martedì 10 febbraio 2026

L’apprendistato. Quarto capitolo. Le sorelle fatidiche.


 

Finalmente potei scorgere un cartello con la scritta Zimmer frei attaccato alla porta di una casa a tre piani.

 Mi fermai, scesi dalla Seicento, suonai. Una finestra del secondo piano si schiuse: ne sbucò una testa bianca che riserrò subito i vetri senza dire parola. Aspettai un poco con la voglia di cercare più avanti, ma l’anziana venne ad aprire il portone .

Zimmer frei?” chiesi. Quella disse solo: “Passport   e tese la mano. Glielo diedi. La vecchia lo prese e guardò la fotografia confrontandola, sospettosa, con la mia faccia da ragazzo sconciato dall’infelicità.

Poi disse “Einen moment , bitte!”. Quindi si mosse verso una piccola porta situata a metà del corridoio quasi buio che dall’ingresso menava a una scala. Aprì quell’uscio, disse qualcosa a qualcuno e tornò. Camminava piuttosto in fretta per la sua età. Subito dopo, dall’andito scuro arrivò un’altra anziana, somigliante alla prima, meno arcigna nel volto però. Al punto che mi sorrise. Me ne rincuorai. Parlarono un poco tra loro, mentre mi esaminavano guardandomi obliquamente. Infine si resero conto che non avevo intenzioni cattive. “ Forse hanno capito che non sono un epigono di Raskol’nikov”[1], pensai.

In effetti non ho mai premeditato di ammazzare due vecchie. Nemmeno una a onore del vero.

La meno aspra mi diede due chiavi: una della porta di casa che mi fece aprire e chiudere diverse volte per la paura tipica dei vecchi di non avere l’uscio serrato bene, l’altra della mia stanza, che mi indicò con un dito, al secondo piano.

La più diffidente e dura, non condividendo, forse, l’atto della sorella, ritenuto affrettato, si mise ad agitare entrambe le mani: con la sinistra, più arretrata, accennava a restituirmi il passaporto, ma con la destra, tesa quasi fino al mio volto, manifestava il desiderio  di essere pagata in anticipo, e senza indugio, sfregando rapidamente l’indice con il pollice e dicendo: “Schilling, schilling, sofort!”, più volte. Poi scrisse un numero.  Un prezzo non esoso invero, e colazione compresa. Pagai, riebbi il passaporto, e salii nella camera. Era spaziosa, poco illuminata e fredda. Mentre sistemavo la roba, pensai cosa potessero significare quelle due donne che mi avevano dato ospitalità nella notte, ma con diffidenza. “Sono simboliche queste due ”, pensai, “forse addirittura fatidiche sorelle, messaggere  del fato come the weird sisters del Macbeth [2]”.

Gli auctores, i miei accrescitori mi aiutavano sempre: mi fornivano i verba per i pensieri che talora erano immersi così  profondamente nel mio cervello da non trovare  la chiarezza delle parole mie nell’emergere dal fondo dove erano rimasti fissati a lungo. Talora perfino il Verbum, oltre ai verba, mi suggerivano gli autori pagani e cristiani.

  Le anziane  di Graz dunque potevano significare la parte meno buona delle mie zie, le sorelle assai più attempate di mia madre, la Rina e la Giulia.

 Io dovevo fruire della loro ospitalità a Pesaro d’estate, e a Bologna nella casa che mi avrebbero regalato dopo la laurea, se l’avessi presa a pieni voti, e dovevo ripagarle, ossia ricompensarle facendo un poco di carriera nella scuola: se fossi diventato professore di greco e latino nel miglior liceo di Bologna, loro due, ex maestre elementari, all’estero, tra l’altro a Budapest quando c’era il fascismo, avrebbero avuto sufficiente soddisfazione.

 “E’ un lavoro già dignitoso” diceva la zia Rina, la più esigente.

Appena dignitoso, intendeva. Il loro nonno materno, Guglielmo Scattolari, facendo l’avvocato, aveva messo insieme diverse centinaia di ettari di buona terra a Montegridolfo. Dopo di lui ero stato il primo della famiglia a fare egregiamente il liceo classico di Pesaro e a studiare nell’alma mater di Bologna.

 Se avessi insegnato all’Università, sarebbero state oltremodo felici.

