lunedì 9 febbraio 2026

L’apprendistato Secondo capitolo Il viaggio del trasognato guidatore. Dal mare alle montagne.


Correndo dunque, e facendo una strage di moscerini che avevano impiastricciato il parabrezza e il muso della Seicento, ero riuscito a precedere il buio maligno solo di pochi minuti. Quando arrivai alla periferia di Debrecen, la cittadina universitaria della mia borsa di studi, il sole si era già immerso nella selvatica landa alle mie spalle, mentre dall’altra parte, la zona boscosa della Transilvania e dei selvosi Carpazi, vedevo arrivare le tenebre di una notte inquieta, popolata di spettri che mi mettevano in cuore strane emozioni: miste di presentimenti non buoni e di  speranze indefinite.

Per confortare il mio avvilimento, pensavo che gli  scrittori da me più ammirati e presi a modello avevano vissuto anni di una vita semisepolcrale simile alla mia.  

 Ero molto giovane allora: quanto a esperienza di uomini, per non dire di donne, insomma di rapporti umani, ero quasi un infante.

 

Ero partito da Pesaro la mattina del 14 luglio, da solo. Avevo costeggiato il mare Adriatico sulla strada Romea e attraversato un pezzo di pianura padana; poi erano apparse delle montagne, brutte però, spelacchiate, informi se non anche deformi; insomma molto diverse dai monti noti e cari, le Dolomiti antropomorfe che si ergono sulla valle di Fassa nell’ azzurro dell’etere. Dialogavo con loro nei mesi di agosto degli anni Cinquanta quando la zia Giulia mi portava a Moena dove non avevo nessun altro amico con cui scambiare qualche parola. Parlavo con quei monti che per loro umanità,  mi rispondevano sempre, quasi sempre.

Se  loro tacevano, osservavo e salutavo le trote guizzanti sopra l’acqua impetuosa dell’Avisio non ancora digato a monte, presso Soraga.

 Mentre avanzavo tra catene che stringevano l’orizzonte da tutte le parti, il cielo residuo prima si ornava con  piccole nubi ricciute, poi si ingombrava di nuvoloni  sempre più grossi, acquosi, plumbei sui monti lividi, finché arrivarono a togliermi il conforto della luce solare.

Temevo che si apprestassero a versare oscenamente i loro liquidi, facendo scivolare la macchina vecchia e stanca fino a un burrone orrido, immenso dove avrei trovato la morte scoscesa.    

Infatti cominciò a piovere sulle piante rade e scure di quei monti anonimi e deturpati dalla calvizie, simili a cani  dal pelo tarlato. Non si vedeva un’Oreade che fosse una. Nemmeno una Driade si scorgeva.   

Mi sembrava piuttosto di udire bestie immonde: canidi affamati, che  latravano in branco, o ululavano solitari fissando il  cielo già quasi  ottenebrato. Ho sempre avuto paura e ripugnanza dei cani, almeno di quelli che con il loro abbaiare furioso e l’aggressività sì e no trattenuta da guinzagli malsicuri assimilavo fin da bambino a uomini rumorosi, cretini, violenti, o a donne infuriate.

Proseguivo desolato e atterrito tra quegli spazi ignoti e minacciosi. Ero un ragazzo che a tratti vedeva  il male anche nel nulla.

 Non sembrava nemmeno più estate. Novembre sembrava. Ero tentato di tornare a Pesaro dove almeno la spiaggia coperta di ombrelloni e capanni, e l’acqua marina ricca di raggi e di flutti,  di chiarori e di guizzi che moltiplicavano la luce del sole,  mi assicurava che la stagione meno dolente non era finita. Ma a Debrecen avevo un appuntamento con il destino. Un destino buono col senno del poi. Ho imparato ad amarlo. Mi avrebbe fatto incontrare l’amico Fulvio e alcuni amori  importanti: li racconterò perché sono storie belle, di resurrezione e riscatto.

Alcune delle persone che incontrerò bel collegio universitario di Debrecen le rivedrò per diversi decenni e avrò modo di rivelare la verità estrema dei tipi umani rappresentati da loro. I loro lineamenti, come i miei, nel corso dei decenni si scuciranno e dovrò fare un lavoro di restauro per individuare la fisionomia vera, quella che raffigura il carattere di ciascuno.

