Un uomo con tutte le qualità, ma gli sono indifferenti. Un principe dello spirito è arrestato, e l’Azione Parallela acquista il suo segretario onorario.
Ulrich dunque era indifferente alle sue qualità. Aveva una certa tendenza alla negazione, a scoprire una magagna nelle cose approvate da tutti e inversamente a difendere le cose proibite e a rifiutare i doveri poiché voleva darseli da solo.
Comunque sottoponeva la propria condotta morale al decoro cavalleresco. C’era qualcosa che lo costringeva a vivere contro se stesso, sebbene volesse sentirsi libero da costrizioni 144
Voleva diventare un signore dello spirito. Tutti lo vorrebbero perché lo spirito è considero la cosa suprema e signore di tutto. Lo si insegna anche a scuola.
Il resto, dal crimine al guadagno, sarebbe la sporcizia di cui Dio si netta le unghie. Ma poi che cosa è lo spirito? Dove è andato a finire? Ulrich si domandava: “perché non ho fatto il pellegrino? Per dire di sì alla vita, almeno a quella spirituale, bisognerebbe pronunciare il no dei santi, ma era impossibile pensarci sul serio. Neanche l’avventuriero aveva fatto pur essendone attirato perché l’avventura sitematica trasforma la vita in un eterno fidanzamento.
Io penserei al mulierosus l’eterno fidanzato di tante fidanzate. A Debrecen sono stato avventuriero con bellissime avventure. A Bologna le avventure da donnaiolo mi hanno soddisfatto meno, forse pervé l’avventura cui ho dato la massima importanza, la più venturosa è stato il lavoro.
Neanche poeta era diventato Ulrich né affarista perché c’era una forza che lo tratteneva sempre. Lo dice anche Socrate nell’Apologia scritta da Platone.
Il Socrate di Platone afferma di sentire una voce (fwnhv ti~, Apologia di Socrate, 31d) dissuadente: quando si manifesta ajei; ajpotrevpei me tou'to o} a]n mevllw pravttein, protrevpei de; ou[pote, mi distoglie sempre da quello che sto per fare, non mi esorta mai. Dunque un istinto che frena, non spinge avanti, un anti-istinto. “Dover combattere gli istinti-ecco la formula della décadence: sino a che la vita si innalza, felicità è uguale a istinto”[1].
L’impulso ad associare e dissociare lo confimava in un’esistenza segregata e indefinita. Ulrich d’un tratto pensò: “Semplicemente io non mo me stesso” 146.
E’ insomma il tipo dell’Heautontimorumenos di Menandro e Terenzio, il Totò Merumeni di Gozzano, il punitore di se stesso, come i K di Kafka, Alfonso Nitti ed Emilio Brentani di Svevo.
Bologna 16 maggio 2026 ore 20, 18. giovanni ghiselli
p. s.
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