Storiografia moralistica e retorica secondo Auerbach.
Tuttavia non manca la categoria economica Santo Mazzarino cita Tucidide, Tacito
e altri. La riforma monetaria neroniana.
Dalla storia si
possono ricavare tanti e vari argomenti: l'economia, la politica istituzionale,
la psicologia, secondo i gusti di chi la insegna e di chi deve impararla. Ci
furono anni, quando era di moda il marxismo, nei quali era obbligatorio il
discorso economico, strutturale; ora che Marx è stato messo in soffitta, si
preferiscono le sovrastrutture. Quindi sono passati in secondo piano i
"severi/economici studi" e vale più "il proprio petto/esplorar". Di fatto
psicologi e psicoanalisti fanno spesso delle chiacchiere inconsistenti.
Pasolini spiegava dei fatti con l’aiuto della grande
letteratura.
Un grave difetto dei marxisti fu la
sottovalutazione dell’irrazionale:“ Dopo l’intervento razionale di Atena, le
Erinni-forze scatenate, arcaiche, istintive, della natura-sopravvivono: e sono
dee, sono immortali. Non si possono eliminare, non si possono uccidere. Si
devono trasformare, lasciando intatta la loro sostanziale irrazionalità:
mutarle cioè da “Maledizioni” in “Benedizioni”. I marxisti italiani non si sono
posti, ripeto, questo problema”.
“Sebbene comporti le proprie
determinazioni, le proprie logiche, le proprie razionalità, la Storia è anche irrazionale
perché comporta rumori e furori, disordini e distruzioni. Si dovrebbero far
copulare Marx e Shakespeare. In effetti i tragici greci, gli elisabettiani e,
in particolare Shakespeare, hanno mostrato che le tragedie del potere erano
tragedie della passione, dell’incoscienza, della dismisura umana”.
Se una volta, dietro richiesta dei ragazzi, si
studiava il Rostovzev prima ancora di leggere Tacito, ora si cerca
l'approccio antropologico, o si studia la psicologia della fanciulla Ottavia,
che era costretta a celare i propri sentimenti,
Era la figlia di Claudio e Messalina, moglie
giovinetta e vittima di Nerone, ragazzo manovrato dalla madre e dai pedagoghi in un ambiente dove c'erano pugnali perfino nei
sorrisi: "Octavia quoque, quamvis rudibus annis,
dolorem caritatem omnes adfectus abscondere didicerat" ( Annales,
XIII, 16), anche Ottavia, sebbene non scaltrita dall'età, aveva imparato a nascondere la pena, l'amore e tutti
i sentimenti.
La storiografia antica si presta comunque a
letture diverse. Auerbach sostiene che gli antichi "non vedono forze,
bensì vizi e virtù, successi ed errori; la loro impostazione del problema non è
evoluzionistica né nei riguardi dello spirito né in quelli della materia; è
invece moralistica".
Storiografia
moralistica e retorica secondo Auerbach.
La storiografia “ retorica”, oltre che “moralistica””
di cui parla Auerbach in Mimesis si
avvia con Sallustio.
Auerbach
analizza alcuni capitoli (16 e
seguenti) del I libro degli Annales di Tacito.
Raccontano la rivolta delle legioni della Pannonia successiva
alla morte di Augusto.
.
