mercoledì 21 ottobre 2026

Viaggio in Grecia 1981 tredicesima parte. La notte di Galaxidion. Le luci del mare, dei monti e del cielo.


 

Al tramonto ci fermammo in un borgo del golfo di Crisa. Galaxidion si chiama. Prendemmo una camera con letto matrimoniale e cenammo in pace e letizia. La giornata ventosa e tormentata era finita in una notte calma, dolce e serena di ultima estate. Dopo cena andammo a sederci sulla riva del mare. Si vedevano cadere le stelle. Ifigenia temeva che il firmamento ne restasse sguarnito. Invece era sempre più ricco di fuochi.

 “Vedi tesoro-dissi-donando si acquista”. Anche il golfo era pieno di luci. Sul mare si muovevano lenti i piccoli lumi delle barche uscite a pescare. Un gradino più sopra si vedevano i lumi di Itea, più in alto quelli di Crisa, poi le luci sante di Delfi, la meta già raggiunta del nostro pellegrinaggio devoto. Due fari lontani, appena visibili, segnavano, forse, la duplice cima del sacro Parnaso; sopra c’era solo il cielo stellato. La via Lattea spiccava nel mezzo. Ifigenia ridendo disse che Galaxidion si chiama così per la Galassia che di lì si vede brillare come in nessun altro luogo. Bellina, monella, rideva. Brillava, brillava anche lei. Mi fece pensare al nostro primo incontro quando la carne nitida e profumata  lievitava ancora, come una pasta preziosa. Eravamo contenti. Finalmente potevamo permetterci di stare in pace, di essere quasi felici. Da un locale notturno venivano le note di un valzer di Strauss, Storie del bosco viennese; dalla campagna alle spalle il tremulo e lungo verso dei grilli. Tutto questo non può essere soltanto caso e materia, dicemmo. Ci venne in mente la morte del lunatico re di Baviera amato da noi per la sua volontà di Bellezza e di Arte contro il mondo, sconciato, già allora, da industrie, commerci e cannoni. Ci sovvenne il nostro pellegrinaggio pasquale ai castelli teatrali del re scampato al fuoco di Sodoma ma non all’acqua del cupo lago increspato dove un cigno segnava di bianco il punto della morte per acqua  preferita dal sire alla  prigione nella stanza senza maniglie dove Ludwig II degradato a farmakov~  era stato recluso.

“In questi momenti di fuga, di memorie, di sogni, siamo due amanti felici-dissi-ma sulla vita oramai abbiamo opinioni diverse. E vogliamo vivere in modo diverso. Tu, da attrice, hai deciso di privilegiare l’istinto; io agli impulsi caotici preferisco anteporre un logos appassionato e commosso, ma anche ordinato e diretto a una meta precisa”.

Ifigenia mi corresse: “Io scelgo l’intuizione geniale tesoro, non l’istinto bestiale.

“Le intuizioni senza concetti sono cieche-pensai- e la bellezza senza intelligenza e volontà di bene può scivolare nel male diventando immondizia”.

Ma non glielo dissi. Aposiopesi tattica.

Eravamo contenti che la notte stellata dopo le fatiche diurne ci avesse resi più tolleranti, più umani. A un tratto Ifigenia volle andare a dormire: la lunga lotta col vento implacabile me l’aveva stremata. Bellina. L’accompagnai, ma davanti alla camera le chiesi il permesso di girare da solo nella notte odorosa. Volevo osservare  ancora le luci che stavano nel mare sui monti e nel cielo. Sentivo che brillavano  anche dentro di me. Mi piaceva l’odore dell’aria profumata dai pini resinosi e resa salmastra dall’alitare del mare.

