Cacciari passa in rassegna lo spazio in Leibniz poi in Kant che “non si oppone radicitus all’idea leibniziana”. Non ho letto niente di questi filosofi quindi non ci metto bocca dato che non sono in grado di appulcrarvi parole.
Mi incuriosiscono però le parole tedesche usate da Cacciari per intodurre un discorso che mi interessa. Provo a riferirlo cercando di capirlo.
“Kant chiama luogo Lage, e Gegend il complesso cui la loro relazione dà vita, termine che conoscerà larga fortuna in Heidegger. Una nota rimanda ai paragrafi 22 23, 34 di Sein und Zeit.
Di Heidegger ho letto e conosco solo il commento del primo Stasimo dell’Antigone di Sofocle nella Introduzione alla Metafisica.
Vediamo dunque Kant nel libro di Cacciari:”Gegend può essere con etimologica esattezza tradotto contrada. “Contro” che cosa si dà die Gegend, la contrada? Il luogo “sta” nella contrada , ma la contrada si staglia contra lo spazio cosmico, Weltraum. La contrada, complesso di luoghi in relazione polemos gli uni con gli altri , si delinea sullo s-fondo del Weltraum e dunque contra l’illimite, l’apeiron dello Spazio propriamente detto (spatium: patere, l’essere aperto, l’Aperto non però nel senso originario di Chaos-spatium indica piuttosto l’Aperto come già destinato ai luoghi)”. Ogni luogo ha perciò la sua contrada, vi rimanda e in qualche forma vi appartienem e ogni contrada a sua volta si apre sull’Aperto, fa segno all’apeiron. Ogni Lage nel suo movimento “finisce” solo là dove viene meno ogni termine o fine o fondamento. E’ secondo questa dialettica che l’Occidente ha inteso il rapporto tra luogo e spazio, e cioè in base al movimento, alla tensione contra lo Spazio, che costituisce la vita di ogni sostanza, ousia”.
Apeiron significa infinito e indefinito, un termine chiave nella filosofia di Anassimandro.
Mi sembra che l’Occidente abbia interpretato la vita del mondo come la “foresta di belve” di cui si legge nelle Ultime lettere di Iacopo Ortis di Ugo Foscolo: “L’Universo si controbilancia. Le nazioni si divorano perché una non potrebbe sussistere senza i cadaveri dell’altra. Io guardando da queste Alpi l’Italia piango e fremo, e invoco contro gli invasori vendetta; ma la mia voce si perde tra il fremito ancora vivo dei popoli trapassati, quando i Romani rapivano il mondo, cercavano oltre a’ mari e a’ deserti nuovi imperi da devastare , manomettevano gl’iddio de’ vinti, incatenavano principi e popoli liberissimi, finché, non trovando più dove insanguinare i loro ferri, li ritorcevano contro le proprie viscere” (Ventimiglia, 19 e 20 febbraio 1799).
Si sente in queste parole l’eco del discorso del capo Caledone Calgaco (Tacito, Agricola, 30) e dell’incipit della Pharsalia di Lucano.
Mi intendo piuttosto di Letteratura che di filosofia e commento il filosofo Cacciari con quello che so e ha dell’attinenza con l’argomento, o mi pare che l’abbia.
Bologna 31 maggio 2026 ore 9, 21 giovanni ghiselli
p. s.
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