 Dovevo rispettarle, accontentarle, ed essere grato per l’aiuto che già allora ricevevo, però non dovevo permettere alle due zie, più o meno ancora fasciste e  clericali per giunta, di interferire nella scelta delle mie donne, del mio destino. Volevano che mi sposassi con “una brava collega”. Ossia auspicavano  una ragazza di “buona famiglia”  borghese, vergine, che insegnasse, mi preparasse piatti digeribili, e tenesse ordinata la casa. Dotata, stipendiata e pudica sarebbe stata l’ optima uxor per me. Poteva essere vero ma i miei gusti erano diversi

Faccio un salto in avanti  per chiarirlo. Quando cominciai a insegnare, alla fine del 1969, rifuggivo dalle giovani collega in cerca di marito. Avevo già iniziato  con le straniere lontane, e tra  le italiane mi interessavano le già fidanzate o le mal maitate. Le ragazze madri anche mi erano simpatiche. A venticinque anni avevo già compreso e deciso di essere un antimarito. Quanto alla paternità cominciavo già allora a sentirla nei confronti dei miei allievi.

Non volevo una moglie tratta dalla sesquiplebe[3], una torsola,  bensì un’amante bella, intelligente, sensibile, libera, colta, sportiva.

Una che vivesse d’arte e di amore, come Tosca o una zingara dionisiaca come Carmen.  Un’artista dotata di vis vitalis, una della mia levatura, quella che avevo perduto e nel ’68 stavo già ritrovando.

Diverse amanti volevo incontrare anziché una sola, e ciascuna più speciale dell’altra. I luoghi comuni, la gente ordinaria, la turba dei chiacchieroni e dei fanfaroni, mi disprezzava contraccambiata. Quelli che giocano a carte fumando e cianciando tra pettegolezzi, battute da frustrati sessuali, ripetitori di luoghi comuni.

 Quando avevo cercato di assimilarmi a coloro, mi ero degradato fino a sentire le strigi che stridevano schernendo lo strazio della mia identità deturpata. Ridicolo ero stato per gli usuali, gli sfortunati molti, perché non fumavo, non giocavo a carte, non seguivo le partite di calcio, non andavo a prostitute, non mi drogavo né cercavo la fidanzata vergine da sposare.

Quando cercai di imitare quegli ordinari divenni ridicolo e spregevole anche ai miei occhi.

Se avessi continuato a tentare di adeguarmi a tale genìa dal carattere opposto e ostile al mio, sarei morto disprezzato e deriso anche da quella genìa.

La vita del marito di una donna insignificante,

 l’esistenza del funzionario seriale della scuola e della stirpe non faceva per me.  Questo cominciavo a intuirlo già durante il viaggio che sto raccontando.

Le zie d’altra parte mi  aiutavano e ancora più mi avrebbero aiutato in seguito. Mia madre le chiamava le “sorelle Materassi”. Invero avrebbero voluto la mia sottomissione.  

Capivo che mi avrebbero aiutato ancora di più una volta che mi fossi sottratto al loro controllo. Soccorrevole  e meno imperiosa era la madre loro l’amabile nonna Margherita molto simile a me: da ragazza diciottenne, nel 1900, minorenne dunque in quel tempo, era scappata dal palazzo di Pesaro dove viveva per seguire l’amato Carlino a Sansepolcro. Un giovane già ammogliato che studiava canto al conservatorio musicale di Pesaro. “Ti sorrida l’arte e l’amore” gli scrisse.

   Le donne di casa mia dovevano capire che una creatura alata come Pegaso, se viene messo a girare la ruota del mulino, si ammala e muore.

Con il loro aiuto dovevo restaurare

 le ali che mi ero lasciato spennare da gente stupida, cattiva, priva di storia e di gevno".  

Mi mancava la compagnia di persone del mio stampo che sente, respira, vive le bellezza e l’arte. Dovevo trovarla.

 


Note

[1] Il protagonista di Delitto e castigo di Dostoevskiy. Ammazza due vecchie appunto.

[2] Shakespeare, Macbeth, I, 3.

[3] Cfr. Vittorio Alfieri, satira IV, La sesquiplebe    

D'ogni Città voi la più prava parte,

       Rei disertor delle paterne glebe,

        Vi appello io dunque in mie veraci carte,

           Non Medio-ceto, no, ma Sesqui-plebe.  (vv. 31-34)

 

Bologna 10 febbraio 2026 ore 9, 58  giovanni ghiselli

p. s.

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