venerdì 1 maggio 2026

Ifigenia CLVIII Tess: film di Polanski e romanzo di Thomas Hardy presenti nelle nostre vite. Un’appendice con un consiglio agli studenti.


Qualche giorno più avanti nel corso di questa cascata del tempo migliore  andammo a vedere Tess, un bel film di Polanski tratto dal romanzo di Thomas Hardy Tess of the d'Urbervilles (1891). Cinema e letteratura si potenziano a vicenda nella mia persona che ne viene accresciuta a sua volta in temini estetici e morali.

A un certo punto il ragazzo studioso Angel aiuta quattro ragazze a superare una pozzanghera ma è evidente che è attratto da una sola di  queste.

 Quando è la volta di prendere in braccio l’amata, l’innamorato mormora: “Tre Lie per ottenere una Rachele”Three Lehas to get one Rachel ” (Tess, III, XXIII).

Io, quasi senza volerlo, sussurrai: “ Fa tutto soltanto per Tess”.

Ifigenia, non a torto, prese queste parole come una confessione del mio interesse preponderante per  la nuova supplente e si mise a piangere.

Poi disse: “ la nostra storia finisce oggi  com’è cominciata: citando Tess. Uno dei primi giorni mi prendesti una mano e mi accarezzasti le dita, poi mi domandasti: “quali sono le mie e quali le tue?”. Ti risposi: “sono tutte tue, they are all yours” (Tess, IV, 33) .

Confesso che era una scena del mio repertorio amoroso imparata dal romanzo di Hardy, impiegata con almeno una delle finlandesi e insegnata a Ifigenia. Faceva effetto sulle donne corteggiate.

“Tu allora mi dicesti che io ero la tua borsa di studio più bella e la più preziosa di tutte”.

“Sei ancora il grande premio della mia vita[1]”, le risposi frettolosamente. Volevo vedere il film in pace e rimandai le spiegazioni all’uscita dal cinema. Come fummo usciti, decisi che era necessario un chiarimento e la invitai a casa mia. Non ci stendemmo nel grande letto però, nè  sul divano dello studio come si faceva quando volevamo fare l’amore. Allora non c’era bisogno di spiegazioni. La voglia di fare prevaleva su quella di parlare. La potenza della prassi superava quella del logos quale parola e pensiero.

Ifigenia aveva il viso ancora segnato dal pianto e mi piaceva di nuovo: pensavo che  si era  tolta la maschera inespressiva applicata al volto per non farmi vedere i sentimenti  e le intenzioni occulte.

Come fummo seduti, disse che dovevo chiarirle se la amavo ancora, se credevo di poter ricevere altri stimoli buoni da lei, o se avessi bisogno di un’altra donna per fare le cose egregie che dovevo a me stesso. Le sembrava che avessi voluto significarle questo secondo corno del suo doloroso dilemma durante il film.

I suoi occhi avevano un’espressione infelice ed era autentica come non la vedevo da tempo: deposta l’aria da mima che la rendeva falsa, volgare e poco attraente, Ifigenia appariva bella.

 Mi venne in mente che avremmo potuto ancora aiutarci a vicenda.

Lo dovevo a lei e anche a me stesso. Se l’avessi perduta, avrei subito una degradazione della mia identità, una regressione a tempi lontani e poco belli. Sicché iniziai a parlarle umanamente e amorosamente, come non facevo da tempo.

Feci un rapido calcolo dei vantaggi e delle perdite di entrambi, poi dissi: “No, non lasciarmi: io ho aspettato te per tanti anni e ti amo. Tutto quanto faccio di buono è motivato da te: quando studio cerco argomenti da sviluppare parlando con te, quando corro, penso che il fisico mio deve essere al suo meglio per non essere del tutto indegno del tuo; nell’espormi al sole tento di raccogliere luce sul volto e colore nel corpo perché il divario tra i nostri aspetti non diventi stridente e faccia scalpore. Per venire alla scena del film che ti ha fatto piangere, certamente mi adopero parecchio per piacere anche ad altre persone: gli allievi e pure acuni colleghi: voglio mantenere alta la mia reputazione di ottimo professore poiché devo tornare a insegnare letteratura al triennio. Anzi, con il tempo voglio entrare all’Università. Se rimarrò troppo a lungo nel ginnasio, una palestra di grammatica  più che altro, perderò le competenze e le capacità acquisite in tre anni di studio appassionato e indefesso che ho intrapreso per tradurre con precisione e commentare con intelligenza sapiente i testi degli autori ottimi, i più eleganti e più educativi. E’ Il lavoro che ha attirato tante persone, te compresa, mentre ha creato invidia in altre. Non vorrei che la pena subentrasse all’invidia. Devo tornare presto al liceo, poi avanzare ancora. Anche nell’Università  da studente ho incontrato docenti che davano poco o niente ai discenti. Con la forza e la passione che metto nello studio posso educare tanti giovani desiderosi e capaci di imparare. E vorrei  arrivare a scrivere dopo avere studiato altri testi buoni e acquisito uno stile mio. Tu potrai aiutarmi in questo, se vorrai seguitare a essere la mia Musa”.

