo la china del burrone della sventura, nel 1968 ero già salito sul primo colle delle miei gioie e nel  1974 sull’ultima vetta dei miei venti anni finiti in novembre.

Dolori e gioie di tanti giovani di quegli anni lontani

 

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Oggi le miei gioie sono altre: scrivere per tante persone e parlare a diverse altre cercando di rendere ai miei simili gli aiuti che nella vita ho ricevuto da consanguinee, amiche e amanti, allievi e allieve, e pure da qualche amico maschio. Il male subito invece non voglio contraccambiarlo poiché ho reso utile e benefico anche questo: me ne sono servito per capire.

Nessuno dunque ha potuto farmi del male.

 

Bologna 14 maggio 2026 ore 18, 11 giovanni ghiselli

 

 

 

 


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