“ Sì-mi dicevo- c’è piacere, bellezza e giustizia nel cosmo. C’è un creatore. Il re popolare e demente nella fredda, piovosa Baviera, nella sua reclusione dal mondo reale, prigioniero disperato dentro quei castelli teatrali, circondato da servi avidi e perfidi ,  aveva perduto di vista ogni bene. Non voglio forzare questa giovane donna a diventare diversa da quello che è, chiunque ella sia. Né posso impedirle di fare i suoi sbagli, se proprio ci tiene. Però mi piacerebbe vederla felice. Potrà esserlo soltanto diventando se stessa. Adesso lei, non protetta dal vecchio istrione ingrato, dovrà cercare da sola la strada che la conduca alla sua meta. Spero che riesca a percorrerla tutta, senza  deviare, anche se dovesse incontrarvi un fiero vento contrario”.

Tornai alla camera. Entrai senza fare rumore. Ma Ifigenia era sveglia: mi aspettava con il volto illuminato dagli occhi ridenti . Un’espressione che non le vedevo da tempo. Facemmo l’amore più volte, con piacere e con gioia.  Parlammo ancora un poco : senza alcun astio.

Eravamo entrambi contenti di questo accordo dopo mesi di rinfacciamenti reciproci. Ci sentivamo liberi entrambi di fare l’amore tra noi e con chi volevamo, di farlo o di non farlo.

Quando Ifigenia prese sonno, tornai a guardare le stelle.    “Sì - mi dicevo - c’è bellezza, ordine, giustizia nell’Universo. C’è un Creatore, un demiurgo artista di somma sapienza. Chiunque egli sia, ne sa più di me e io mi lascio guidare osservando le stelle guidate da Lui. Correggo le circolazioni della mia testa  talora improvvida  uniformandole ai movimenti di questo cielo ordinato.

Il bellissimo re diventato pazzo e deforme aveva perso di vista la bellezza creata dal grande demiurgo, l’ottimo artista del cosmo.

Bologna 21 ottobre  2026 ore  10, 36   giovanni ghiselli

p. s.

Mi sembra un capitolo bello. Le volte che sono passato da Galaxidion in bicicletta non mi sono aziato di lacrime solo che fossi, con un amico o con una nuova amante, favorevole che fosse il vento o contrario. Lacrime di gioia e di gratitudine per i doni che la vita mi ha fatto,

Mi sono commosso anche oggi scrivendo. Se non c’è pathos oltre il logos lo scrivere è solo un esercizio retorico che non tocca la sfera emotiva del lettore e lo annoia. Tali sono a parer mio i romanzi di Calvino per esempio che invece è bravo nelle Lezioni americane. Ma non si tratta di un romanzo.

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Vedo che questo romanzo viene letto più delle mie lezioni di letteratura e di storia pur messe insieme con decenni di studi. Anche questo epos mi è costato tanti lustri di lavoro per essere rifinito ad unguem. Un’unghia che ha scartato il troppo e il vano ma non ha inficiato il pathos né il logos, anzi li ha potenziati purificandoli con una catarsi estetica e morale.

 

 

 


Introduzione alla storiografia seconda parte


Storiografia moralistica e retorica secondo Auerbach. Tuttavia non manca la categoria economica Santo Mazzarino cita Tucidide, Tacito e altri. La riforma monetaria neroniana.

 

 Dalla storia si possono ricavare tanti e vari argomenti: l'economia, la politica istituzionale, la psicologia, secondo i gusti di chi la insegna e di chi deve impararla. Ci furono anni, quando era di moda il marxismo, nei quali era obbligatorio il discorso economico, strutturale; ora che Marx è stato messo in soffitta, si preferiscono le sovrastrutture. Quindi sono passati in secondo piano i "severi/economici studi" e vale più "il proprio petto/esplorar"[1].  Di fatto psicologi e psicoanalisti fanno spesso delle chiacchiere inconsistenti.

Pasolini spiegava dei fatti con l’aiuto della grande letteratura.

