Uscii per mangiare in fretta e tornare presto in camera. Volevo alzarmi la mattina di buonora. Fuori pioveva sempre e faceva freddo. Mentre cenavo, immeritatamente, dopo le tante ore passate seduto, pensai che dovevo orientarmi cercando di capire il destino: cogliere e interpretare i segni del cielo e di Dio che, con la sua mente ordinata e magnanima, nulla lascia procedere a caso. E avverte con premonizioni. E’ bene, anzi è necessario notarle e svelarle. Non sono sempre chiarissime, ci vuole un animo attento e allenato per comprenderle. Ho sempre fatto caso ai segni premonitori, fin da bambino.
Ricordai che Ammiano Marcellino commenta positivamente l’ attenzione del suo eroe, Giuliano Augusto, per gli auspici che si traggono dagli uccelli: non che i volatili conoscano il futuro, sed volatus avium dirigit deus .
I segni del cielo mi avrebbero indicato la strada da seguire con metodo. I risultati raggiunti mi avrebbero dato conferme o smentite.
Exinde quid agi oporteat bonis successibus instruendus .
Gli ultimi successi erano gli esami superati con buoni voti. Ma ce ne volevano altri, di altro tipo: quelli con le femmine umane e di queste avevo esperienze confuse.
Più tardi mi addormentai mentre pensavo ancora ai segni ricevuti quel giorno.
All’una, fui svegliato da un campanello.
Prima credetti di sognare quel suono, poi mi svegliai.
Mi chiesi se avessi sognato gli squilli che potevano essere prodotti da un sistro scosso da Iside che voleva svegliarmi dal sonno e dall’oblio della mia identità, perché ritrovassi la dignità antica di studioso curioso che ricordava con gioia tutto quanto leggeva, e per giunta la capacità di agonista che vinceva le gare.
Fino a recuperare la forma umana, dopo avere eliminato il rivestimento bestiale. Ma questa era la storia di Lucio raccontata da Apuleio, non la mia. Dunque non era stata Iside a svegliarmi.
Non potevano essere state neppure le cicale che frinivano pazze di sole poiché faceva freddo e pioveva, né avevo sognato quei suoni siccome gli squilli ripresero: qualcuno scampanellava davvero e con insistenza. Nessuno andava ad aprire. Vecchie sorde o paurose. Ancella infingarda, se c’era. Io? Non c’entravo, non mi sembrava il caso, poi avevo paura. Continuò per alcuni minuti.
Chi è alla porta, chi è alla porta, chi? Mi domandai .
Guardie di frontiera che mi inseguivano dopo avere considerato la fotografia del mio volto mostruoso, oppure ladri o assassini, scomposte menadi ubriache, spettri di bambini strozzati dalle loro madri in un fosso, o strane congreghe di “diavoli goffi con bizzarre streghe” , o che altro?
Comunque era un segno. Di sventura?
Ma no, forse era un segno sonoro che annunciava cambiamenti in meglio.
In peggio non era possibile.
“Tutto è pieno di dèi” volli pensare, forzandomi un poco.
Rimasi sveglio una mezz’ora per interpretare quel segno.
Lo feci in questo modo: “Non addormentarti, non rimanere assopito e stordito nella casa di Pesaro. Non frequentare quelli che giocano a carte e giocano con il tuo cuore spezzato, ti deridono, sghignazzano sopra il tuo dolore di Pegaso caduto e azzoppato. Basta che tu dica: non fumo!” e partono risate con motteggi, insulti, atti di spregio.
Non è l’ambiente per te. Svegliati, alzati, cerca nuove dimore, esperienze nuove, anche a costo di ferirti.
Devi imparare a stare ritto senza essere sorretto dalle donne di casa. Devi renderti madre, zia, nonna e sorella di te stesso.
Se resti là, non potrai ritrovare l’identità smarrita che del resto non era ancora compiuta quando è tramontata. Quella andava bene per un adolescente liceale cresciuto tra donne imperiose. Stavi diventando un sordido anacoreta, uno sgobbone dal genio soffocato. Non devi tornare a quel ragazzo dimezzato, ignaro di ogni altro bene oltre i successi scolastici e ciclistici. Un atleta mancato oltretutto.
Del resto le gare in bicicletta non le fai da quasi due anni. Il certame ora è quello massimo: conquistare una identità di uomo, di uomo compiutamente umano.
A Debrecen cerca di conoscere delle persone buone e stimolanti alla crescita, donne soprattutto, le donne belle e fini che devi meritarti: prova a iniziare una vita nuova e degna di te! Diventa il gianni che sei! Questa è forse è la tua l’ultima occasione di riscattare te stesso. Devi rendere posizione contro quello che di malato c’è in te. Costringere il tuo caos a diventare forma. La bellezza deve riportare vittoria sull’immane e l’immondo. E’ stato il tuo soggiacere all’opinione di gente priva di grazia, a renderti disgraziato peggio di loro. Ora devi emanciparti ”.
Bologna 10 febbraio 2026 ore 11, 30
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