giovedì 28 maggio 2026

Ifigenia CXCXIV Al luna park toccando il fondo. Un capitolo pieno di spietatezza con il limen ineliminabile eliminato.


 

Come fummo entrati nel Luna park, cercai di fare buon viso e di adattarmi ai suoi gusti. Per quasi due ore riuscii a scherzare dissimulando la pena, a fingere di stare volentieri in quel luogo. Lo odiavo fin da bambino: ci ho

sempre visto qualche cosa di triste, falso e volgare.

Quella sera ero depresso; un poco alla volta divenni esasperato.

Prima di riportarla a casa la umiliai vomitandole addosso tutto il

risentimento accumulato in tanti mesi.

Nei due anni e mezzo del nostro stare insieme, certe volte il suo

infantilismo non mi era spiaciuto, ma la notte del sette giugno del 1981 ne

ebbi il voltastomaco: probabilmente era destino poiché la litigata

che ne seguì prepara e prefigura la catastrofe della notte compresa

fra il 12 e il 13 giugno.

Ifigenia volle che ci guardassimo riflessi negli specchi deformanti.

Apparivamo smisuratamente grassi, o magri, o lunghi, o corti. Quella rideva.

Volle che girassimo con l'autoscontro: ci sbatacchiavano da tutte

le parti: rideva. Poi volle girare seduta in una grande,

lentissima ruota; quindi pretese di salire e scendere rapidissimamente su e giù

per le montagne russe, e rideva sempre; poi volle pescare oche di

plastica con un anello appeso a un filo attaccato a una canna; quindi

volle tirare palle di pezza su dei barattoli vuoti sperando di vincere

non so che cosa; infine, sebbene fosse passata la mezzanotte, e il


giorno dopo io avessi lezione alle otto, volle replicare diverse di

quelle scemenze, mentre oramai doveva vedersi che ne avevo la

nausea, come l'avevo del suo ridere nervoso, insensato.

Prima di aggredirla, la guardai in faccia. Aveva gli occhi piccoli

piccoli e lacrimosi, quasi due strette fessure semicieche, e grossi

denti che uscivano fuori dal labbro superiore rialzato, rimasto un poco

peloso quel giorno. E rideva, rideva smisuratamente, senza ragione. I capelli erano avviticchiati e appiccicati alla faccia sudata. Sembrava uno di quei bambini disgraziati  che si agitano impotenti sulle sedie a rotelle dove li

tengono legati perché non si facciano a pezzi da soli.

Non potevo più lottare contro il destino segnato da due anni oramai, da quando aveva mancato alla promessa di mandarmi una lettera. Mi venne in mente il monito della sibilla  cumana: “Desine fata deum flecti sperare precando”.

A un tratto le chiesi di smettere di fare quelle scène scéme: era l'una di notte

e io non ne potevo più. Poi dissi dell'altro. Poche parole ma molto cattive1

 Ifigenia divenne seria e si mise a piangere. Seguitò fino a casa sua. Ne

provai dolore, compassione, rimorso: le chiesi scusa. Ma

la giovane donna, miserevole e implacabile, continuava a piangere. Le

spiegai che non ne potevo più di essere usato con protervia,

senza riconoscenza, senza nessun sentimento buono, né alcuna

collaborazione a quanto facevo. Non rispose. Le chiesi di essermi

meno figlia e più compagna, di aiutarmi attivamente a creare

qualche cosa di grande e bello, poiché con lei che mi stava vicino

senza collaborare non ce l'avrei fatta mai.

Rispose solo:"Ho capito".

Il nostro rapporto aveva varcato il limen, il confine che non si deve eliminare.

Quindi uscì dalla bianca Volkswagen ed entrò in casa sua. In

questa scena forse io sembro il carnefice e Ifigenia, la vittima.

 

Nota

1

Cfr. Catullo, Carmi,11, vv. 15-16:"pauca nuntiate meae puellae/non bona

dicta", riferite alla mia ragazza poche parole non buone.

 

Bologna  28 maggio  2026 ore 17, 53 giovanni ghiselli

p. s

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