Un grave difetto dei marxisti fu la sottovalutazione dell’irrazionale:“ Dopo l’intervento razionale di Atena, le Erinni-forze scatenate, arcaiche, istintive, della natura-sopravvivono: e sono dee, sono immortali. Non si possono eliminare, non si possono uccidere. Si devono trasformare, lasciando intatta la loro sostanziale irrazionalità: mutarle cioè da “Maledizioni” in “Benedizioni”. I marxisti italiani non si sono posti, ripeto, questo problema”[2].

“Sebbene comporti le proprie determinazioni, le proprie logiche, le proprie razionalità, la Storia è anche irrazionale perché comporta rumori e furori, disordini e distruzioni. Si dovrebbero far copulare Marx e Shakespeare. In effetti i tragici greci, gli elisabettiani e, in particolare Shakespeare, hanno mostrato che le tragedie del potere erano tragedie della passione, dell’incoscienza, della dismisura umana”[3].

 

Se una volta, dietro richiesta dei ragazzi, si studiava il Rostovzev[4] prima ancora di leggere Tacito, ora si cerca l'approccio antropologico, o si studia la psicologia della fanciulla Ottavia, che era costretta a celare i propri sentimenti,

Era la figlia di Claudio e Messalina, moglie giovinetta e vittima di Nerone, ragazzo manovrato dalla madre e dai pedagoghi[5] in un ambiente dove c'erano pugnali perfino nei sorrisi[6]: "Octavia quoque, quamvis rudibus annis, dolorem caritatem omnes adfectus abscondere didicerat" ( Annales, XIII, 16), anche Ottavia, sebbene non scaltrita dall'età[7], aveva imparato a nascondere la pena, l'amore e tutti i sentimenti. 

  La storiografia antica si presta comunque a letture diverse. Auerbach sostiene che gli antichi "non vedono forze, bensì vizi e virtù, successi ed errori; la loro impostazione del problema non è evoluzionistica né nei riguardi dello spirito né in quelli della materia; è invece moralistica"[8].  

 

Storiografia moralistica e retorica secondo Auerbach.

La storiografia “ retorica”, oltre che “moralistica”” di cui parla Auerbach in Mimesis  si avvia con Sallustio.

Auerbach analizza alcuni capitoli (16 e seguenti) del I libro degli Annales di Tacito.

Raccontano la rivolta delle legioni della Pannonia[9] successiva alla morte di Augusto.

Secondo Auerbach le parole di Tacito denigrano la ribellione dei legionari:"A suo modo di vedere, si tratta soltanto d'arroganza plebea e di mancanza di disciplina. (…) Egli batte e ribatte che è soltanto la schiuma sempre pronta alla ribellione; per il caporione Percennio, ex capo di claques teatrali[10] col suo "histrionale studium", che si atteggia a generale (“velut contionabundus"), egli ha il più profondo disprezzo"(Auerbach,  Mimesis, il  realismo nella letteratura occidentale, II cap. Fortunata p. 43.)

.

