martedì 5 maggio 2026

Ifigenia CLXXIV. La fame di Nauplion. Micene con Ifigenia, Clitennestra, Agamennone e Cassandra.


 

La mattina seguente contammo i denari e constatammo che se si voleva arrivare a Bologna senza chiedere l’elemosina, non potevamo più dormire in un letto né mangiare seduti nemmeno in una bettola infima. Avevamo sessantaduemila lire: necessarie, quasi tutte, per la benzina.

 

A Nauplion l’inedia e il pensiero della nostra carestia non ci tolsero la voglia di fare una nuotata nel mare sfavillante di luce  che diffusa copiosamente dalle mani generose del Sole attraversava l’acqua facendo brillare i sassi del fondo, le schiene iridate del pesci e i dorsi spinosi dei ricci. In queste creature marine a dire il vero vedevo del cibo. Putroppo imprendibile,

 

Il corpo di Ifigenia che guizzava snella e armoniosa come una Nereide stimolò ancora di più la mia voglia di vivanda. “Inattenuata restava la fame crudele, e vigoreggiava implacato l’ardore della gola” [1].

Mi venne in mente il desiderio di cibo dell’empio Erisittone[2].   

Un bisogno naturale, se rimane insoddisfatto a lungo,  diventa innaturale.

In parole povere avrei voluto mangiarla, magari dopo averla fiocinata in un modo o in un altro. Quando uscimmo dall’acqua non potei trattenermi dal mordere una delle sue cosce carnose.

Tanto secco mi ero fatto e bramoso di cibo.

 

Molte sono le cose tremende ma la più tremenda è la fame per la povera gente.

 

Salimmo a Micene e vi restammo tre ore.

Ifigenia camminava esaltata in mezzo alle antiche rovine sitibonde e contaminate dal sangue scuro dei Pelopidi massacrati tra grida  disumane di dolore e di odio. 

La ragazza biancovestita recitava alcuni versi dell’Agamennone  attribuiti da Eschilo alla bipede leonessa- divpou~ levaina[3] -Clitennestra, chiamata così  da Cassandra.

 

Ifigenia recitava a memoria queste parole della moglie assassina che proclama la giustizia, la bellezza e il piacere del proprio delitto:

“lo colpisco due volte, e lui con due lamenti lascia cadere le membra proprio lì. Allora io sul caduto aggiungo un terzo colpo e un’offerta votiva a Zeus sotterraneo salvatore dei morti.

Così quello disteso a terra  erutta lo spirito suo

e soffiando un fiotto impetuoso di sangue

mi colpisce con uno spruzzo nero di sanguinosa rugiada

 e mi fa godere non meno di quanto gioisce

della pioggia inviata da Zeus il campo seminato

nel germogliare della spiga”[4].

 

Magari la mia compagna recitando queste parole pensava a quando mi avrebbe eliminato dalla sua vita. Si avvicinava quel tempo. Meno di un anno mancava. Eppure saremmo tornati in Grecia, e in bicicletta dopo il discidium di giugno.

La osservavo affascinato pensando: “sarà squlibrata e opportunista nello stesso tempo, a volte sarà pesante e noiosa, talora tremenda; però è bella e ha il sentimento del bello. Quando sarò caduto sotto i suoi colpi ripetuti, diversamente da Agamennone, io mi rialzerò e inzierò a scrivere di lei quanto nemmeno Eschilo ha saputo fare per Clitennestra, né Sofocle per Antigone, né Euripide né lo stesso Omero per Elena.

La finnica più bella, buona  e fine, Elena, nel mio capolavoro sarà l’anticipazione e pure l’antitesi di Ifigenia. Scrivendo di Elena voglio assegnarle l’importanza che non le diedi vivendo quel mese del tutto felice con lei: allora non consideravo la fugacità di quelle ore che passavano rapidamente e non tenevo conto del fatto che dopo la sua partenza dalla stazione orientalr di Budapest non l’avrei vista mai più.   

In seguito alle tante letture e alle diverse amanti contengo e conservo nell’anima tutti questi aspetti delle mie donne: la furia scellerata della figlia di Tindaro, l’ostinazione eroica di Antigone, figlia e sorella di Edipo, la sovrumana bellezza della figlia di Zeus: Elena la meravigliosa adultera per cui non è nemesi patire a lungo tanti dolori poiché terribilmente assomiglia alle dèe immortali”[5].

Avvertenza: il  blog contiene 4 note.

 

Bologna  5 aprile 2026 ore 9, 49 giovanni ghiselli

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[1] Cfr. Ovidio, Metamorfosi, VIII, 844-845

[2] Cfr. Callimaco, Inno VI A Demetra. Arrivò a mangiare il cavallo da corsa e quello da guerra (v. 109). Cfr. anche Ovidio, Metamorfosi, VIII, 726- 881 e Dante Purgatorio, XXIII, 25-27

[3] Eschilo, Agamennone, 1258

[4] Agamennone, 1384-1392

[5] Cfr. Iliade, III, 156- 158.


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