domenica 3 maggio 2026

Ifigenia CLXVI Lupi, cani e uomini. La malga Peniola. Non funziona più l’ orrendo afrodisiaco della cagnara.


 

Lupus est homo homini, sive potius homo homini deus si suum officium sciat

 

Ci vestimmo  in modo da non prendere freddo e uscimmo.

Sotto le stelle, le rocce e gli alberi della foresta sentimmo i limiti delle nostre anime recintate da fili spinati: pregiudizi, ignoranza, rancori e dolori che ci rendono stupidi, vili e feroci.

 

Il giorno seguente comprai le necessarie scarpe di gomma. Quindi andammo a fare la passeggiata per la quale si era litigato, ciecamente, la sera prima. Arrivammo alla Malga Peniola posta in fondo a un sentiero situato sul declivio boscoso che si alza  sopra la strada Moena-Predazzo.

 

 Il marzo successivo ci sarei tornato da solo in una sorta di pellegrinaggio per sovvenirmi di lei.

Nel tempo dell’equinozio non era ancora arrivata la primavera lassù e sdrucciolavo sulla neve mentre soffrivo l’assenza di Ifigenia. Sicché quella donna mi faceva stare male sia quando era presente sia quando non c’era.

Davanti a questa Malga c’è una chiesetta minuscola, un luogo sacro dove mi reco ogni anno a trarre auspici, di solito senza chiedere né augurarmi eventi impossibili e implausibili.

 

Ma quella mattina di piena estate  avevo di nuovo la mente offuscata e Ifigenia non era più lucida di me. Eravamo in mezzo alla natura vestita a festa dal dio che la inondava di luce e calore. Noi due eravamo di nuovo colmi di risentimenti reciproci. La ragazza non vedeva niente di bello in quel culmine della vita dell’anno. Si lamentava di essere stanca. Non faceva domande né  diceva parole interessanti. Mi sembrava di camminare con un bagaglio gravoso e opprimente.  Mi sentivo quale bestia da soma caricata di un basto pesante.

Mi ero assoggettato a un peso eccessivo costituito da una persona bella ma tutt’altro che fine.

“Volgare è tutto ciò che non parla allo spirito e non suscita altro interesse se non quello dei sensi”. Parole veraci di Thomas Mann[1].

In un luogo deserto facemmo l’amore pur di fare qualcosa. A un tratto si mise a piovigginare da una nuvola arrivata inopinatamente sopra il bosco.

Mancavano solo minacce di orsi o di cani randagi affamati e infuriati. Lo pensai e mi sovvenni di quando tre  bestiacce furiose mi avevano inseguito arrivando vicini ai polpacci miei con  zanne lunghe e taglienti. Mi ero già dato per morto. Ma poi avevo reagito con l’istinto di sopravvivenza e con pedalate furibonde più  delle corse di quegli animali assassini. Il cane può essere amico o nemico dell’uomo.  Come la donna e come l’uomo per l’uomo.

Canis homo homini , ho  pensato spesso. Il lupo è meno pericoloso.

Quel giorno, dopo avere rischiato la morte per cani, mi venne in mente una preghiera funebre molto bella:

“Chiamate il pettirosso e lo scricciolo, che volano sopra i boschetti ombrosi, e con foglie e fiori coprono i corpi soli al mondo degli insepolti. Chiamate al suo lamento funebre la formica, il topo dei campi e la talpa, che levino mucchi di terra per tenerlo caldo e quando le ricche tombe vengono depredate non soffra danno:

But keep the wolf far hence, that's foe to men,/For with his nails he' ll dig them up again"[2], ma tenete lontano il lupo, che è nemico degli uomini, altrimenti con le sue unghie li dissotterrerà.

Modifico spesso queste parole di Webster sostituendo dog a wolf. Dico dei cani grossi e allenati a uccidere dai loro padroni.

 

 

Dopo altre ore vissute male, non ricordo quante, finalmente partimmo. Quando fummo arrivati a casa mia, dopo un viaggio penoso, ci buttammo nel letto senza alcun desiderio. Eppure aleggiava la voglia di un nuovo litigio che generasse altre emozioni cattive quale afrodisiaco orrendo.

La scintilla la diede il telefono alle dieci di sera. Non l’avevo staccato perché potevano chiamarmi da Pesaro.

Mentre tentavamo da seminudi un già difficile approccio, sentimmo suonare. Andai a rispondere ma non c’era nessuno. Erano stati squilli del destino che ci avvisava: è ora di litigare, tempus altercandi,

Infatti, come fui rientrato in camera, la contubernale adirata stava rivestendosi in fretta .

“Aspettavo una telefonata importante da mia madre ma non c’era nessuno” dissi cercando di giustificami. Invano.

“Prima di venire a letto con me, devi staccare o silenziare il telefono” urlò come abbaiando, caninamente appunto.

Il mio antico terrore dei cagnacci furiosi e l’eterna paura dell’autonomia minacciata mi fecero reagire con rabbia

“No, cara, tu devi a me non lo dici, soprattutto in casa mia e nel mio letto”

“Allora portami subito a casa mia”, ribatté la megera.

“Immediatamente” risposi e ci rivestimmo in fretta e furia.

Aveva un abito rosso che assecondava e valorizzava le sue forme  incensurabili. Bella nel corpo era bella, particolarmente bella.  

Però quella sera mi apparve soprattutto cattiva. La vera satanessa. La portai a casa in fretta e la feci scendere dall’automobile senza nemmeno salutarla. Doveva essere già luglio.

  Credevo che fosse l’ultimo minuto della nostra storia. Invece mancavano undici mesi e dodici giorni di tribolazioni intervallate da alcune gioie sporadiche e intermittenti.

Voglio raccontare ancora il mese di Debrecen dove andammo in automobile seguiti da  Fulvio, quindi procedemmo per la Grecia da soli, poi vennero l’autunno, l’inverno e la primavera a Bologna con le esperienze di Ifigenia nella scuola di recitazione e la sua sparizione con un vecchio attore gradasso la notte tra il 12 e il 13 giugno del 1981. La stessa notte della caduta del bambino Alfredo nel pozzo di Vermicino.

Due mesi dopo tornammo in Grecia, in bici questa volta e non più quali litigiosi compagni di vita bensì come amici-amanti. Così andava un po’ meglio. Si litigava meno frequentemente; si rideva e si faceva l’amore più spesso. Non eravamo fatti per i rapporti lunghi e finalmente lo avevamo capito.

 

Avvertenza: il blog contiene 2 note.

 

Bologna 3  maggio  2026 ore 17, o1 giovanni ghiselli

p. s.

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[1] Doctor Faustus, capitolo XXXVIII

[2] J. Webster, Il diavolo bianco (del 1612),  I, 2.


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