Moosbrugger viene trasferito in un’altra prigione con un grande apparato cautelativo: una scorta numerosa, fucili carichi, e lui incatenato alle mani e ai piedi. Era lusingato dal fatto che avevano paura di lui. Entrando nel carrozzone si guardò intorno in cerca di ammirazione e fu contento delle occhiate dei passanti. Era vanitoso. Però non voleva essere spinto dagli agenti e scivolò docilmente verso il fondo della vettura. Comunque non temeva il capestro: ci sono cose che fanno più male, e vivere qualche anno in più cambia poco.
Si comincia a capire perché questo assassino piace a Ulrich e a Clarisse che all’inizio del prossimo capitolo dirà a Ulrich: “Bisogna fare qualcosa per Moosbrugger, quell’assassino è musicale!”
Ma torniamo a questo capitolo. Moosbrugger non era attaccato alla vita.
Non gli erano cari il vento primaverile o il sole o le grandi strade di campagna. Cose che ti fanno sentire stanco, polveroso e accaldato.
Mangiare un bell’arrosto di maiale era già qualcosa di più.
Il bello di quest’uomo è la fedeltà alla sua natura qualunque essa sia.
Piace perché costituisce l’antitesi all’ipocrisia delle parole e delle manovre che abbiamo visto nelle case borghesi o nobiliari.
Aveva avuto una soddisfazione alla sua vanità entrando nel carrozzone.
Durante il tragitto il trasferito provava una distrazione rispetto alle ore oscure e statiche della prigione. Quanto alla probabile condanna a morte pensò : “La cosa migliore sarà che alla fine nessuno mi romperà più le scatole”.
“Grandissima è la superiorità di un uomo che si è liberato del desiderio di vivere” (p. 204).
Mi vengono in mente le parole di Socrate condannato a morte scritte da Platone nell’ Apologia di Socrate, nel Fedone e nel Critone.
Moosbrugger aveva confessato per fare un piacere il commissario che lo aveva pregato di andargli incontro- Durante il processo l’assassino aveva manifestato il suo gradimento al signor Commissario.
Moosbrugger notò la propria intesa con sé stesso e sorrise dimenticando le guardia sballottate dai sobbalzi del carrozzone.
Sono i soliti guardiani che quando va bene giocano a carte
Sentiamo cosa dice il Prologo dell'Antigone di Anouilh a proposito dell'anima non certo raffinata delle guardie:"Infine quei tre uomini rubicondi[1] che giocano a carte, il cappello sulla nuca, sono le guardie. Non sono dei tipi cattivi, hanno mogli, dei figli, e delle piccole noie come tutti, ma tra poco agguanteranno gli accusati nel modo più tranquillo del mondo. Sanno di aglio, di cuoio e vino rosso, e sono privi di ogni immaginazione. Sono gli ausiliari sempre innocenti e sempre soddisfatti di loro stessi, della giustizia. Per il momento, fino a che un nuovo capo di Tebe debitamente incaricato non comandi loro di arrestarlo a sua volta, sono gli ausiliari della giustizia di Creonte"[2]. Alla fine del dramma il Coro dice:"Non restano che le guardie. A loro, tutto questo è indifferente; non sono affari loro. Continuano a giocare a carte".
Bologna 25 maggio 2026 ore 10, 47 giovanni ghiselli
p. s.
Statistiche del blog
All time2192320
Today691
Yesterday2029
This month63372
Last month82730
[1] Nella commedia latina l' aggettivo rubicundus sembra qualificare la rozzezza. Plauto lo usa per dipingere la faccia del rufus (rossiccio) schiavo Pseudolo tanto geniale quanto volgare:"ore rubicundo" (v. 1219).
[2] J. Anouilh, Antigone, Prologo.
Nessun commento:
Posta un commento