Tacito dunque denigra la rivolta senza mostrare nessuna
attenzione alle difficoltà e alle richieste dei soldati: “una legione in rivolta per lui non è altro che una marmaglia senza
legge (…) non soltanto egli non ha nessuna comprensione, ma in genere
nemmeno nessun interesse positivo per quelle richieste; egli non polemizza
contro di esse con argomenti positivi, non si prende affatto la pena di
dimostrare che sono ingiustificate; invece
alcune considerazioni puramente moralistiche (licentia, spes praemiorum, pessimus quisque, inesperti animi) sono
sufficienti per previamente invalidarle (…) non esiste nell’antichità una
profonda indagine storica che tratti metodicamente lo sviluppo dei movimenti
sociali e nemmeno quelli degli aspetti spirituali. Questo è stato notato di
passaggio da studiosi moderni; così il Norden nella sua (Antik Kunstprosa (II, 647): “Dobbiamo pensare che un’esposizione
delle idee generali che muovono il mondo non è stata in genere mai fatta dagli
antichi, anzi nemmeno mai tentata”; e Rostovcev
nella sua Social and Economic History of
the Roman Empire (p. 88) dice: “Gli
storici non s’interessano alla vita economica dell’impero”. Queste due
opinioni rflettono il modo particolare degli antichi di vedere le cose: essi non vedono le forze, bensì vizi e
virtù, successi ed errori: la loro
impostazione del problema non è evoluzionistica né nei riguardi dello
spirito né in quelli della materia; è
invece moralistica (…) La storiografia di tipo moralistico, e
per di più quasi sempre strettamente cronologico, che lavora sulle basi di
categorie immutabili, non può produrre
oggetti sintetico-dinamici, quali adoperiamo noi oggi, Concetti come
“capitalismo industriale” o “economia di
piantagione…e d’altronde anche concetti come Rinascimento, Illuminismo,
Romanticismo, che in primo luogo
designano epoche, ma anche sintesi di fatti (…) E per tutti questi concetti
è essenziale che in essi il divenire e il trasformarsi , e cioè l’idea dello
sviluppo sia implicita. Al contrario, i concetti moralistici, e perfino quelli
politici (aristocrazia, democrazia e via dicendo) costituiscono concezioni
aprioristiche ancorate all’antichità ”.
Auerbach nota che Rostovcev considera gli aspetti
economici dell’impero romano. Per esempio “ si pone la questione di come si
debba spiegare la presenza in Italia d’un numero relativamente grande di
proletari”. Una frase e una domanda simile sarebbero inconcepibili in uno
scrittore antico…Apriamo Tucidide, e
allora troviamo, accanto alla
continua descrizione degli avvenimenti di primo piano, soltanto considerazioni di contenuto statico e aprioristico, per
esempio sopra il carattere degli uomini o il destino, che certo vengono
applicate a situazioni particolari, ma valgono in assoluto.
Questa affermazione è discutibile come vedremo
Auerbach torna al testo di Tacito. Se non lo
interessavano le pretese dei soldati e non aveva nessuna intenzione di
discuterle oggettivamente, perché nel discorso di Percennio le presenta con
tanta vivacità? Qui esiste un motivo puramente estetico. Dello stile dei grandi storici fanno parte le grandi orazioni, che per
lo più sono finte, servendo a rendere drammaticamente visivo (illustratio) il fatto, e talvolta anche
a esprimere grandi pensieri politici e morali, e in ogni caso debbono costituire i pezzi più brillanti
della rappresentazione…Tacito è un
maestro, e i suoi discorsi non sono semplice decorazione, ma sono veramente pieni del carattere e della
condizione di colui che finge oratore, e tuttavia essi pure sono innanzi tutto
retorici. Percennio non parla la sua lingua, ma quella di Tacito, e cioè
estremamente concisa, eccellentemente ordinata e altamente patetica…E questo è il secondo segno distintivo
della storiografia antica: la retorica. Moralismo e retorica le danno grande ordine, chiarezza ed efficacia
drammatica…qui è il limite. Moralismo e retorica sono inconciliabili con l’idea
della realtà quale sviluppo di forze; la storiografia antica non ci dà né
storia di popoli né storia economica e spirituale”.
Nella storiografia antica dunque mancherebbe la
struttura economica.
S.
Mazzarino invece ritiene che al pensiero storico classico non manchi un'ampia e
approfondita considerazione dei fatti economici:"Basta pensare, per es.,
all'archeologia di Tucidide, tutta fondata su aJcrhmativa e crhmavtwn th;n kth'sin; concetti che lì sono
fondamentali, non già semplici riferimenti. Tacito (…) Plinio il Vecchio (…)
hanno interpretato con acutezza i fatti sociali dell'epoca giulio-claudia".
Si
pensi alla crisi dell’agricoltura italica dovuta all’estendersi dei latifondi,
per esempio: latifundia perdidere Italiam" scrive Plinio il Vecchio.
Per quanto riguarda l’autore degli Annales"Questa idea della crisi
economica dell'Italia domina il pensiero di Tacito, e dà ad esso toni di
tristezza profonda: infatti, la ritroviamo in un passo degli Annali, XII, 43, meritatamente
celebre”:"at
hercule olim Italia legionibus longiquas in provincias commeatus portabat, nec
nunc infecunditate laboratur, sed Africam potius et Aegyptum exercemus,
navibusque et casibus vita populi Romani permissa est ", eppure, per Ercole, una
volta l'Italia mandava vettovaglie per le legioni in province lontane, né oggi
la terra soffre di sterilità, ma noi preferiamo far coltivare l'Africa e
l'Egitto, e la vita del popolo romano è affidata ai rischi della navigazione.