 

Arrivai sul Tarvisio che Zeus pioveva, tuonava e fulminava.

“Tuono e lampo btronth; kai; sevla"- pensai- sono segnali, segni alati del cielo,  simili a quelli ricevuti da Edipo giunto a Colono e diretto al bosco sacro della sua redenzione”.

Avevo dato gli esami di greco: tutta l’Odissea, e sette  tragedie di Euripide. Eschilo e Sofocle li avrei tradotti per insegnare  nei licei di Bologna e farmi ascoltare.

Non ho mai tradito me stesso al punto di abbandonare lo studio né l’insegnamento con l’educazione.

Attirato da quei segni divini, decisi di proseguire. Prima però scesi dall’automobile e andai a cambiare denaro per mangiare e dormire in Austria: a Graz, se ci fossi arrivato a un’ora possibile, poiché c’erano altri duecento chilometri ignoti da percorrere, probabilmente sotto la pioggia. Avevo un forte male di gola e molti timori imprecisati. Volevo capirli, determinarli, domarli.

 Per questo dovevo procedere. Fata viam invenient [1], pensai. Avevo dato anche latino con tutta l’Eneide. La via da percorrere era quella che portava alla mia identità, al diventare quello che sono, non dico chissà chi, però sicuramente me stesso. Questo contava.  Dovevo individuare tale ojdov~ [2]  e una volta trovata, percorrerla metodicamente appunto, evitando sviamenti e altri traviamenti.

Quando fui rientrato nell’automobile, vidi un lampo che illuminava l’Oriente, la parte di Graz e “di quella terra che il Danubio riga-poi che le ripe tedesche abbandona”[3]. 

L’abito letterario non me lo sono mai tolto. Mi ha sempre aiutato.

 Sentìi tre volte il suono di un tuono strano: aveva qualche cosa di musicale. Aderitque vocatus deus [4], completai.

Troppe citazioni, penserai tu lettore, sfoggio anche pacchiano.

Può essere, ma allora non avevo altro di bello da presentare.

 Cercavo di trarre auspici non infausti da quanto di nuovo sentivo e vedevo. Sperare che la mia vita sarebbe cambiata in meglio era plausibile: in peggio non poteva. Guardai le creste dei monti che apparvero cosmetizzati, lisciati e imbelliti dalla pioggia intermittente, seguita da qualche sprazzo di sole , e mi sembrò di scorgere, mentre saltava di vetta in vetta, una creatura meravigliosa, vestita di bianco. Presagio di un incontro felice?

Sì ma quando? Forse si sarebbe fatto aspettare a lungo per darmi una gioia maggiore.

Intanto i capelli rossi della creatura divina mandavano bagliori solari che mi fecero pensare al vello d’oro. Gli occhi neri scintillavano illuminati da un fuoco prometeico.

Un vento libertino le sollevava le gonne fino alla metà delle cosce ben tornite. Fin da bambino molto piccolo cercavo di guardare le gambe delle donne, più insù che potevo

“Benedetta sei tu” gridai!

Quindi: “Elena dissoluta, Polissena bella e fine, Ifigenia santa, Cassandra profetica !” invocai con tono e versi da negromante,  poi aggiunsi altri nomi  di donne speciali che avevo incontrato nei libri buoni e prefiguravano le femmine umane degli incontri reali e fatali. Carnali e spirituali. Dovevano essere diverse decine per contrappesare tanto dolore. 

 Questa visione poteva preannunciare la creatura bella e fine che un giorno avrei incontrato e mi avrebbe amato se non mi fossi perduto d’animo e avessi ricominciato a progredire, cercandola. Avrei voluto unirmi a lei in un tripudio bacchico al suono  degli evoè rituali.

Sentivo che quell’apparizione prefigurava qualche cosa della mia esistenza.

