martedì 26 maggio 2026

CLXC L'esame. L’ imbarazzo dopo la recita. La necessaria ritirata.


 

L’esame si svolse all'incirca come la prova della sera prima. La differenza

stava nel pubblico più numeroso e in una riduzione del testo.

Ifigenia recitò discretamente. Meglio di tutto le riuscì la scena

sul Danubio. Alla fine i giovani attori furono applauditi a lungo

dal pubblico in piedi, del resto composto in massima parte da

amici, parenti e amanti di questa o di quello. La mia donna guardava gli osannatori. Era in calzamaglia poiché la rappresentazione si era chiusa con gli svolazzi dello Zeppelin incarnato da lei, callipigia scultorea eppure donna di carne in movimento.

Ero in prima fila, ma fui ignorato. Quando gli applausi

terminarono, Ifigenia si mosse verso il gruppo dei suoi

amici che erano da un'altra parte. Rimasi al mio posto: non

volevo avvicinarmi importunamente. Speravo fosse lei a cercarmi con

lo sguardo e a venire da me: non ero nascosto. Avevo anche

sperato che, finita la commedia, si sarebbe cambiata, o avrebbe

messo qualcosa sopra la tuta trasparente; invece si era accostata al

pubblico con il seno in evidenza. Questo mi dava fastidio: non era

più per esigenza scenica che andava mostrando il petto

con tutte e due le poppe1, da donna sfacciata qual era.

  Era vanità, esibizionismo,  mancanza di rispetto per il suo uomo se lo ero ancora.

Io la penso così, forse da retrogrado. Anche quelle che mostrano seni e chiappe sulle spiagge non mi sono simpatiche. Nemmeno eccitanti sono. Una donna fine non lo fa, ed è più attraente.   Mostra magari le cosce, fin quasi alle mutande, le adorabili mutande delle donne belle e fini.

 

Gli amici  gridavano:"brava, brava!!!" come si fa con le prime donne dell’Opera. La volevano tutti, qua e là, come Figaro.

Lei sorrideva allungando il collo, giuliva. Soffrivo parecchio. Finalmente si accorse di me e venne a salutarmi. Ma non era contenta che fossi presente nel momento e nel luogo del suo primo trionfo. Oramai non le servivo più, ero di

troppo.

"Brava", dissi.

"Grazie. Dov'eri?"

"Qua, dove sono ora".

"Ti sono piaciuta?"

"Molto". Ci fu un momento di silenzio.

"Ora che cosa farai?"

"Non lo so", rispose imbarazzata, volgendosi verso gli altri

attori.

"Credo che i miei compagni vogliano festeggiare in qualche

maniera".

"Ho capito" borbottai. Avevo capito che io non ci entravo.

Ifigenia non aggiunse parola: mi stava davanti silenziosa e

sempre più imbarazzata.

Dopo qualche secondo la salutai: "Bene. Allora ciao. Sei stata

brava. Continua così".

"Ciao, grazie".

Mi mossi verso l'uscita sperando che mi chiamasse, mi facesse

tornare indietro per dirmi almeno:"Ci vediamo domani". Invece mi

lasciò andare via come se fossi stato uno spettatore qualunque, o

un ammiratore di nessuna importanza, anzi piuttosto importuno.

Uscii da quell'ambiente che mi soffocava. Entrai nella bianca

Volkswagen, la scoprii nella notte d'estate precoce, ventosa, calda

e profumata. Tornai a casa. Speravo che mi telefonasse. Invece

niente. Mi spogliai e mi stesi sul grande letto dei nostri tripudi. Il

dolore mi ringhiava nel petto: lo accarezzavo, lo scrutavo, cercavo

di ammansirlo perché non mi dilaniasse quale maledetta iena o sciacallo esecrato, insomma un canide del tipo più abominato.

Pensavo:" E' andata come avevo previsto. Appena si è sentita

un'attrice, si è sbarazzata di me. Tornerà nel luogo depresso da dove

l'avevo estratta per elevarla al mio stile. Questa sera si sente una diva, poveraccia! E' solo un’ordinaria commediante. Rozza di anima, di comportamento, di tutto! Sebbene mi abbia scimmiottato per quasi tre anni, è rimasta quello che era: fatta per sguazzare nella confusione. Ricordo una volta che mi telefonò da via Rizzoli e andai a prenderla. Era con altre due o tre della sua razza mentale: facevano chiasso sul marciapiede. Io l' ho tirata fuori di lì. Ora ci torna".

Ero steso sopra il lenzuolo, in mutande; stavo per piangere, ma

non volli lasciarmi andare così. Non era ancora giunto il momento

della catastrofe. Decisi di alzarmi, rivestirmi e tornare nel suo

covo  per porle delle domande, farla parlare, ascoltarla.

Anche se non fosse stata sincera, qualche cosa mi avrebbe

insegnato.

 

Nota

1

Cfr. Dante, Purgatorio, XXIII, vv. 100-102:"nel qual sarà in pergamo

interdetto/alle sfacciate donne fiorentine/l'andar mostrando con le poppe il petto".

 

p. s.

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