venerdì 29 maggio 2026

KAOS


Sto leggendo un libro uscito da poco: KAOS di Massimo Cacciari e Roberto Esposito (il Mulino, 2026).

Un volume di 126 pagine molto dense che mi offrono l’occasione di rivedere diverse parti dei miei studi di antichista e di elaborare nuovi pensieri sulla storia politica dell’Europa del tempo passato e pure di questo presente.

Oggi voglio presentare la prima pagina della premessa dei due autori (9-11)  che parte dal mito narrato da Esiodo e arriva al presente con una sintesi  che dice, significa e spiega molto.

Questa premessa  dunque prende inizio dal poema cosmogonico Teogonia  (seconda metà dell’VIII secolo avanti Cristo)

Prima di tutto dunque c’era il Cao~ (v. 116). Poi la Terra e il Tartaro tenebroso, quindi   [Ero~ lusimelhv~ che scioglie le membra (120) e soggioga la mente con la saggia deliberazione di uomini e dei. Si trovano subito forze contrastanti. Dal Caos nacquero Erebo e Notte, dalla Notte Etere e Giorno.

“Gli opposti sorgono dal suo abisso. Chaos significa il Vuoto senza differenza in sé, l’Aperto, la bocca spalancata prima che qualsiasi suono venga emesso”.

 Cavskw significa “sto a bocca aperta”. C’è il verso di un urlo afono.

E’ la fase dell’orrore e della sapienza silenica che i Greci superarono con la bellezza dell’epos omerico.

Ieri sera in San Petronio Cacciari ha parlato di paideiva, educazione del pai`~ , il fanciullo nella scuola dove il buon maestro deve invogliare lo scolaro ad accogliere nell’anima e nel carattere la kalokajgaqiva la bellezza e la bontà che i greci intendentissimi del bello consideravano unite.

 

“Il Greco conobbe e sentì i terrori e le atrocità dell’esistenza: per poter comunque vivere, egli dové porre davanti a tutto ciò la splendida nascita sognata degli dèi olimpici. L’enorme diffidenza verso le forze titaniche della natura, la Moira spietatamente troneggiante su tutte le conoscenze, l’avvoltoio del grande amico degli uomini Prometeo, il destino orrendo del saggio Edipo, la maledizione della stirpe degli Atridi, che costringe Oreste al matricidio, insomma la filosofia del dio silvestre  con i suoi esempi mitici, per la quale perirono i malinconici Etruschi –fu dai Greci ogni volta superata, o comunque nascosta e sottratta alla vista, mediante quel mondo artistico intermedio degli dèi olimpici. 

Fu per poter vivere che i Greci dovettero, per profondissima necessità, creare questi dèi: questo evento noi dobbiamo senz’altro immaginarlo così, che dall’originario ordinamento titanico del terrore  fu sviluppato attraverso quell’impulso apollineo della bellezza, in lenti passaggi, l’ordinamento divino olimpico della gioia, allo stesso modo che le rose spuntano da spinosi cespugli"[1].

 

Nel canto dei morti dell’Odissea lo spettro di Achille evocato da Odisseo ribalta la sapienza silenica affermando che essere ancora vivo sarebbe il più grande dei suoi desideri.

 Il Pelide nella Nevkuia dice al figlio di Laerte " non consolarmi della morte, splendido Odisseo./Io preferirei essendo un uomo che vive sulla terra servire un altro,/presso un indigente, che non avesse molti mezzi per vivere,/piuttosto che regnare su tutti i morti consunti"(Odissea , XI, 488-491).

 

Il Caos domato  dall’arte tuttavia ritorna periodicamente.

“Il Vuoto –Chaos resta sempre aperto sotto i nostri piedi. E’ sotto la striscia di terra che ce ne separa, essa può fare craque in ogni istante. Avvertiamo un vuoto capace di inghiottirci? Questo è il vero pericolo; ma la confusione e il disordine che possono marcare l’epoca forse nascondono un Vuoto dove stanno maturando nuovi ordini e nuovi princìpi. Perché il Vuoto apre a infiniti possibili (…) Chaos è Principio morfogenetico” (p. 9)

 

Continua. Quando avrò concluso di riferire la premessa con un poco di commento la manderò a Massimo Cacciari chiedendo un suo intervento.

 

Bologna 29 maggio 2026 ore 10, 47 giovanni ghiselli

p. s.

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[1] F. Nietzsche, La nascita della tragedia, capitolo 3.


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