 

Allora era una figura eterea, una promessa quasi ultraterrena, ora che sono prossimo agli 82 anni, iam senior, sed cruda mihi  viridisque senectus " [5], posso chiamarla per nome, anzi, grazie al mio Dio generoso, con molti nomi, pollw`n ojnomavtwn morfh; miva[6], e ringraziare Zeus chiunque egli sia, di avere mantenuto la grande promessa di allora: di avermi fatto incontrare quella  creatura celeste, incarnata in Helena  , in Kaisa , in Päivi, le finlandesi di Debrecen, in Helena di Praga, e nelle italiane incontrate qua e là, in Gianna, in Ifigenia, in Carlotta, in Olga, in Magda, in Daniela, in Benedetta e in diverse altre. Tutte dileguate, ma non senza avere prima svolto la loro funzione storica. Sempre grazie  Dio, chiunque mai egli  sia, o[sti" pot  j ejstivn[7].

Oggi comprendo un’altra cosa che mi fa rivalutare la depressione dei miei ventanni: sono ingrassato, mi sono imbruttito e deformato per entrare più profondamente in me stesso, come ha fatto Edipo acciecandosi.

 

Un poco confortato dunque, scesi dal passo Tarvisio tra i villaggi lindi dell’Austria: Villach e altri, in direzione di Klagenfurt. C’era qualche cosa di simpatico, pulito, ordinato in quei paesi, mentre le nuvole sembravano diradarsi.

 Invece, quando ebbi traversato Klagenfurt e ripresi a salire tra i monti, il cielo si annerò tutto di nuovo, poi riprese a piovere, infine la luce scomparve in un vapore esalato dagli stessi monti bagnati. Procedevo nell’oscurità della notte deserta.

“Buio d’inferno e di notte pivata

D’ogni pianeta, sotto pover cielo,

quant’esser può di nuvol tenebrata”

recitai per dirmi che non ero solo del tutto in questo mondo, né senza aiuto: mi sostenevano sempre miei auctores. Allora non mi era chiaro ma oggi posso dire che mi hanno aiutato nella vita in tutto: anche a trovare l’amore, anzi gli amori.

Il momento di ottimismo però trascorse via in fretta.

 La Seicento sbandò e pensai che qualcosa mi inceppava il cammino. Avevo paura di non arrivare alla meta. Tra quelle montagne ignote non si vedeva più niente, tranne una decina di metri davanti all’automobile che procedeva con i fari abbaglianti accesi. Ma sì, potevo anche morire. “Tanto della mia vita-pensavo- non importa niente a nessuno”.

Tranne a mia madre, alle zie e ai nonni che del resto avevano tanti altri problemi loro e non potevano sobbarcarsi anche i miei. Per 19 anni, anzi, ero stato io la principale ragione di vita per loro. Sentivano che erano vissuti per me. Ma da quasi un triennio, la trilogia temporale tragica della mia vita, toglievo uno scopo alla loro esistenza mandando in malora la mia.

Però volevo reagire a tanta cupezza. Sentivo che era eccessiva e pure un poco affettata.

L’affettazione è “un asperissimo e pericoloso scoglio” ricordai e mi feci di nuovo coraggio citando Castiglione e Leopardi abbinati.

 Gli autori mi hanno salvato la vita ancor prima delle amanti e degli amici

 

Avvertenza: il blog contiene 7 note e il greco non traslitterato

 

Bologna 9  febbraio 2025 ore 12, 54

 giovanni ghiselli.

 

p. s.

Questa parte è già pubblicata da un editore che è stato coraggioso e generoso in quanto non mi ha chiesto un soldo ma non ha la forza di farmi leggere. Vedo che invece sono molto letti i miei post nel blog e in face-book: nel blog, che ha un contatore, una media superiore ai 400 al giorno da  4790 giorni. Arriverò a due milioni di lettori entro l’estate. Il volume Tre amori a Debrecen che si trova nella biblioteca Ginzburg di Bologna è stato chiesto in prestito da molte persone. Sicché, se vi interessa, fatevelo prestare o leggetelo a puntate in questo mio blog dove c’è anche il seguito.

 

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[1]  Virgilio, Eneide III, 395, i  fati troveranno la via.

[2] Via

[3] Dante, Paradiso VIII, 66-67. Ovviamente designa l’Ungheria, la terra magiara..

[4] Eneide, III, 395, e sarà presente, invocato, un dio.

[5] Cfr. Eneide, VI, 304, già piuttosto  vecchio, ma  cruda e vigorosa è la vecchiaia mia

[6] Eschilo, Prometeo incatenato, 210, una sola forma di molti nomi.

[7] Cfr. Eschilo, Agamennone, 160.

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