lunedì 31 agosto 2026

Ifigenia CXII. Una lettera supplichevole e pure falsa. Poi una canzoncina comica e demenziale ma piuttosto realistica.


 

Martedì 7 agosto andai a lezione, poi a correre, quindi in piscina a leggere, nuotare, abbronzarmi, e mi recai anche a comprare un dentifricio.

Ho fatto le mie “cosettine”,diceva Fulvio per giustificare le sue assenze dalle lezioni quando arrivò alla decisione che non pensare a niente era la cosa più bella.

L’attività più importante e impegnativa della giornata dunque iniziò verso le dieci di sera, quando mi dedicai a una lettera per l’amante lontana.

Le scrivevo che avevo abbassato il tempo scendendo sotto i venti minuti durante i miei dodici giri e mezzo di corsa nella pista  dello stadio, cinquemila metri faticosi eppure pieni di gioia, e che l’accrescimento del benessere fisico e mentale lo dovevo in buona parte a lei, la mia compagna meravigliosa che però era tenuta a mantenere la promessa di scrivere e spedirmi l’espresso se non voleva che i miei sentimenti si pervertissero nell’attesa già smisuratamente lunga.

Io non avrei potuto tradirla. Il timore dell’ infedeltà mia era stato un falso problema: passare il tempo con lei scrivendole, o pensandola, mi faceva sentire più vivo di qualsiasi altro modus vivendi.

“Tu mi hai fatto progredire-spiegavo- e ora non posso né voglio tornare alle esperienze degli anni passati: la felicità di stare con te, di studiare, fare sport, fare l’amore con te è stata più impegnativa e pure più accrescitiva delle emozioni mensili, evanescenti che negli anni passati mi avevano dato delle donne di qualche valore senz’altro, però remote nello spazio e nel tempo:  il praeteritum  non può tornare, mentre il futuro che verrà è nostro. Con te, soltanto con te, ho una voglia mai sazia di fare l’amore, di commentare i libri letti, di andare al cinema e a teatro per poi parlarne, di ascoltare musica, correre, pedalare , nuotare, sciare”.

Propositi belli ma ora trovo che difettavano dello scopo più alto: impiegare la nostra felicità per costruire qualcosa di valido, per fare del bene  comune a noi stessi e agli altri: xuno;n ejsqlovn-

Concludevo questa missiva con una richiesta da supplice, tuttavia  chiara e perentoria: “Ifigenia cara, se contraccambi i miei sentimenti, mandami la lettera che hai preannunciato, poiché la mia gioia rischia la vita ogni mattina verso le undici quando arriva il postino con una borsa piena, la apre, distribuisce negli scomparti della posta tutte  le buste, quindi tanti giovani in attesa le ritirano: quei ragazzi sono fortunati molto, mentre da parte tua non c’è mai nulla per me disgraziato. Allora il mio umore si approssima al caos della follia, all’abisso dell’annientamento, poi dura fatica a ritrovare la via, a ristabilirsi, a raddrizzarsi.

Saluti e baci gianni”.

Più esplicito e supplichevole di così non potevo essere, né più ultimativo. E lei non rispose. Vero è che dissimulavo  gran parte dei miei sentimenti per tenere ancora aperta la via del ritorno.

 

Quella sera stessa del resto passeggiando nel grande bosco prima di andare a dormire, formulai una canzoncina irrisoria eppure  meno irrealistica e bugiarda della lettera scritta nello studio:

“Sei muta e rinchiusa come ritorta conchiglia,

occulta nel fondo del tuo casottino.

Sospiri al tramonto

     sospiri al mattino,

poi vaghi coi tangheri, i  mozzi,

coi i medici a schiera

che agognano e pugnano

tutti per te.

E gianni non c’è”.

E giù due risate. Fu questa la reazione migliore della giornata all’inutile pena.

 

Pesaro 31 agosto 2026 ore 15, 54 giovanni ghiselli

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Euripide Ione sedicesima parte (1159- 1169). Preparazione del banchetto. Affamati e obesi.


 

Il Servo continua a raccontare i preparativi del banchetto fatti da Ione.

Il ragazzo fascia le pareti con stoffe ricamate: navi dai tanti remi contro quelle greche, e uomini semiferini-mixovqhra~ fw`ta~ (1161) la solita distinzione tra l’ordine ellenico e il guazzabuglio barbarico.