Tacito dunque denigra la rivolta senza mostrare nessuna attenzione alle difficoltà e alle richieste dei soldati: “una legione in rivolta per lui non è altro che una marmaglia senza legge (…) non soltanto egli non ha nessuna comprensione, ma in genere nemmeno nessun interesse positivo per quelle richieste; egli non polemizza contro di esse con argomenti positivi, non si prende affatto la pena di dimostrare che sono ingiustificate; invece alcune considerazioni puramente moralistiche (licentia, spes praemiorum, pessimus quisque, inesperti animi) sono sufficienti per previamente invalidarle (…) non esiste nell’antichità una profonda indagine storica che tratti metodicamente lo sviluppo dei movimenti sociali e nemmeno quelli degli aspetti spirituali. Questo è stato notato di passaggio da studiosi moderni; così il Norden nella sua (Antik Kunstprosa (II, 647): “Dobbiamo pensare che un’esposizione delle idee generali che muovono il mondo non è stata in genere mai fatta dagli antichi, anzi nemmeno mai tentata”; e Rostovcev nella sua Social and Economic History of the Roman Empire (p. 88) dice: “Gli storici non s’interessano alla vita economica dell’impero”. Queste due opinioni rflettono il modo particolare degli antichi di vedere le cose: essi non vedono le forze, bensì vizi e virtù, successi ed errori: la loro impostazione del problema non è evoluzionistica né nei riguardi dello spirito né in quelli della materia; è invece moralistica (…)  La storiografia di tipo moralistico, e per di più quasi sempre strettamente cronologico, che lavora sulle basi di categorie immutabili, non può produrre oggetti sintetico-dinamici, quali adoperiamo noi oggi, Concetti come “capitalismo industriale”  o “economia di piantagione…e d’altronde anche concetti come Rinascimento, Illuminismo, Romanticismo, che in primo luogo designano epoche, ma anche sintesi di fatti (…) E per tutti questi concetti è essenziale che in essi il divenire e il trasformarsi , e cioè l’idea dello sviluppo sia implicita. Al contrario, i concetti moralistici, e perfino quelli politici (aristocrazia, democrazia e via dicendo) costituiscono concezioni aprioristiche ancorate all’antichità ”[11].

Auerbach nota che Rostovcev considera gli aspetti economici dell’impero romano. Per esempio “ si pone la questione di come si debba spiegare la presenza in Italia d’un numero relativamente grande di proletari”. Una frase e una domanda simile sarebbero inconcepibili in uno scrittore antico…Apriamo Tucidide, e allora troviamo, accanto alla continua descrizione degli avvenimenti di primo piano, soltanto considerazioni di contenuto statico e aprioristico, per esempio sopra il carattere degli uomini o il destino, che certo vengono applicate a situazioni particolari, ma valgono in assoluto.

Questa affermazione è discutibile come vedremo

Auerbach torna al testo di Tacito. Se non lo interessavano le pretese dei soldati e non aveva nessuna intenzione di discuterle oggettivamente, perché nel discorso di Percennio le presenta con tanta vivacità? Qui esiste un motivo puramente estetico. Dello stile dei grandi storici fanno parte le grandi orazioni, che per lo più sono finte, servendo a rendere drammaticamente visivo (illustratio) il fatto, e talvolta anche a esprimere grandi pensieri politici e morali, e in ogni caso debbono costituire i pezzi più brillanti della rappresentazione…Tacito è un maestro, e i suoi discorsi non sono semplice decorazione, ma sono veramente pieni del carattere e della condizione di colui che finge oratore, e tuttavia essi pure sono innanzi tutto retorici. Percennio non parla la sua lingua, ma quella di Tacito, e cioè estremamente concisa, eccellentemente ordinata e altamente patetica…E questo è il secondo segno distintivo della storiografia antica: la retorica. Moralismo e retorica le danno grande ordine, chiarezza ed efficacia drammatica…qui è il limite. Moralismo e retorica sono inconciliabili con l’idea della realtà quale sviluppo di forze; la storiografia antica non ci dà né storia di popoli né storia economica e spirituale”[12].

Nella storiografia antica dunque mancherebbe la struttura economica.

 

S. Mazzarino invece ritiene che al pensiero storico classico non manchi un'ampia e approfondita considerazione dei fatti economici:"Basta pensare, per es., all'archeologia di Tucidide, tutta fondata su aJcrhmativa[13]  e crhmavtwn th;n kth'sin[14]; concetti che lì sono fondamentali, non già semplici riferimenti. Tacito (…) Plinio il Vecchio (…) hanno interpretato con acutezza i fatti sociali dell'epoca giulio-claudia"[15].

Si pensi alla crisi dell’agricoltura italica dovuta all’estendersi dei latifondi, per esempio: latifundia perdidere Italiam" scrive Plinio il Vecchio[16].