Ifigenia  sentì e capì che parlavo sul serio: sorrise, mi prese la mano destra e disse: “gianni: io adesso sono molto felice”.

“Anche io, grazie a te”, replicai contraccambiano.

Mi venne in mente l’alba di un agosto lontano, quando mi scusai con Helena dopo avere capito che le stavo facendo del male, e pure lei tornò a sorridermi dopo le lacrime.

 

Bologna primo maggio  2026  ore 17, 14 giovanni ghiselli

 

p. s.

Mi pare un bel capitolo con il cinema, la letteratura, un ricordo biblico e un momento di amore.

 

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Breve appendice: suggerimenti agli studenti su come comportarsi con gli esaminatori.

 

Ho letto tante banalità su consigli dati ai maturandi per quanto riguarda la prova scritta di italiano. Ho fatto la maturità una volta da studente nel 1963 al Mamiani di Pesaro e almeno venti volte da esaminatore a Bologna, Milano, Roma, Pesaro, Fano, Fossombrone. Ho bocciato una volta sola in una scuola privata: un diplomificio per ragazzi sviati.

Ho trovato ragazzi preparati molto bene al Parini, al Beccarla di Milano e al Virgilio di Roma. Comunque ho sempre imparato qualcosa dai maturandi. Sapevo ascoltarli.

Non lesanite  l’ascolto a chi vi interroga: è il primo segno dell’educazione. Quindi rispondete al nucleo della domanda.

Se non conoscete l’argomento, non raffazzonate: farete migliore figura confessando di non conoscerlo e chiedendo la cortesia di un altro quesito.

Consiglio agli studenti di mettersi  nei panni di chi legge o ascolta.  Quindi dovete cercare di essere chiari e ordinati prima di tutto. Respingete l’attuale moda dell’oscurità nel parlare e nello scrivere. La chiarezza tuttavia non deve arrivare all’ovvietà, alla ripetizione mnemonica del luogo comune..

Cercate di essere eleganti e magari originali, genialmente originali dopo avere mostrato la competenza letteraria acquisita con lo studio attraverso le citazioni di parole belle di autori bravi. Queste colpiscono la sfera motiva degli esaminatori e li dispongono bene verso il candidato.

Evitate gli stereotipi delle propagande e della pubblicità.

Date prova di avere uno spirito critico, capace di dare giudizi su quanto vi hanno fatto studiare, su come vi hanno fatto studiare.

Vi ho segnalato quanto mi è servito nella vita, non solo in quella scolastica.

Se me lo chiederete, tornerò sull’argomento.

 

 

 

 

 

 

Ifigenia CLIX La gita scolastica. L’indomito titano. La zoppia eroica e culturale.

 

Il mese di marzo fu vario. Nell’ultima settimana c’era la gita scolastica a Roma e le nostre classi vennero abbinate forse per significare che dovevamo metterci nella grazia di Dio in quanto già di fatto accoppiati. I vescovi mandati nella Bologna rossa all’epoca erano reazionari e contavano molto nella città che era stata papalina.

C’erano anche altri colleghi: Giovanni Botta di Filosofia, e Lucia con i loro allievi.

Il giorno prima della partenza andai nella segreteria per firmare dei fogli. Mentre entravo, udìi una collega anziana che gridava: “Nel nostro liceo succede l’inaudito! Davvero quel professore miscredente, comunista e libertino andrà in gita scolastica con due colleghe giovani e belle, come se non gliene bastasse una?”

Poi si voltò e mi vide. Quindi abbassata la voce ripetè la domanda  un poco edulcorata: “sul serio lei andrà a Roma con quelle due signorine?”

