L’assopimento, le visioni oniriche e la sbandata perigliosa.
“Sollèvati dal suolo, sciagurato-mi dicevo- alza da terra la testa desolata e drizza la schiena curva: non è la fine del mondo questa, e tu devi smettere di essere il ragazzo arciinfelice che sei divenuto finito il liceo. Dai Gianni, coraggio, puoi farcela. Devi arrivare a Debrecen presto, e cercare l’amore e trovarlo. Questo viaggio è il simbolo, la metà della tessera, della tua stessa esistenza: sei solo, sei coperto di nebbia, sei disgraziato e gravido di lacrime che stillano continuamente dalla tua mente malata, sei più pazzo di Aiace, ma devi reagire, poiché non sei stupido, né falso, né ostile alla vita. Ricordati come eri bravo e primeggiavi in tutte le scuole di Pesaro. Con la bicicletta in salita eri sempre il più egregio di tutti i competitori. Alumnus optimus e pure ajgwnisthv" a[risto". Allora non hai trovato l’amore perché impiegavi ogni tua energia per essere il primo nell’agonismo scolastico e ciclistico. In salita a dieci anni battevi i ventenni.
In seconda liceo hai vinto un viaggio premio assegnato ai trenta studenti di liceo migliori d’Italia. Quella volta incontrasti una gelataia a Lubiana e quando la ragazza si fece toccare dove volevi, le dicesti: “you are the great prize of my life. My Yellow-ship I call you”. Da allora hai sempre considerato le donne non renitenti, le vere borse di studio.
Ma allora, a 17 anni eri così pazzo e pretificato che il giorno dopo, seduto in una piccola barca sul lago di Bled tenesti immersa nell’acqua fredda per tanti minuti la mano che aveva toccato il peccato.
Poi la terza liceo, con le Troiane di Euripide. Poi la caduta.
Che caduta fu quella!
O grandi vanti umiliati! Presto però ti rifarai! Nessuno deve riferire a te il lamento di Ofelia per Amleto: “ O, what a noble mind is here o’erthrown !”[1]. A Bologna finora hai dovuto cercare di adattarti a un mondo imprevedibile finché stavi in quel mortorio di Pesaro[2] e in un ambiente domestico gravido di pregiudizi, infelicità e frustrazioni.
La fortuna è mutevole e capricciosa: cambierà ancora! Soffrire in questi ultimi anni è stato destino, ma vedrai che splendore avrà la vittoria! Se questa abissale infelicità non avrà la forza di ucciderti, ti renderà più forte, più forte di tutti.”
Sceso dai monti, a un tratto, sulla sinistra, vidi una luce.
Per un momento credetti e sperai che fosse il sole sbucato di nuovo dalle nuvole occidentali. Invece era un lampione giallognolo, freddo acceso contro il buio precoce. Saranno state sì e no le sette: in quel tempo la provvida ora legale non c’era. Certamente dal sole, che ho sempre adorato come l’immagine visibile della mente divina e del Bene, avrei tratto un conforto maggiore. Quel fioco bagliore non era un segno del tutto propizio. Nemmeno sinistramente ominoso però. Era una luce triste, ma pur sempre una luce.
“Avanti-mi dissi-avanti, ché ce la puoi fare. Non volgere la prua della tua navicella contro la corrente del destino! Procedi con lei! Fatti portare sulla riva della rinascita! Devi armonizzare i movimenti del tuo cervello con le rivoluzioni del cielo, mentre prima hai dato di cozzo nel fato che è il volere, è la parola stessa di Dio!”.
Verso le otto arrivai a Graz sotto un’acquazzone violento e il cielo più buio che mai.
Le lampade elettriche illuminavano l’asfalto bagnato della circonvallazione dove scura dai campi o dal camposanto campestre colava la terra disciolta e trascinata dalla forza dell’acqua che si infangava e rendeva scivolosa la strada. Mi sembrò di vedere sguazzare in quel liquame alcuni pesci debosciati, privi di guizzi.
Infine intravvidi perfino un pesce salato del Ponto appeso a un amo.
Allora, nel dormiveglia compresi che si trattava di visioni oniriche pullulate da chissà dove. Difatti mi ero assopito mentre avrei dovuto fissare la strada a[upno~, insonne, e avvolgere con le mani e le braccia il volante come il drago della Colchide che custodiva il vello d’oro avvolgendolo con spire contorte speivrai~ poluplovkoi~[3].
Tanto mi ero assopito che in una curva sbandai e finìi fuori strada, su un prato. Così mi svegliai.
Passato il terrore, mi dissi:“Tutta la vita così”.
Avevo assunto una posa e un’espressione da attore tragico. La tragedia greca mi è sempre piaciuta assai. Mi ci immergevo, ne traevo modelli e contromodelli.
“Sarà dura arrivare in fondo, quando dirò: “non doveva finire così”.
Giocavo anche un poco con la sfortuna e con il dolore.
Cercavo di reagire alla stanchezza e alla paura. Quindi ricorsi al modello epico e mi sovvenni di Achille che, incalzato dallo Scamandro temeva di fare la stessa misera fine di un bambino porcaio travolto da un torrente in piena[4]. Poi invece il Pelide se l’era cavata.
Anche io ce l’avrei fatta sebbene non fossi il figlio di Tetide. Infatti avevo molto del porco. Dovevo spogliarmi di quel rivestimento sconcio, di quella carne non mia insaccata dal vizio.
Intanto dovevo trovare una camera dove passare la notte già cominciata.
Immerso nel buio e nella solitudine profonda, guardavo le case lungo la strada, ma l’oscurità e la grande miopia mal corretta dagli occhiali appannati mi rendevano difficile la ricerca dell’asilo notturno. Ero ancora lontano dalle lenti a contatto che avrebbero contribuito a migliorare il mio aspetto. Mi ero allontanato da tutto ciò che poteva giovarmi. Tranne lo studio che non ho mai abbandonato completamente.
L’ho sempre visto come la mia stella polare. Sapevo che se l’avessi lasciato perdere avrei perso anche la vita.
Potevo morire già quella notte ma avevo dimenticato a Pesaro il pigiama che mi avrebbe fatto da sudario. Dunque non era ancora giunto il momento.
Gli animali e pure gli umani potevano pure darmi noia e suscirare il mio disgusto, ma gli auctores, gli accrescitori miei non li ho traditi mai, nemmeno per dedicarmi senza limitazione di sorta a una donna amata.
Nemmeno per Elena Augusta o per Päivi che aspettava una bambina nostra lo feci. Quando queste due donne, una alla volta, posavano per me quali incarnazioni della felicità da raffigurare nel mio capolavoro, sapevo che non avevamo molto tempo da passare insieme, perciò dovevo fare presto e impiegare tutta la qualità che avevo se volevo assimilarle per mostrare al mondo tali modelle del mio lavoro supremo scritto per educare popoli interi.
Avvertenza: il blog contiene 4 note e il greco non traslitterato.
Bologna 9 febbraio 2026 ore 18, 57 giovanni ghiselli
p. s.
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[1] Shakespeare, Amleto, III, 1, o quale nobile spirito è qui distrutto! Nel gennaio del 1965 avevo dato un esame di letteratura inglese ricevendo la lode. Ricordo con affetto il professor Carlo Izzo che mi elogiò non solo con la lode aggiunta al trenta. Era un bravo professore e un prezioso educatore. Uno dei pochi, davvero pochi.
[2] Cfr. Catullo, Carmina 81, 3 moribunda ab sede Pisauri
[3] Cfr. Euripide, Medea, 480-482.
[4] Cfr. Iliade, XXI, 281-282
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