Per quanto riguarda l’autore degli Annales[17]"Questa idea della crisi economica dell'Italia domina il pensiero di Tacito, e dà ad esso toni di tristezza profonda: infatti, la ritroviamo in un passo degli Annali, XII, 43, meritatamente celebre”[18]:"at hercule olim Italia legionibus longiquas in provincias commeatus portabat, nec nunc infecunditate laboratur, sed Africam potius et Aegyptum exercemus, navibusque et casibus vita populi Romani permissa est ", eppure, per Ercole, una volta l'Italia mandava vettovaglie per le legioni in province lontane, né oggi la terra soffre di sterilità, ma noi preferiamo far coltivare l'Africa e l'Egitto, e la vita del popolo romano è affidata ai rischi della navigazione.

Siamo nell’ultimo periodo del principato di Claudio (41-54), ma già Ottaviano Augusto temeva che le campagne rimanessero non coltivate a causa dell'ozio della plebe, e decise di abolire le distribuzioni frumentarie:"quod earum fiducia cultura agrorum cessaret "[19], poiché, confidando in queste, la gente trascurava la coltivazione dei campi. Tuttavia l'imperatore non perseverò nel proponimento.

Poi "Una grande crisi scoppiò nel 33 d. C. : i latifondi coltivati da schiavi rendevano impossibile una qualunque concorrenza da parte di piccoli proprietari (cfr. il lavoro odierno degli immigrati schiavizzati ndr.) ; questi si erano indebitati, ricorrendo a prestiti di latifondisti senatori, sebbene ai senatori fosse proibita l'usura…Ne derivò la rovina di molti piccoli proprietari, i quali svendevano i campi per pagare i debiti"[20].

Durante il I sec. d. C. sotto gli imperatori Giulii e Claudii :" Le tenute di media estensione furono a poco a poco rovinate dalla mancanza di vendita e vennero acquistate a buon mercato da grandi capitalisti. Questi ultimi naturalmente desideravano di semplificare la gestione delle loro proprietà, e, paghi di ottenerne un reddito sicuro se pur basso, preferivano dare la loro terra ad affittuari e produrre prevalentemente grano". Del resto La "mancanza di vendita" di molti prodotti italici era dovuta alla "emancipazione economica delle province…le condizioni del mercato peggioravano di giorno in giorno a misura che si svolgeva la vita economica delle province occidentali…A questo mutamento s'accompagnò il crescente raccogliersi della proprietà rurale nelle mani di pochi ricchi proprietari"[21]. Nihil novi sub sole ndr.

La politica finanziaria di Tiberio ebbe questa tendenza:"lotta contro il rialzo dei prezzi; e d'altra parte, proprio per questa sua moderatio nei riguardi degli ottimati, esitazione e anzi rinunzia a prendere rigidi provvedimenti contro il lusso delle dites familiae nobilium aut claritudine insignes[22]. Dalle nuove esigenze fu particolarmente incoraggiato il commercio con l'India, come chiaramente attestano i reperti numismatici di questa regione. In queste condizioni, il lamento che la moneta pregiata prendesse la via dei mercati stranieri (pecuniae nostrae ad externas aut hostiles gentes transferuntur [23] ) restava una protesta platonica, e denunziava un "drenaggio di oro" a cui Tiberio stesso dichiarava di non poter porre rimedio"[24].  

Passiamo a Plinio il Vecchio e vediamo “un interessante squarcio di storia sociale scritta da un autore antico”.