“Sì e con tante altre signorine carine, diversi ragazzi carini anche loro, e il professor Botta, per niente da buttar via nemmeno lui”.

Allora colei assunse il tono della celia e fece: “ Si dice che lei abbia venduto l’anima al diavolo, ma io non ci credo”.

“Fa bene, stimatissima collega: non posso vendere l’anima a chicchessia poiché non ce l’ho!”

Rimase un attimo perplessa poi rincarò lo scherzo volgendolo al demenziale e fece: “Vado a Roma, cuccurucù, vieni anche tu!”

“Facciamo finta di niente”, pensai, e dissi:

“Ma sì venga anche lei, squisita collega: a Roma c’è da divertirsi un sacco!”.

Ora però basta con i ghiribizzi e veniamo alla gita.

Ricordo una visione che mi ha impressionato. Ero seduto con Ifigenia sul bordo di una fontana poco prima dell’ora di cena. S’era fatta una passeggiata per suscitare l’appetito e meritarci un secondo di pesce, senza patate né pane. Eravamo entrambi molto attenti alla linea, contenti e fieri di essere snelli.

Guardavamo le ultime luci del giorno languide eppure tiepide. L’aria era piena di voli e di suoni. La primavera arrivava a grandi passi.

 A un tratto vedemmo il collega di filosofia che avanzava verso di noi. Questo era un uomo ancora giovane il quale camminava a passo  di danza, non per vezzo o per posa ma per una menomazione congenita. Era un ottimo professore e gli volevamo bene. Giovanni dunque ogni tre metri si piegava a sinistra,  come se fosse stato colpito da un plotone  di esecuzione- pronus erat Titan[2]- ma poi si raddrizzava di scatto con un’energia da vero titano, quindi procedeva nel suo travaglioso cammino. Fino alla successiva fucilazione. Era a modo suo un ballerino.

Prima che lui mi sentisse, dissi a Ifigenia che mi sembrava un eroe tragico in lotta con un destino implacabile eppure incapace di averla vita su quella tempra indomita.

Inoltre pensai che in quel momento la zoppia poteva rappresentare il nostro rapporto che vacillava scosso da vènti, da onde, da terremoti intermittenti e pure frequenti.

Quando Giovanni fu giunto, gli chiedemmo se voleva cenare con noi.  

Pensai chi i titani claudicanti non sono gli eterni nemici della cultura come i giganti dalle gambe robuste. Del resto anche Edipo zoppicava e la nostra cultura non può prescindere dalla sua vicenda.

E pure Giasone si presentava con una leggera zoppia quando calzava un solo sandalo. Gran brutto segno per lo zio usurpatore Pelia[3].

Avvertenza: il blog contiene due note

Bologna 2 gennaio  2025 ore 19, 40 giovanni ghiselli

p. s.

Dopo la rottura del femore, l’operazione e la riabilitazone ho camminato con una stampella poi senza questa, zoppicando un poco. Ora sto recuperando ma non sono ancora quello di prima talora salta fuori di nuovo un cenno di zoppia. Sicché il collega e amico Giovanni mi è sempre più fraternamente caro. I salti della Paolini invece sono il modello che vorrei uguagliare. Sarà poco bellina e brava quella citta toscana?

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[1] The great prize of my life nel romanzo di Hardy (Iv, 34) 

[2] Cfr. Ovidio, Metamorfosi, XI, 257

[3] Vediamo qualche parola della Pitica IV di Pindaro: Giasone appare splendidissimo in questa ode,  dedicata ad Arcesilao IV re di Cirene che aveva vinto con il carro a Delfi nella Pitiade XXXI,  nel 462 a. C. 

Giasone dunque giunse con due lance, suscitando meraviglia (ek-paglo~ , vv.  139-140), con una veste aderente, e i riccioli lucenti della chioma (koma'n plovkamoiajglaoiv, v. 145)  non erano caduti sotto il taglio del ferro, ma gli ondeggiavano lungo tutto il dorso. Egli arrivò con passo diritto e si piantò tra la folla che lo ammirava. Poi giunse Pelia su un carro e, quando vide l’unico calzare nel  piede destro del nuovo arrivato, stupì. Ne ebbe paura poiché l’oracolo delfico gli aveva predetto di stare bene in guardia dall’uomo con un solo calzare (to;n monokrhvpida, v. 75).


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