 

Cfr. il celebre pentametro dell' Ars amatoria  di Ovidio semibovemque virum semivirumque bovem "(II, 24) a proposito del Minotauro figlio di Pasife che si imbestiò nelle imbestiate schegge.

 

Quindi battute a cavallo a caccia di cervi, poi cacce di leoni selvaggi. Eracle ne ha dato l’esempio a Cerinea (Acaia)  e Nemea (Argolide) .

Poi  Cecrope il primo re di Atene che, anguiforme, compie avvolgimenti con le spire davanti alle figlie.

Anche gli Ateniesi e i Greci in generale traggono origine dal Caos ma poi lo hanno superato con la bellezza attribuita alla fase olimpica. Questa è la loro distinzione rispetto ad altri popoli. Cfr. La nascita della tragedia di Nietzsche con l’estinzione dei malinconici Etruschi.

Dai loro discendenti toscani però, aggiungo, è derivata la nostra koinh; diavlekto~ italiana.

 

Infine Ione pose crateri d’oro nel mezzo della mensa- crusevo~  t j ejn mevsw/ sussitivw/-krath`ra~ e[sths  j- (1165-1166). Utili per il simposio, la compotatio cui Leopardi assegna l’occasione per parlare mentre si mangia si dovrebbe tacere.

Leggiamolo

“Il mangiar soli, to; monofagei'n, era infame presso i greci e i latini, e stimato inhumanum, e il titolo monofavgo" , si dava ad alcuno p. vituperio, come quello di toicwruvco" , cioè di ladro…Io avrei meritata quest'infamia presso gli antichi (Bologna. 6. Luglio. 1826.). Gli antichi però avevano ragione, perché essi non conversavano insieme a tavola, se non dopo mangiato, e nel tempo del simposio propriamente detto, cioè della comessazione[1], ossia di una compotazione, usata da loro dopo il mangiare, come oggi dagl'inglesi, e accompagnata al più da uno spilluzzicare di qualche poco cibo p. destare la voglia del bere. Quello è il tempo in cui si avrebbe più allegria, più brio, più spirito, più buon umore, e più voglia di conversare e di ciarlare. Ma nel tempo delle vivande tacevano, o parlavano assai poco. Noi abbiamo dismesso l'uso naturalissimo e allegrissimo della compotazione, e parliamo mangiando. Ora io non posso mettermi nella testa che quell'unica ora del giorno in cui si ha la bocca impedita, in cui gli organi esterni  della favella hanno un'altra occupazione (occupazione interessantissima, e la quale importa moltissimo che sia fatta bene, perché dalla buona digestione dipende in massima parte il ben essere, il buono stato corporale, e quindi anche mentale e morale dell'uomo, e la digestione non può essere buona se non è ben cominciata nella bocca, secondo il noto proverbio o aforisma medico), abbia da esser quell'ora appunto in cui più che mai si debba favellare; giacché molti si trovano, che dando allo studio o al ritiro p. qualunque causa tutto il resto del giorno, non conversano che a tavola, e sarebbero bien fachés di trovarsi soli e di tacere in quell'ora. Ma io che ho a cuore la buona digestione, non credo di essere inumano se in quell'ora voglio parlare meno che mai, e se però pranzo solo. Tanto più che voglio potere smaltire il mio cibo in bocca secondo il mio bisogno, e non secondo quello degli altri, che spesso divorano, e non fanno altro che imboccare e ingoiare!"[2].  

 

Ma torniamo allo Ione.

L’araldo annunciò l’ingresso libero al banchetto aperto a tutti. Sicché molti intervennero e si saziarano di cibo abbondante-stefavnoisi kosmhqevnte~ (1169) incoronati di fiori.

Da molti testi  greci antichi si vede che bere e mangiare è spesso il nucleo di una festa. Mi dà l’idea che gli Elleni fossero affamati. Questo fatto è più evidente nei drammi di Aristofane. Dunque è comprensibile l’importanza data al mangiare festivo.

Ma oggi, quando dilaga l’obesità tanto che nella spiaggia di Pesaro si vedono, oltre gli adulti, anche i bambini obesi, soprattutto maschi, gozzovigliare è una preparazione del suicidio per lo meno estetico.

Pesaro 31 agosto 2026 ore 11, 53 giovanni ghiselli

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[1] Latinismo: comissatio  significa propriamente "baldoria dopo il banchetto".

[2] G. Leopardi, Zibaldone, 4183-4184.