“Questo cavaliere dell’Italia settentrionale, freddo e saggio, ci ha descritto (naturalmente con disdegno) le ambizioni e la luxuria dei nuovi ricchi dell’epoca Claudia…Come esponente dell’altissima borghesia equestre, egli si intendeva di fatti economici. Nella travagliata epoca giulio-claudia, gli sembrava dominante l’ambizione di tutti, di portar anuli aurei, che in verità sono distintivi dei cavalieri: sotto Tiberio si era stabilito che solo i nati liberi e di libero avo, con censo equestre e facoltà di sedere nei 14 ordines al teatro (vale a dire, solo i veri e propri cavalieri; con Caligola, anche i liberti avevano quegli ornamenta, “ciò che prima non era avvenuto mai”; all’epoca di Claudio (che era stato anche censore), ben 400 persone furono accusate per questo abuso. Nonostante i provvedimenti di Tiberio, i liberti erano dunque decisi a “sfondare”, anche contro la legge; e, al solito, il principato di Caligola aveva aperto ad essi la strada; “l’ordine equestre”, commentava Plinio, “si voleva distinguere dal resto dei liberi, e doveva subire l’intrusione dei liberti!” Oppure: quelli che non appartengono all’ordine equestre non si fanno scrupolo di firmare con l’anulus, dalla parte dove è l’oro: “una trovata dell’epoca di Claudio”; “ed anche i servi portano anuli coperti, all’esterno, di oro” (la stessa nota troviamo nel Satyricon di Petronio”[25].

Vediamo la volgarità dell’arricchito di età neroniana

Appena entrato nella sala del banchetto, addobbato di rosso, Trimalchione ostenta gli anelli portati nella mano sinistra: uno grande placcato d'oro (anulum grandem subauratum Satyricon, 32, 3) e uno  d'oro massiccio, ma tutto come costellato di pezzetti di ferro (totum aureum, sed plane ferreis veluti stellis ferruminatum), quindi  denuda il braccio destro armilla aurea cultum et eboreo circulo lamina splendente conexo (32, 4), ornato da un bracciale d'oro e di un cerchio d'avorio intrecciato con una lamina luccicante, infine si cincischiò i denti con uno stuzzichino d'argento (pinna argentea dentes perfōdit, 33). E' un monumento classico, aere perennius, al cattivo gusto, alla volgarità dell'eterno cafone arricchito.

Questo romanzo rappresenta un mondo “ubi sola pecunia regnat" (Satyricon 14) dove solo il denaro comanda, e tutto il resto è venale, si compra e si vende.

Tutto è venale denuncia Marziale:"venalis populus, venalis curia patrum:/est favor in pretio" ( X, 41-42), è in vendita il popolo, è in vendita la Curia dei senatori, il favore è questione di prezzo. Della venalità di Roma si era già accorto il Giugurta il quale aveva saputo a Numanzia dagli amici omnia Romae venalia esse (Sallustio, Bellum Iugurthinum, 20) che a Roma tutto era in vendita, e più avanti, allontanandosi dall’Urbe, esclamò:"Urbem venalem et mature perituram, si emptorem invenerit!" ( 35),  città venale e destinata a perire presto, se troverà un compratore!

Giugurta fu sconfitto e ucciso nel 104 a. C.

Secondo Sallustio, Roma si adulterò in seguito alla distruzione di Cartagine; prima "metus hostilis in bonis artibus civitatem retinebat" (41), la paura dei nemici conservava la città nei comportamenti onesti. 

 

Velleio Patercolo (età di Tiberio)  sostiene che mentre Scipione Africano aveva aperto la strada alla potenza, Scipione Emiliano la aprì alla mollezza: “quippe remoto Carhaginis metu sublataque imperii aemula, non gradu sed praecipiti cursu a virtute descītum, ad vitia transcursum; vetus disciplina deserta, nova inducta; in somnum a vigiliis, ab armis ad voluptates, a negotiis in otium conversa civitas” (Historiae II, 1, 1), infatti rimossa la paura di Cartagine e tolta di mezzo la potenza rivale, ci si allontanò dalla virtù non a passo, ma a corsa precipitosa, si passò rapidamente ai vizi, la vecchia disciplina fu abbandonata, una nuova importata; la cittadinanza si volse dalle veglie al sonno, dalle armi ai piaceri, dalle faccende all’ozio.  