Siamo nell’ultimo periodo del principato di Claudio
(41-54), ma già Ottaviano Augusto temeva che le campagne rimanessero non
coltivate a causa dell'ozio della plebe, e decise di abolire le distribuzioni
frumentarie:"quod earum fiducia cultura agrorum cessaret ", poiché, confidando in queste, la
gente trascurava la coltivazione dei campi. Tuttavia l'imperatore non perseverò
nel proponimento.
Poi "Una grande crisi scoppiò nel 33 d. C. : i
latifondi coltivati da schiavi rendevano impossibile una qualunque concorrenza
da parte di piccoli proprietari (cfr. il lavoro
odierno degli immigrati schiavizzati ndr.) ; questi si erano indebitati,
ricorrendo a prestiti di latifondisti senatori, sebbene ai senatori fosse
proibita l'usura…Ne derivò la rovina di molti piccoli proprietari, i quali
svendevano i campi per pagare i debiti".
Durante il I sec. d. C. sotto gli imperatori Giulii e
Claudii :" Le tenute di media
estensione furono a poco a poco rovinate dalla mancanza di vendita e vennero
acquistate a buon mercato da grandi capitalisti. Questi ultimi naturalmente
desideravano di semplificare la gestione delle loro proprietà, e, paghi di
ottenerne un reddito sicuro se pur basso, preferivano dare la loro terra ad
affittuari e produrre prevalentemente grano". Del resto La "mancanza
di vendita" di molti prodotti italici era dovuta alla "emancipazione
economica delle province…le condizioni del mercato peggioravano di giorno in
giorno a misura che si svolgeva la vita economica delle province occidentali…A
questo mutamento s'accompagnò il crescente raccogliersi della proprietà rurale
nelle mani di pochi ricchi proprietari". Nihil novi sub sole ndr.
La politica finanziaria di Tiberio ebbe questa
tendenza:"lotta contro il rialzo dei prezzi; e d'altra parte, proprio per
questa sua moderatio nei riguardi degli ottimati, esitazione e anzi
rinunzia a prendere rigidi provvedimenti contro il lusso delle dites
familiae nobilium aut claritudine insignes. Dalle nuove esigenze fu
particolarmente incoraggiato il commercio con l'India, come chiaramente
attestano i reperti numismatici di questa regione. In queste condizioni, il
lamento che la moneta pregiata prendesse la via dei mercati stranieri (pecuniae
nostrae ad externas aut hostiles gentes transferuntur ) restava una protesta platonica,
e denunziava un "drenaggio di oro" a cui Tiberio stesso dichiarava di
non poter porre rimedio".
Passiamo a Plinio il Vecchio e vediamo “un interessante
squarcio di storia sociale scritta da un autore antico”.
“Questo cavaliere dell’Italia settentrionale, freddo e
saggio, ci ha descritto (naturalmente con disdegno) le ambizioni e la luxuria dei nuovi ricchi dell’epoca
Claudia…Come esponente dell’altissima borghesia equestre, egli si intendeva di
fatti economici. Nella travagliata epoca giulio-claudia, gli sembrava dominante
l’ambizione di tutti, di portar anuli
aurei, che in verità sono distintivi dei cavalieri: sotto Tiberio si era
stabilito che solo i nati liberi e di libero avo, con censo equestre e facoltà
di sedere nei 14 ordines al teatro
(vale a dire, solo i veri e propri cavalieri; con Caligola, anche i liberti
avevano quegli ornamenta, “ciò che
prima non era avvenuto mai”; all’epoca di Claudio (che era stato anche
censore), ben 400 persone furono accusate per questo abuso. Nonostante i
provvedimenti di Tiberio, i liberti erano dunque decisi a “sfondare”, anche
contro la legge; e, al solito, il principato di Caligola aveva aperto ad essi
la strada; “l’ordine equestre”, commentava Plinio, “si voleva distinguere dal
resto dei liberi, e doveva subire l’intrusione dei liberti!” Oppure: quelli che
non appartengono all’ordine equestre non si fanno scrupolo di firmare con l’anulus, dalla parte dove è l’oro: “una
trovata dell’epoca di Claudio”; “ed anche i servi portano anuli coperti, all’esterno, di oro” (la stessa nota troviamo nel Satyricon di Petronio”.
