Arrivai alla frontiera ungherese che c’era il sole. Mi chiesero se avessi una fotografia per il visto. Non l’avevo. Me ne fecero quattro dopo avermi messo seduto davanti a un muro. Me ne lasciarono una. La conservo. Ci vedo un volto pieno di ombre e foruncoloso. Nel viso si vedeva la peste dell’anima.
Con un aspetto tanto imbruttito e rattristato non sarebbe stato facile risalire la china.
“E’ necessario modificarlo-pensai- rimpastarmi, come diceva la madre mia che aveva assistito con cupa meraviglia al deformarsi del suo promogenito. Devo liberarmi da quel laido groviglio di tormenti, dai ceppi che mi stendono al suolo rendendomi tutto tellurico, già quasi sepolto. Ho il dovere di evadere, di sollevare la testa da quel fango di angoscia che mi toglie la visione della luce del cielo. Devo riprendere l’abbronzatura, l’ornamento del sole che accarezza il mondo e il nostro corpo con i suoi raggi come fa Apollo quando tocca le corde della lira con il plettro, poi voglio riprendere l’altra cosmesi buona fatta corse, bicicletta, nuoto, e digiuni da asceta. Quindi le lenti a contatto per recuperare la significatività degli occhi che ho grandi ed espressivi ma non si vedono dietro quei vetri più adatti ai fondi delle bottiglie che a un volto umano.
Devo ritrovare il compiacimento e l’orgoglio di me stesso, la dignità antica che avevo quando studiavo al Mamiani e vincevo tutte le gare. Riprendere a primeggiare. Generosamente però, non egoisticamente come prima della caduta. Trovare l’accordo con la vita, la mia e quella delle persone buone.
Incontrarle, riconoscerle, chiedere aiuto e darlo.
Dopo il liceo mi sono degradato con il cibo, con la pigrizia e con le lamentele: querimonie plebee, anzi servili.
Poi lo schifo degli altri, aliorum fastidium, genitivo soggettivo e oggettivo, e le solitudini da anacoreta sordido, non santo né pio”.
Ripartii consolandomi con il pensiero che in fondo avevo già dato parecchi esami e con ottimi voti. Questo non bastava: anche tanti imbecilli e ignoranti li prendevano da professori che a loro volta, nella maggior parte dei casi, erano appena dei funzionari della scuola, senza curarsi dell’educazione umana dei giovani. Insegnavano un po’ di sapere quando andava bene, mai la sapienza, mai la curiosità, il desiderio di imparare oltre quello del voto, mai la meraviglia madre della filosofia.
Per farmi coraggio, pensai che il mio sovrappeso era di una ventina di chili, non di trenta: non ero ridicolo, non indicavano a dito la mia pancia. Quand’ero vestito, d’inverno non si notava. Però non potevo spogliarmi. Dovevo comunque rifarmi: il fondo oramai, il punto più basso, l’infimo mio l’avevo toccato. Se non risalivo, potevo morire laggiù.
La caduta doveva diventare uno stimolo energico per salire più in alto rispetto al momento nel quale ero precipitato in quell’abisso di degradazione.
Arrivai a Budapest verso le due del pomeriggio. Mi fermai un’ora per mangiare. Non avrei dovuto. Non ero abbastanza forte per la necessaria ascesi. La mia volontà era fiacca e malata.
Più avanti avrei trovato la forza di saltare il desinare alle due o la cena alle 21. Ancora non avevo assimilato il divieto di mangiare più del necessario, quel vetitum che per alcuni anni sarebbe diventato il primo tabù del mondo occidentale, una volta sospesa la proibizione del sesso.
Buda Pest divisa in due dal Danubio, di fatto e anche nel nome, mi sembrò enorme e dispersiva, mentre è bella e magica non meno di Praga com’era quando la vidi nel ’68 prima che la città boema si trasformasse in un mercato di bancarelle chiassose.
Budapest invece diventò bella e fatata dopo che l’ebbi conosciuta negli ultimi giorni del mese di studio- vacanza ungherese, ed era rimasta tale anche l’ultima volta che la vidi arrivandoci in bicicletta nel 2011 con i tre amici delle imprese ciclistiche: Fulvio, Maddalena e Alessandro.
Nel 1966 avevo sempre la ma angoscia davanti agli occhi e non vedevo quasi nente di Budapest, né trovavo la strada della mia redenzione.
Che poi era quella per Debrecen il luogo dove avrei trovato l’ambiente necessario alla rinascita della mia vita dalla putredine.
Dovetti chiedere dove fosse Debrecenbe utca, la via per Debrecen una decina di volte. Finalmente, come il mio fato volle, riuscii a infilarla. Era, è, la Üllői út, la numero 4. La via della salvezza, la porta verso la vita nuova.
Seguendola per 220 chilometri si arriva nella città universitaria della resurrezione. La terra del riscatto, speravo non senza ragione. Erano passate le quattro. In quel momento prevaleva l’angoscia di non arrivare prima del buio. Il sole non era più tanto alto da rassicurarmi. Calcolai che il tramonto da quelle parti doveva cadere mezz’ora prima che da noi: entro le otto il dio sarebbe sparito alle mie spalle, entro le nove sarebbe stato buio pesto. Calcolare, conteggiare, riflettere mi ha sempre aiutato a minimizzare l’angoscia, a difendermi dai colpi bassi della fortuna e dalle fregature dei farabutti. Un poco alla volta ho imparato a farlo con metodo. Avrei trovato anche questa strada- ojdov~- mevqodo~-, hJ mevqodo~, femminile. Extra feminam non est salus, non est vita; si est tamen non est ita.
Avvertenza: il blog contiene 10 note e il greco non traslitterato.
Bologna 10 febbraio 2026 ore 18, 01 giovanni ghiselli
p. s.
Questa ennesima revisione non è vana. Riesco a ripulire a migliorare ancora il testo dal punto di vista fonico, estetico e logico. Correggendolo correggo me stesso. Perfino il mio femore operato otto mesi fa. Oggi ho pedalato la bicicletta sulla strada, non solo quella da camera. Sto imparando di nuovo come quando ero bambino e pedalavo sulla destra della mamma secondo le sue indicazioni.
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