domenica 24 maggio 2026

Ifigenia CLXXIII. I due compagnoni e la rievocazione dell'Ungheria di maniera, “un poco falsa, come piace a me”1.


 

 

Il 24 aprile, all'uscita da scuola, trovai Alfredo e Fausto, i due

 vecchi compagni di Debrecen. Era il tocco e andammo a desinare come si faceva nell’Università magiara dopo le ore di lezione e una passeggiata allegra, parlando di donne.

Le stesse cose ritornano. Nessuna giornata della vita è disconnessa dalle altre e non c’è niente  che avviene per caso.

Li osservavo scherzare, li ascoltavo fare progetti sulla prossima

vacanza ungherese, partecipavo con simpatia alle rievocazioni di

episodi significativi  delle tante ferie estive passate insieme.

Sentivo anche un poco di nostalgia delle avventure erotiche, degli

amori mensili con le Finlandesi belle fini e studiose, dell'Aranybika, dell'Egribikavér, il sangue di toro di Eger, del tram numero Uno, del grande bosco dalle querce profetiche, del laghetto con le ninfee, le rane canore, lontane o vicine, con il ponte di legno che risuonava al nostro lieto passaggio, dell'orto botanico dagli alberi strani, dello stadio dove tante volte avevo spremuto le forze, in allenamento pensando di preparare vittorie trionfali negli agoni venturi; rimpiangevo la csárda di Hortobágy dove i cembali e i violini degli zigani suonavano le  danze ungheresi di Brahms mentre sul ponte a nove arcate scendeva la sera ricca di belle promesse in luglio, ma già densa di tristi presagi autunnali quando il mese di agosto arrivava e procedeva implacabile verso l’umido equinozio.

Questa Ungheria di maniera, anche un poco falsa, che tuttavia a me piaceva,

destava risonanze dolci, echi pieni di affetti, rimembranze care e desideri antichi per lo più soddisfatti lasciandomi sazio, tanto che a questo punto, la mia vita aveva preso una strada diversa dalla vecchia via piacevole   passata tante volte per Debrecen: oramai mi ero avviato sull'erto e arto cammino in salita dell'impegno serio nello studio volto a educare i giovani attraverso una  cultura  assimilata alla  sensibilità e confrontata con le esperienze.

Tucidide mi aveva insegnato che il più forte prevale per diritto naturale e avevo adattato tale legge alla mia vita di studioso arrivando a pensare che il più forte è il più colto e più bravo a parlare. Soprattutto con le parole ornate e recitate bene avevo ottenuto le grazie delle donne di maggior valore, le mie borse di studio.

Volevo continuare a percorrere questa strada con l’aggiunta di una prospettiva politica che mi interessava anche più di quella erotica. Non avevo altro tempo da impiegare in scherzi, bevute, amori a perdere. Dovevo fare qualche cosa di grande, di egregio, di eccezionale, per scuotere gli adolescenti dall'indifferenza morale e dall'ignoranza nella quale li stava gettando il regime degli speculatori nemici della kalokajgaqiva, del bello morale, quindi dell’umanità.

Era già tempo di amare una donna viva, presente, reale, non un'apparizione mensile, mandatami dalla Finlandia per poche settimane come l’idolo di Elena, la figlia di Zeus,  inviato a Troia invece della donna reale, secondo il poeta Stesicoro poi ripreso da  Euripide. Le donne reali, in carne e ossa,  erano  tornate  lassù dopo un mese di sogno. Forse, anzi, le avevo davvero soltanto sognate mi dico oggi, dopo sessanta anni dalla prima volta dell’approdo in quel porto.

 Ancora non disperavo che una figura non solo spettrale potesse essere Ifigenia stessa. Comunque gli amori feriali, le femmine umane apparse e sparite come meteore  nel cielo sopra la grande foresta di Debrecen, le donne fantasma, materia di sogni e ricordi ormai remoti, o peggio, di rimpianti e rimorsi, vani pascoli che fanno camminare retrogradi gli spiriti disoccupati, non mi bastavano  più.  Magari con il tempo avrei infuso in quei fantasmi anima eterna2, ma tornare in luglio  a Debrecen con quei due compari

 in cerca di altre avventure mensili con donne a perdere sarebbe stata regressione e follia. Questo  pensiero però lo tenni per me.

 

Note

1 Cfr. G. Gozzano, Paolo e Virginia, vv. 28-29.

2 Cfr. Foscolo, Le Grazie, Inno Primo, A Venere, 24.

 

Bologna 24 magio 2026 ore 10, 35 giovanni ghiselli

 

p. s

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