Vediamo la volgarità dell’arricchito di età neroniana
Appena entrato nella sala del banchetto, addobbato
di rosso, Trimalchione ostenta gli anelli portati nella mano sinistra:
uno grande placcato d'oro (anulum grandem subauratum Satyricon, 32, 3) e uno d'oro massiccio, ma tutto come costellato di
pezzetti di ferro (totum aureum, sed plane ferreis veluti stellis
ferruminatum), quindi denuda il
braccio destro armilla aurea cultum et eboreo circulo lamina splendente
conexo (32, 4), ornato da un bracciale d'oro e di un cerchio d'avorio
intrecciato con una lamina luccicante, infine si cincischiò i denti con uno
stuzzichino d'argento (pinna argentea dentes perfōdit, 33). E' un
monumento classico, aere perennius, al cattivo gusto, alla volgarità dell'eterno
cafone arricchito.
Questo romanzo rappresenta un mondo “ubi sola
pecunia regnat" (Satyricon 14)
dove solo il denaro comanda, e tutto il resto è venale, si compra e si vende.
Tutto
è venale denuncia Marziale:"venalis populus, venalis curia patrum:/est
favor in pretio" ( X, 41-42), è in vendita il popolo, è in vendita la Curia dei senatori, il
favore è questione di prezzo. Della venalità di Roma si era già accorto il
Giugurta il quale aveva saputo a Numanzia dagli amici omnia Romae venalia
esse (Sallustio, Bellum
Iugurthinum, 20) che a Roma tutto era in vendita, e più avanti,
allontanandosi dall’Urbe, esclamò:"Urbem venalem et mature perituram,
si emptorem invenerit!" ( 35),
città venale e destinata a perire presto, se troverà un compratore!
Giugurta
fu sconfitto e ucciso nel 104
a. C.
Secondo
Sallustio, Roma si adulterò in seguito alla distruzione di Cartagine; prima
"metus hostilis in bonis artibus civitatem retinebat" (41), la
paura dei nemici conservava la città nei comportamenti onesti.
Velleio Patercolo (età di Tiberio) sostiene che mentre Scipione Africano aveva
aperto la strada alla potenza, Scipione Emiliano la aprì alla mollezza: “quippe remoto Carhaginis metu sublataque
imperii aemula, non gradu sed praecipiti cursu a virtute descītum, ad vitia
transcursum; vetus disciplina deserta, nova inducta; in somnum a vigiliis, ab
armis ad voluptates, a negotiis in otium conversa civitas” (Historiae II,
1, 1), infatti rimossa la paura di Cartagine e tolta di mezzo la potenza
rivale, ci si allontanò dalla virtù non a passo, ma a corsa precipitosa, si
passò rapidamente ai vizi, la vecchia disciplina fu abbandonata, una nuova
importata; la cittadinanza si volse dalle veglie al sonno, dalle armi ai
piaceri, dalle faccende all’ozio.
Giovenale (50-127) riprende questo tema nella sesta
satira, quella contro le donne: una delle ragioni della castità delle Romane
antiche era “proximus urbi/Hannibal”
(vv. 290-291), Annibale alle porte dell’urbe. E, continua: “Nunc patimur longae pacis mala; saevior armis/luxuria
incubuit victumque ulciscitur orbem./Nullum crimen abest facinusque libidinis,
ex quo/paupertas Romana perit” (vv. 292-295), ora soffriamo i mali di una
lunga pace; più feroce delle armi il lusso ci è piombato addosso e vendica il
mondo conquistato. Nessun delitto manca né misfatto della libidine da quando è
morta la povertà di Roma.
Bologna 21
ottobre 2026 ore 10 giovanni ghiselli
p. s
martedì 27 ottobre dalle 17 alle 19 presenterò, ancora
nella boblioteca Scandellara, la mia
Introduzione alla storiografia greca e latina.
Questo è il link per seguire
da lontano
https://meet.google.com/qmx-fuhm-tiw
Statistiche
del blog
All time3331842
Today2441
Yesterday4022
This month98199
Last month262275
M. Rostovzev, Storia economica e
sociale dell'impero romano. La prima edizione (in inglese) è del 1926.
Tacito ha appena raccontato l’avvelenamento di
Britannico da parte di Nerone. Siamo nel 55 d. C. e Ottavia ha solo quindici
anni. Verrà uccisa nel 62.