Giovenale  (50-127) riprende questo tema nella sesta satira, quella contro le donne: una delle ragioni della castità delle Romane antiche era “proximus urbi/Hannibal” (vv. 290-291), Annibale alle porte dell’urbe. E, continua: “Nunc patimur longae pacis mala; saevior armis/luxuria incubuit victumque ulciscitur orbem./Nullum crimen abest facinusque libidinis, ex quo/paupertas Romana perit” (vv. 292-295), ora soffriamo i mali di una lunga pace; più feroce delle armi il lusso ci è piombato addosso e vendica il mondo conquistato. Nessun delitto manca né misfatto della libidine da quando è morta la povertà di Roma. 

 

Bologna 21 ottobre 2026 ore 10 giovanni ghiselli

p. s

martedì  27 ottobre dalle 17 alle 19 presenterò, ancora nella boblioteca Scandellara, la mia

Introduzione alla storiografia greca e latina.

Questo è il link per seguire da lontano

https://meet.google.com/qmx-fuhm-tiw

 

 

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[1] Leopardi, Palinodia al Marchese Gino Capponi, del 1835, vv. 233-235.

[2] P. P. Pasolini, Le belle bandiere, p. 54.

[3] E. Morin, L’identità umana, p. 207.

[4] M. Rostovzev, Storia economica e sociale dell'impero romano. La prima edizione (in inglese) è del 1926.

[5] Soprattutto da Seneca di cui del resto mi sono servito in questo lavoro in quanto me ne sono avvalso personalmente quale educatore, mio e dei miei studenti.

[6] Cfr, Shakespeare, Macbeth:"There' s daggers in men's smile" II, 4.  Alla SSIS di Bologna ho fatto una lezione comparativa partendo da questa tragedia.

[7] Tacito ha appena raccontato l’avvelenamento di Britannico da parte di Nerone. Siamo nel 55 d. C. e Ottavia ha solo quindici anni. Verrà uccisa nel 62.

[8] Mimesis (del 1946), p. 45.

[9] Attuale Ungheria.

[10] dux olim theatralium operarum (Annales, I, 16)

[11] Auerbach, Mimesis, pp. 44-46.

[12] Mimesis, p. 47.

[13] Tucidide, Storie,  I, 11, 3. Significa scarsità di risorse senza le quali secondo lo storiografo della guerra del Peloponneso non si possono allestire grandi flotte né fare guerre grandi come quella del Peloponneso.

[14]I, 13, 1. E' l'accumulo di ricchezze necessari allo sviluppo di una grande potenza.

[15] S. Mazzarino, L'impero romano, (del 1974) vol.I, p. 214, n. 4.

[16] Naturalis historia, XVIII, 7.

[17] Gli Annales,  composti  da Tacito negli anni successivi al 111 d. C., dovevano continuare l'opera di Livio: il titolo dei manoscritti Ab excessu divi Augusti echeggia il liviano Ab urbe condita. Dell'opera che doveva andare dalla morte di Augusto a quella di Nerone ci sono arrivati i libri I-IV, un frammento del V e parte del VI con gli avvenimenti dalla morte di Augusto (14 d. C.) a quella di Tiberio (con una lacuna per gli anni 29-31); inoltre i libri XI-XVI con il regno di Claudio, dal 47, e quello di Nerone fino al 66. 

 

 

[18] S. Mazzarino, Il pensiero storico classico, III, p. 458.

[19] Svetonio, Vita di Augusto, 42.

[20] S. Mazzarino, L'impero romano I, p. 148.

[21]M. Rostovzev, Storia economica e sociale dell'impero romano, pp.115 sgg.

[22] Tacito, Annales , III, 55, le famiglie ricche dei nobili o distinte nel segnalarsi.

[23] Annales, III, 53.

[24] S. Mazzarino, L'impero romano I, p. 147.

[25] S. Mazzarino, L'impero romano, 1, pp. 214-215.